I RAPPRESENTANTI DEI PIANI DI ZONA DI ROMA SCRIVONO AL NUOVO SINDACO VIRGINIA RAGGI

Roma -

Egregio Sindaco, i seguenti referenti ………. (seguono i nomi e la firma di 35 referenti dei comitati dei pdz di edilizia agevolata di Roma), espongono quanto segue in merito alla odierna e critica situazione sopportata dagli inquilini degli alloggi costruiti in regime di edilizia agevolata(ERP). L’edilizia residenziale pubblica va suddivisa in tre settori: 1)      edilizia sovvenzionata, 2) edilizia agevolata, 3) edilizia convenzionata, ossia quella diretta a creare abitazioni destinate ai cittadini che si trovino in condizioni economiche disagiate (le cd. “case popolari”), quando è realizzata da Enti Pubblici (lo Stato, le Regioni e gli altri Enti locali) ossia quella finalizzata alla costruzione di alloggi da destinare a prima abitazione, realizzata da privati con finanziamenti pubblici messi a disposizione dallo Stato o dalle Regioni. Su terreni comunali a condizioni di particolare favore, e con contributi in conto capitale o in conto interessi.  Come a Lei noto, nei Piani di Zona capitolini da anni gli istanti, patrocinati dall’avv. Vincenzo Perticaro a livello giurisdizionale e tutelati dal Sindacato ASIA USB sul piano stragiudiziale, denunciano alle competenti Pubbliche Amministrazioni e alle Autorità giurisdizionali le continue violazioni di legge e delle Convenzioni stipulate con codesto Comune sui cui lo stesso ha l’obbligo giuridico di vigilanza. Inadempienze ed irregolarità che le Società costruttrice stanno ancora oggi compiendo a danno degli inquilini. Tuttora, infatti, la mancata applicazione delle disposizioni convenzionali e l’assenza di controllo da parte di codesto Ente comunale sul rispetto delle stesse ha condotto ad una situazione paradossale. Preme sottolineare, in merito, che negli anni, si sta assistendo alla notificazione agli assegnatari di innumerevoli: a)      intimazioni di sfratto, b)     di procedure esecutive di sgombero di rilascio; c)      nonché all’ingiunzione di pagamenti a mezzo di decreto ingiuntivo, da parte delle società Costruttrici, nonostante non sussistano i presupposti giuridici per l’accoglimento delle pretese dei costruttori. Ed invero, nella maggior parte delle situazioni, i suddetti giudizi sono stati azionati nonostante la documentazione non fosse regolare e le morosità intimate non sussistessero. Ciò ha innescato delle procedure esecutive di sfratto che tutt’oggi attanagliano le famiglie inquiline, sebbene, in molti giudizi di opposizione alle pretese dei costruttori, le CTU stanno confermando l’assenza di una situazione debitoria degli inquilini nei confronti delle Società costruttrici. Solo grazie alle instancabili attività dell’avv. Perticaro e del Sindacato ASIA USB ad oggi siamo riusciti a tutelare da soli e tra mille difficoltà e nel silenzio dell’Amministrazione comunale il nostro diritto ad abitare le nostre case.  Ed infatti, nonostante gli innumerevoli esposti diffide e comunicazioni, il Comune è sempre rimasto completamente silente ed inerte, anche di fronte alle specifiche interrogazioni da Voi presentate nella precedente consiliatura, come quella Prot. RQ/ 22768 del 20 novembre 2014 sottoscritta da Marcello de Vito e Daniele Frongia, in cui quasi due anni orsono venivano chiesti lumi su tutta la procedura. Orbene, considerato che dalla precedente amministrazione non è pervenuta nessuna risposta in merito alle esposte problematiche, oggi, gli inquilini residenti nei Piani di Zona del territorio capitolino si sono fidati e affidati al programma elettorale da Lei proposto, come dimostrato dai risultati elettorali relativi ai municipi periferici ove sono situati gli immobili costruiti in regime di edilizia agevolata. Soprattutto, i sottoscritti convengono con Lei che una delle priorità più importanti per Roma sia quella espressa al punto 7 “diritto all’abitare” degli 11 previsti per Roma, che espressamente prevede di “tutelare il patrimonio immobiliare in edilizia agevolata e/o convenzionata ripristinando la legalità sia per i canoni di locazione che per le vendite di tali alloggi e punendo la speculazione dei costruttori/concessionari”. Parimenti, gli istanti ritengono come Lei che per tutelare il diritto all’abitare “è necessario che gli alloggi pubblici mantengano la finalità originaria e, soprattutto, occorre verificare che tutte le opere di urbanizzazione primaria e secondaria siano state completate. A tal fine, si procederà a sanzionare quei concessionari che hanno costruito in violazione delle convenzioni e che non hanno ultimato le opere previste, a verificare altresì l’effettivo pagamento degli oneri economici dovuti al Comune di Roma Capitale, procedendo anche alla revoca delle convenzioni e a richiedere il pagamento delle fideiussioni di coloro i quali non avranno regolarizzato tali posizioni. Le relative sanzioni potranno essere utilizzate per agevolare il disagio sociale abitativo e dare respiro alle famiglie in difficoltà”, proprio come indicato sempre nello stesso punto 7 sopra citato. Orbene, considerato l’impegno da Lei preso, che dovrà essere perseguito dai futuri assessori e consiglieri comunali,  nonché il suo personale obbligo morale di “operare in sintonia con i principi del M5S, con gli obbiettivi sintetizzati nel programma del M5S per Roma Capitale, con le indicazioni date dallo staff coordinato dai garanti del Movimento 5 Stelle e porre in essere tutte le iniziative più opportune, in virtù del proprio ruolo, per il loro perseguimento”, così come previsto dal punto 3 dell’adottato CODICE DI COMPORTAMENTO PER I CANDIDATI ED ELETTI DEL MOVIMENTO 5 STELLE ALLE ELEZIONI AMMINISTRATIVE DI ROMA 2016, i suddetti CHIEDONO Alla S.V. Ill.ma di: A) porre in essere le verifiche e i controlli sul rispetto delle Convenzioni stipulate dalle Società costruttrici con il Comune di Roma, impegnandosi sin d’ora ad applicare le sanzioni ivi previste, e quindi di dare una concreta risposta alle domande già poste a mezzo dell’interrogazione dello scorso 2014. Nello specifico: 1) se le Società concessionarie hanno rispettato quanto previsto e statuito dalle Convenzioni stipulate con l’Amministrazione Comunale e, in primis, se sono state attuate le opere di urbanizzazione il cui obbligo di realizzazione è posto a carico del concessionario; 2) se le Società concessionarie hanno rispettato quanto previsto e statuito dalle Convenzioni circa il pagamento in favore dell’amministrazione del corrispettivo delle aree concesse in diritto di superficie che andava effettuato allo scadere dei 5 anni dalla stipula delle convenzioni; 3) in caso sia riscontrata la violazione dei pagamenti dei corrispettivi dei diritti di superficie, se si è proceduto o è intenzione procedere, all’incasso delle fideiussioni assicurative, cosi come previsto nelle convenzioni, previa verifica della regolarità delle stesse; 4) se è avvenuta la notificazione da parte dei Notai, obbligati a comunicare a Roma Capitale qualunque atto di trasferimento, o anche di costituzione di diritto reale, relativo a porzioni immobiliari realizzate ai sensi dell’art. 35 della L. n. 865/71; 5) nel caso in cui sia stato accertato il trasferimento della proprietà o la costituzione di diritti reali su tali immobili in assenza della prescritta comunicazione notarile, se siano state intraprese azioni a tutela degli interessi di Roma Capitale; 6) se siano state irrogate, o se vi sia l’intendimento di irrogare, le sanzioni previste nelle convenzioni, in particolare all’art. 14 del disciplinare dell’allegato b) alla convenzione, dove si prevede che, nel caso di violazione delle convenzioni in merito alle tabelle sui prezzi massimi di cessione e di conseguente locazione, risultanti dalle modifiche apportate da appositi provvedimenti di Roma Capitale, si possa far ricorso alla risoluzione di diritto della convenzione ex art. 1456 c.c. con conseguente estinzione del diritto di superficie e retrocessione dello stesso a Roma Capitale, con pieno reintegro nel possesso ed acquisizione, ai sensi dell’art. 934 c.c., della proprietà anche dell’eventuale costruzione già realizzata. B) di valutare l’intervento dell’Avvocatura Capitolina nei giudizi pendenti, nelle opposizioni alle procedure esecutive di rilascio/sfratto e/o sgombero, nelle procedure di fallimento delle Società costruttici, in quanto litisconsorte necessario nelle controversie de quibus. Si chiede sin d’ora di dare l’opportuna rilevanza a tutto quanto sopra descritto, considerata la necessità e l’urgenza di un intervento dell’Ente Comunale, atteso che tutti gli inquilini quivi rappresentati rischiano ogni giorno di perdere il proprio diritto all’abitare, limitato dagli interessi speculatori dei costruttori. Dichiarando sin d’ora la massima disponibilità a fornire qualsivoglia chiarimento o approfondimento nelle vicende quivi accennate, i sottoscritti formulano il proprio più sincero augurio di buon lavoro a Lei e alla Giunta Comunale nominata, indicando sin da ora quali rappresentanti dei suindicati Comitati l’Asia Usb e l’avv. Vincenzo Perticaro. Restiamo in attesa di un Suo cortese cenno di risposta in merito alla richiesta avanzata, stante il carattere di urgenza che atteggia la stessa. Distinti saluti. Roma 23.6.2016

Casa, in 5 anni canoni degli affitti calati fino al 30%

Milano -

Quanto valgono gli affitti? E come è cambiato il mercato? In un contratto firmato oggi, il canone può essere anche del 30% inferiore rispetto a cinque anni fa. La crisi ha segnato il mercato delle locazioni abitative, e il confronto con i dati di fine 2010 – elaborato da Nomisma per Il Sole 24 Ore del lunedì – mostra una dinamica negativa in nove capoluoghi di provincia su dieci, con le punte di Venezia (-34% di calo medio) e Cuneo (-30,6%). Il calcolo neutralizza l’inflazione e misura la perdita in termini reali. Colpisce il dato dei centri di maggiori dimensioni: dal -17,5% di Milano al -9,7% di Bari, tra i risultati peggiori si trovano quasi tutte le grandi città, comprese – per intensità della perdita – Bologna, Napoli, Padova, Torino, Palermo, Firenze, Roma e Genova. In controtendenza c’è solo una decina di capoluoghi di piccole e medie dimensioni, che registrano incrementi entro il 3%, con la sola eccezione di Forlì (+5,7%). Si tratta ovviamente di dati medi – da declinare in base ai quartieri e alle caratteristiche degli alloggi – ma che consentono comunque di cogliere il trend generale. Le dinamiche di mercato Sul mercato hanno agito negli ultimi anni due forze contrapposte. Da un lato, la difficoltà di ottenere un mutuo ha ingrossato le file di chi cerca un’abitazione in affitto. Non è un caso, forse, che il numero di contratti registrati ogni anno alle Entrate sia passato da 1,4 a 1,6 milioni tra il 2011 e il 2015. Dall’altro lato, però, la crisi economica ha fiaccato le possibilità di spesa degli stessi inquilini. «Tra queste due componenti, la perdita di capacità reddituale da parte delle famiglie è stata prevalente, e questo spiega perché i canoni siano diminuiti», osserva Luca Dondi, direttore generale di Nomisma. Quanto alle previsioni, «per i prossimi due-tre anni ci aspettiamo canoni medi invariati, con qualche incremento nei centri universitari e nelle città d’arte», aggiunge Dondi. E l’aumento delle richieste di mutuo registrato negli ultimi 12 mesi non fa che rafforzare questa tendenza. Tra fisco e contratti Negli ultimi cinque anni, il calo dei canoni si è accompagnato alla stretta fiscale sul mattone, iniziata con l’arrivo dell’Imu nel 2012 e proseguita con quattro anni di aumento delle aliquote comunali. L’inasprimento fiscale è stato per lo più “spesato” dai proprietari, vista l’impossibilità di trasferirlo sui conduttori. Ma non si può certo dire che tutti gli inquilini ci abbiano guadagnato, perché il calo dei canoni si è sentito solo sui nuovi contratti e su quelli rinegoziati. Tutto questo ha condizionato anche le formule contrattuali scelte da proprietari e inquilini. Un fenomeno sul quale fa luce per la prima volta il Rapporto immobiliare residenziale 2016 redatto dall’Omi dell’agenzia delle Entrate. L’anno scorso – rileva il rapporto – in Italia è stato registrato poco più di un milione di locazioni abitative, anche se l’analisi si concentra sulle 821mila case per le quali è stato possibile incrociare i dati reddituali e catastali. I classici contratti liberi “4+4” coprono il 60% del mercato, mentre gli affitti concordati – in cui il proprietario accetta un canone inferiore in cambio di uno sconto fiscale – sono il 20% del totale. Il resto, invece, si divide tra contratti transitori e per studenti. IL TIPO DI CONTRATTO I nuovi contratti di locazione abitativa registrati alle Entrate nel 2015, in base al tipo di contratto(Fonte: Rapporto immobiliare 2016, Omi agenzia delle Entrate) La ripresa del «3+2» Anche se manca un confronto con gli anni precedenti, tutto lascia pensare che il ricorso ai contratti a canone concordato sia in aumento. Lo si vede guardando il dettaglio delle otto città di maggiori dimensioni: qui nel 2015 sono stati stipulati 97mila contratti liberi “4+4” e 45mila contratti concordati “3+2”. E queste cifre risentono comunque del caso-Milano, dove l’accordo locale – di fatto inutilizzato per 16 anni – deve ancora sviluppare a pieno i suoi effetti dopo essere stato rinnovato a giugno dell’anno scorso. A Bologna, Torino, Firenze e Roma le due formule contrattuali sono quasi in equilibrio, mentre a Genova c’è addirittura il sorpasso dei canoni calmierati (5.735 contro 2.688). LE MIGLIORI E LE PEGGIORI Il canone medio per la locazione di abitazioni usate nei capoluoghi di provincia. Dati aggiornati al II semestre 2015 con variazione % rispetto al II semestre 2010. Il canone è espresso in euro al metro quadrato all'anno (Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Consulente Immobiliare) «La convenienza degli affitti concordati varia in base alle zone, tra una città e l’altra e anche nella stessa città, secondo il contenuto degli accordi locali», osserva Giorgio Spaziani Testa, presidente di Confedilizia. Certamente, oltre alla contrazione del mercato – che ha reso più competitivi i canoni calmierati – incide anche la componente fiscale. «Ha avuto un effetto positivo la cedolare secca al 10%, per ora prevista fino al 2017, e da quest’anno si farà sentire la riduzione Imu-Tasi del 25%, che però potrebbe essere potenziata o sostituita da un’aliquota massima prevista su base statale».

Il governo cieco dei prefetti di Roma

Roma -

La cecità dei numerosi prefetti che governano Roma inizia a preoccupare. Le famiglie che ieri hanno tentato di occupare un edificio in via Ostiense provenivano da un altro sgombero attuato poco tempo fa. Prima cecità: chi governa la capitale non si fa evidentemente carico delle sacrosante esigenze di coloro che non hanno altra alternativa tra costruirsi una baracca di fortuna tra gli argini fluviali o tentare una disperata occupazione. Pochi mesi fa era stato Papa Francesco che aveva visitato uno dei tanti luoghi di baraccamenti di fortuna a ponte Mammolo. Anche lì lo sgombero avvenne senza alcuna pietà. Una classe dirigente degna di questo nome deve farsi carico delle esigenze di tutta la società, in particolare della parte più svantaggiata. La seconda cecità è – se possibile- ancora più grave. Il prefetto Tronca ha il merito di aver denunciato lo scandalo delle case pubbliche assegnate con intollerabile discrezione e a prezzi di saldo. In realtà negli ultimi due anni si erano susseguite denuncie da parte di chi crede ancora che la politica sia un servizio al bene comune. Il gruppo capitolino dei 5stelle aveva più volte denunciato la gestione del patrimonio e non fu ascoltato. Il consigliere Riccardo Magi aveva denunciato lo sperpero dei soldi pubblici per tenere in vita i campi rom. Anche lui non fu ascoltato e solo lo scandalo mafia capitale scoperchiò il verminaio. Merito dunque a Tronca di aver reso pubblica la questione degli alloggi, ma spiace dover rimarcare che sono state additate al pubblico ludibrio al pari dei galoppini della politica che intercettano immobili per loro stessi o per le loro onlus, anche famiglie di modeste condizioni sociali che hanno l’unico torto di aver abitato per decenni in alloggi che hanno contribuito a migliorare. La cultura del tutti colpevoli rischia di portare all’ennesima assoluzione dei responsabili. C’è infine la terza cecità dei prefetti. O per meglio dire, il loro strabismo. Da anni vengono denunciati altri scandali giganteschi nel settore immobiliare. Il Comune paga da sempre cifre intollerabili alla grande proprietà immobiliare per dare assistenza abitativa a centinaia di famiglie in stato di bisogno. Negli ultimi anni paghiamo annualmente 25 milioni di euro ai vari Armellini, Bonifaci e compagnia di giro per far vivere in veri e propri ghetti le persone socialmente fragili. Il comune di Roma paga anche milioni di euro per affittare spazi per uffici. In questo caso ai soliti noti dobbiamo aggiungere l’ente Eur che viene generosamente beneficiato dal comune di Roma e dalle sue tante aziende di scopo come Risorse per Roma. Si potrebbe utilizzare l’immenso patrimonio comunale o pubblico inutilizzato e stupisce molto il rigoroso silenzio della comitiva dei prefetti: forse il rigoroso ripristino della legalità si ferma di fronte ai santuari degli intoccabili? E così torniamo a via Ostiense. Se non si vuole soffiare sul fuoco e svolgere un reale ruolo di governo si apra un ragionamento con il mondo dei senza volto che da anni passano da un’occupazione all’altra e da uno sgombero all’altro. Si scoprirà che ci sono persone e bambini che hanno diritto ad avere una speranza di vita come tutti gli altri. Una città abbandonata a se stessa e data in appalto alle imprese di mafia capitale ha necessità di ritrovare una speranza. E in attesa che con le prossime elezioni venga ripristinata la democrazia, anche in questo periodo di transizione ci aspetteremmo maggiore lungimiranza: c’è un vasto patrimonio pubblico inutilizzato che potrebbe essere prezioso. In Europa lo utilizzano per i rifugiati: perché non fare lo stesso?

Gli italiani si fanno il nido in affitto: per sei inquilini su dieci è l'abitazione principale

Roma -

Inversione di tendenza sui canoni, di nuovo in aumento (+1,7%) dopo cinque anni di calo. A trainare i prezzi sono i tri e quadrilocali. In media, un appartamento costa 516 euro: Milano la più cara, poi Roma e Firenze. Cambio radicale nei costumi, complice la crisi economica: in un solo anno le famiglie che prendono in affitto un appartamento come abitazione principale sono aumentate del 10%MILANO - L'Italia che mostra timidi segnali di ripartenza economica si vede anche in un'inversione di rotta del mercato degli affitti, che dopo cinque anni torna a segnare un aumento dei prezzi: +1,7% nel 2015. A spingere la ripresa sono gli immobili di quattro e tre locali, che svelano una tendenza importante per l'Italia. Nella patria della casa di proprietà, infatti, dove ci sono abitazioni per 5mila miliardi di valore, sempre più famiglie prendono in affitto un appartamento come "abitazione principale": sono ormai sei su dieci affitti. "Dal 2010 al 2014 - afferma in una nota Silvia Spronelli, presidente di Solo Affitti che ha curato la ricerca insieme a Nomisma - i canoni d'affitto erano diminuiti del 12,5%, quest'anno registriamo una ripartenza con prospettive migliori per il mercato. Le abitudini degli italiani stanno cambiando e la locazione diventa sempre più una scelta permanente. Molte famiglie, infatti, prendono casa in affitto come abitazione principale, anche per ragioni economiche, orientandosi su ambienti più ampi e confortevoli per i loro bambini". Nonostante l'aumento dei prezzi a livello nazionale sia contenuto, ci sono delle città dove il trend è allarmante, soprattutto se si considera che la dinamica dei salari difficilmente in questo periodo è stata positiva per i lavoratori. Si arriva così a rincari in doppia cifra a Bologna (+11,6%), per poi trovare i casi di Perugia (+9%) e Bari (+8,5%). Oltre la media nazionale l'aumento a Napoli (+6,3%), Genova (+5,5%) e Catanzaro (+5,2%). A Milano, che già nel 2014 aveva anticipato il trend in risalita sotto la spinta dell'Expo, si registra un +2,4%. In alcune piazze tuttavia persiste il segno meno. A Palermo la contrazione più consistente degli affitti: -7,7%. Seguono Potenza e Campobasso (-5% ciascuno), Roma (-2,2%), Trieste (-1,9%) e Trento (-1,2%). Una generale stabilità si rileva ad Aosta (+0,8%), Ancona (+0,1%) e Cagliari (-0,4%). Come si accennava, gli italiani stanno cercando casa in affitto sempre di più con l'esigenza di farne la propria abitazione principale: uno dei riflessi della crisi economica e della divaricazione tra redditi e valori immobiliari, che ha reso impossibile ai più giovani l'acquisto di una casa contando solo sulle proprie buste paga. Senza considerare poi gli effetti del precariato, che ha impedito a molti ragazzi di fare affidamento sul supporto delle banche, che difficilmente hanno concesso mutui a chi fosse sprovvisto di un contratto stabile. Il rapporto di Solo Affitti rileva un significativo cambio dei costumi: "Rispetto all'ultimo anno, le famiglie che prendono in affitto un appartamento come abitazione principale sono aumentate di quasi 10 punti percentuali, dal 50,3% del 2014 al 59,8% del 2015. Il trend è ancora più marcato in città come Palermo e Trento (80% ciascuno), Campobasso (75%) e Roma (70,4%). Sotto la media nazionale Trieste (45%), Milano (49%) e Genova (45%), dove più importante è la richiesta di trasfertisti e studenti. Diminuisce leggermente, a livello nazionale, la quota di richieste di locazione provenienti da lavoratori in trasferta (da 25,1% nel 2014 a 22,6% nel 2015) e studenti fuori sede (da 22,9% a 16,1%)". La tipologia di affittuari che va per la maggiore è quella delle coppie senza figlli (oltre il 405), seguita da quelle con prole (25,8%) e quindi dai single (21,9%). In media ci vogliono poco più di due mesi per trovare casa.   Ecco infine i costi medi: "Per prendere in affitto un appartamento in Italia occorrono mediamente 516 euro, che salgono a 558 euro se l'appartamento è ammobiliato e a 572 se dotato di garage. Milano si conferma anche nel 2015 la città più cara per gli affitti (canone medio di 916 euro) superando Roma (809) di oltre un centinaio di euro. Seguono Firenze (645 euro), Bologna (568 euro), Venezia (566 euro), Napoli (546 euro). Vivere in affitto costa meno che altrove a Potenza (379 euro), Campobasso (381 euro), Perugia (396 euro) e Catanzaro (399 euro)". Quanto alla tassazione, vince ormai la cedolare secca nei confronti della tassazione Irpef, utilizzata ormai in poco più di 1 contratto su 10 nei capoluoghi di regione. Da quest'anno, i contratti di locazione con canone concordato sono diventati i più utilizzati in Italia (dal 37,1% del 2014 al 43,1% del 2015) e superano per la prima volta quelli liberi 4+4, passati dal 39,8% dello scorso anno al 42,1% del 2015.

Europa, record di case sfitte e una su tre è abitata da single

La fotografia di Eurostat nei 28 Paesi dell'Unione: il 17 per cento degli alloggi è vuoto. A Copenaghen i palazzi più vecchi, a Bucarest i più recenti. E il 3 per cento è senza bagni www.repubblica.it/economia/2015/12/12/news/europa_record_di_case_sfitte_e_una_su_tre_e_abitata_da_single-129288397/ ENRICO FRANCESCHINI LONDRA - L'Europa vive in una casa di proprietà, costruita prima della seconda guerra mondiale, con uno o nessun inquilino dentro e in qualche caso senza gabinetto. È la fotografia, non troppo rassicurante, scattata da Eurostat, l'agenzia di statistiche della Ue, sulle abitazioni nel vecchio continente, basata su un sondaggio del 2011. Un'immagine che non dice necessariamente come" viviamo", ma illustra "dove" e già questo fornisce dati su cui riflettere. La maggior parte dei cittadini dell'Unione sono proprietari della residenza in cui abitano, e questo è un segnale positivo. Ma molti alloggi sono disabitati, molti europei vivono soli, la maggioranza delle case ha più di settant'anni e forse bisogno di un restauro - per non parlare della necessità dei servizi igienici per la minoranza, esigua ma pur sempre allarmante, che non li ha. Un'abitazione su sei, in Europa, è disabitata. Il record va al Sud: spesso sono alloggi per le vacanze, dunque "seconde case". L'emergenza abitativa, verrebbe da dire, si potrebbe risolvere più in fretta se le case non occupate venissero date a chi non ne ha. E in tema di alloggi sfitti l'Italia è sul podio. Secondo gli ultimi dati Istat, basate sul censimento del 2011, le case vuote sono oltre 7 milioni, il 22,7%, con picchi del 40% in Calabria e del 50 in Val d'Aosta. Di queste, più di metà sono case vacanza; le altre (2,7 milioni, stima l'Istituto di statistica) sono semplicemente disabitate. Complessivamente, lo stivale è diviso a metà tra chi abita in appartamento (il 50%, contro una media europea del 41,1%) e chi ha scelto una soluzione indipendente o semi-indipendente. Ma non mancano le ombre: il 27,3% degli italiani vive in alloggi sovraffollati, e quasi una persona su 10 sperimenta il disagio abitativo. Guardando ai 28 Paesi dell'Unione, il 70% dei cittadini è proprietario della casa in cui vive, percentuale che sale al 90% o quasi in Romania, Ungheria, Lituania e Slovacchia. L'Italia si colloca poco sopra la media, al 73%. La nazione con più case in affitto è invece la Germania, motore economico della Ue, con il 47 %, seguita dall'Austria (43%). Altro dato illuminante: più di 4 europei su dieci vivono in una casa di proprietà senza mutuo da pagare, cioè l'hanno comprata già tutta (o l'hanno ereditata). Il quinto Paese europeo per numero di case di proprietà è la Gran Bretagna: non a caso qui si dice che "la casa di un inglese è il suo castello". Altro fenomeno di rilievo: quasi un terzo delle case dell'Unione ha un solo inquilino, una fenomeno che cresce al ritmo del 2% all'anno. La capitale della Norvegia, Oslo, è anche la capitale europea di chi vive solo: il 53% degli abitanti. E in Danimarca la percentuale è appena più bassa, il 47%, per scendere al 40 nel resto della Scandinavia e in Germania. La maggioranza di questi europei che abitano in solitudine sono donne. D'altra parte, Londra è la città europea con più case in coabitazione (per forza, con quello che costano); ed è anche la città dove convivono più coppie dello stesso sesso, il 13 per cento. Il primato delle case più vecchie spetta a Copenhagen: il 68 per cento è stato costruito prima del 1946. Risale a prima della guerra anche un terzo delle abitazioni in Danimarca, Belgio e Regno Unito, mentre in Irlanda, Grecia, Spagna, Portogallo e Cipro il 43 per cento è stato eretto dopo il 1980. I più nuovi in assoluto sono i sobborghi di Bucarest, dove il 37% degli alloggi è venuto su dopo il 2000. Ma la Romania ha anche un record meno confortante: il 38% delle abitazioni non ha il bagno. E la toilette manca, in tutta la Ue, in 3 case su cento, una minoranza neanche tanto piccola per il mondo del 2015.

ALLARME DELL'ISTAT 3 MLN DI FAMIGLIE IN DIFFICOLTÀ CON LE SPESE PER LA CASA

Roma -

Le famiglie italiane "in difficoltà" con il pagamento delle spese per la casa sono circa 3 milioni, l'11,7% del totale. E' la stima dell'Istat, secondo cui tanti sono i nuclei familiari che nel 2014 si sono ritrovati in arretrato con il pagamento delle rate del mutuo, dell'affitto o delle utenze domestiche.  I dati emergono dalla documentazione consegnata dall'Istituto di statistica in Parlamento in occasione delle audizioni sulla legge di stabilità, di cui la casa rappresenta uno dei punti chiave. In particolare, si legge nelle statistiche, il 10,2% delle famiglie si è trovata in ritardo con i pagamenti delle bollette per le utenze domestiche; tra le famiglie in affitto il 16,9% si è trovata in arretrato con il pagamento; il 6,3% delle famiglie con il mutuo da pagare si è trovato infine in arretrato con la rata. L'esposizione delle famiglie al ritardo nei pagamenti delle spese per la casa, evidenziano i tecnici dell'Istat, "si associa nettamente all'onerosità delle spese stesse e, in particolare, alla loro incidenza sul reddito disponibile". Infatti, le categorie di famiglie maggiormente interessate dal problema sono quelle del quinto quintile, ovvero della fascia di reddito, più povero (29,2% sono state in arretrato con le spese per la casa, pari a 1 milione e 505mila famiglie) e, più in generale, quelle in affitto (27,6%, 1 milione e 320mila) o quelle gravate da un mutuo per la casa (14,8%, 561mila). Le spese per l'abitazione (condominio, riscaldamento, gas, acqua, altri servizi, manutenzione ordinaria, elettricità, affitto, mutuo) costituiscono infatti una delle voci principali del bilancio familiare. Nel 2014, l'esborso medio di una famiglia per queste spese e' stato di 357 euro mensili, a fronte di un reddito netto (al netto delle poste figurative) di 2.460 euro mensili, con un peso del 14,5%. Le spese risultano più onerose nel Nord (15,2%) e nei comuni centri di aree metropolitane (16,1%).

Roma si racconta con 'stupore': le parole della città e quelle dell'ingegnere

Roma -

Antonello Sotgia. Architetto. Convinto che la "città è opera collettiva per eccellenza", non riesce a darsi una ragione del perché si permetta alla rendita dei "pochi" di cancellare l'abitare dei "molti". Roma si racconta con 'stupore': le parole della città e quelle dell'ingegnere - Blog „ E’ passato più di un anno da quando ho accolto, con piacere, l’invito della redazione ad “animare” questo blog parlando di case e città. Scegliendo come titolo “le parole per dirlo” alludevo proprio alla fatica di raccontare le relazioni che, intrecciandosi tra loro, danno vita all’abitare e quando ci riescono a definire le città. Roma in questo è un campo di ricerca formidabile. A Roma le parole servono perché è anche con loro che si costruiscono le relazioni. A volte (spesso) è difficile trovarle. Domenica 13 settembre una trasmissione televisiva, Speciale TG1 a cura di Alessandro Gaeta, è sembrata riuscirci. Il servizio, che si è avvalso di una splendida quanto raffinata fotografia capace di “misurare” come le ombre di quanto si è costruito si staglino su i tanti vuoti dove si sarebbero dovuti realizzare gli altrettanti i servizi che non sono stati fatti, ha infatti compiuto la propria ricerca assumendo come bussola la parola “stupore”.  Uno stupore con cui guardare Roma. E’ mai possibile che, dopo venti anni d’affitto, tu debba andare a vivere su di una panchina perché il nuovo padrone di casa al termine di un tourbillon finanziario immobiliare ti ha sfrattato perché non paghi da alcuni mesi e, in attesa che il Giudice decida se il tuo affitto è determinato equamente, te ne devi andare sloggiato da poliziotti e carabinieri? (la storia di Giorgio a Talenti). E’ mai possibile che ad anni di distanza manchino scuole e ambulatori, che i parchi promessi siano sterpaglia? (Ponte di Nona) E’ mai possibile che le case si affastellino le une sopra le altre ma per uscire ed entrare a casa propria si debba pagare la “gabella” imposta da un privato che ha fatto (male) una strada che avrebbe dovuto fare il Comune? (Torresina due). E’ mai possibile che funzionari dello Stato debbano pagare il doppio del canone d’affitto perché i costruttori che quelli alloggi hanno realizzato si sono “scordati” di detrarre dai conteggi i soldi pubblici che hanno ricevuto per costruire quelle case? E’ mai possibile che una “guardia” intervistata all’interno del salotto della casa per cui paga un affitto sproporzionato, debba dire che la Prefettura non ha vigilato?  (la vicenda della determinazione dei costi nei piani di zona e del conteggio dei canoni d’affitto al netto dei finanziamenti pubblici). E’ mai possibile che l’ing. Niccolò Rebecchini, Presidente del comitato Promotori  dell’ACER, la potentissima associazione dei costruttori romani, candidamente dichiari “è sempre stato fatto così  all’interno di una situazione amministrativa difficile e delicata (Sic!) che va avanti da trent’anni, le ultime sentenze del Tar hanno dato un’interpretazione alla normativa del tutto nuova rispetto a quella che gli enti pubblici preposti al controllo  hanno applicato” . Un esercizio d’ interpretazione a fronte di quanto sostiene il TAR che in più sentenze ha ribadito come i soldi provenienti da finanziamenti pubblici relativi ai piani di zona non possono concorrere alla determinazione di costi di vendita o a quelli del canone d’affitto. Siamo in tanti a cercare le parole per dire come le città sono state fatte e come vorremmo che si trasformassero. A partire da come le abitiamo. L’imperturbabile ingegnere dell’ACER neanche ha fatto lo sforzo di cercarle. Le aveva belle e pronte: quelle della rendita e del profitto, del cemento e della devastazione. Il vocabolario che ci ha dato la città in cui siamo costretti a vivere. “

PERIFERIA ROMANA: RIDATECI QUELLO CHE CI AVETE TOLTO, MANIFESTAZIONE A PONTE DI NONA SABATO 19

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Mancanza di lavoro, carenza dei servizi essenziali e abbassamento della qualità di quelli esistenti hanno determinato una società basata sulla diseguaglianza crescente, sulla ricerca del profitto e sulla corruzione. Le tante chiacchiere sulla legalità non hanno fermato la rapina delle risorse pubbliche da parte degli speculatori privati. ASSESSORE SABELLA DOVE SEI? LA PERIFERIA ROMANA SI RIBELLA: RIDATECI QUELLO CHE AVETE TOLTO E CHE ASPETTA DI DIRITTO AGLI ABITANTI DEL QUARTIERE: - IL PUNTO VERDE QUALITA' - IL CENTRO ANZIANI - L'APERTURA DEGLI ASILI NIDO TENUTI CHIUSI - LA GESTIONE DEGLI SPAZI SPORTIVI E DEL VERDE PUBBLICO DA PARTE DEI DISOCCUPATI DEL QUARTIERE. PER LA DIGNITA' E IL RISPETTO PER LA PERIFERIA MANIFESTAZIONE A PONTE DI NONA SABATO 19 ORE 10,00DA PIAZZA DEL LOTTO 5 A VIA DELLA RISERVA NUOVA Carovana delle Periferie, Lista disoccupati VI Municipio, Ass.ne Culturale Nuova Umanità, ANPI VI Municipio, ASIA-USB

DIRITTO. ASSURDA SENTENZA DELLA CORTE DI CASSAZIONE. Sfratti: legittima la convalida anche se la dichiarazione del locatore che la morosità persiste non è vera

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Sfratti: legittima la convalida anche se la dichiarazione del locatore che la morosità persiste non è vera FONTE: www.ilquotidianodellapa.it/_contents/news/2015/settembre/1441525325338.html Niente appello se c'è l'attestazione. I principi sanciti dalla Suprema Corte nella sentenza pubblicata il 3 settembre 2015 n. 17582. Sfratti, un tema caldo in questo periodo di crisi nel quale molto spesso le famiglie non riescono a pagare a fine mese il canone di locazione e gli arretrati aumentano rendendo sempre più difficile riuscire a saldare il pregresso ed evitare di finire in Tribunale per la convalida dello sfratto per morosità. Vicende comuni a molti che vedono impegnata anche la Corte di Cassazione. In particolare, la vicenda affrontata dalla Corte riguarda una sentenza della Corte di Appello che aveva dichiarato inammissibile l'appello proposto dal conduttore di un immobile contro l'ordinanza di convalida di sfratto per morosità. L'inquilino ricorreva in Cassazione in quanto, a suo dire, la dichiarazione del locatore sulla persistenza della morosità era contraria al vero e, quindi, l'ordinanza di convalida dello sfratto sarebbe stata emessa in mancanza dei presupposti di legge con conseguente sua impugnabilità davanti alla Corte di Appello. Di diverso avviso è la Suprema Corte di Cassazione, Sezione Sesta, che con la sentenza pubblicata il 3 settembre 2015 (udienza 11.6.2015) n. 17582 ha rigettato il ricorso affermando che il presupposto speciale per l'emissione dell'ordinanza di convalida di sfratto intimato per il mancato pagamento dei canoni, ai sensi dell'art. 663 ultimo comma c.p.c., non è l'obiettivo persistenza della morosità, ma è la semplice attestazione in giudizio da parte del locatore o del suo procuratore che la morosità persiste.  Da tale premessa consegue che la convalida è illegittima solo se emessa in assenza di tale attestazione, restando irrilevante la circostanza che essa sia in ipotesi non veritiera, perché emessa in difetto del presupposto della mora (presupposto che peraltro è incontrollabile nella sede sommaria in assenza dell'intimato il quale soltanto potrebbe contestare l'affermazione del locatore e dimostrare che la morosità non sussiste). Aggiunge, infine, la Corte che solo in mancanza dell'attestazione l'ordinanza di convalida dello sfratto - pur essendo in linea di principio impugnabile solo con l'opposizione tardiva (art. 668 C.p.c.) - è soggetta al normale rimedio dell'appello, poiché in tal caso la si ritiene emessa in difetto di uno dei presupposti di legge, quindi equiparabile ad una sentenza, anche ai fini dell'impugnazione. Fonte: Corte di Cassazione Enrico Michetti La Direzione (6 settembre 2015) © RIPRODUZIONE CONSENTITA Italian Open Data License 2.0 (indicazione fonte e, se possibile, link a pagina)

"Finalmente in balcone, dopo 5 anni di reclusione!": l'atteso regalo al ragazzo disabile

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Da anni non esce di casa, perché abita al 7° piano di una casa popolare e la sua carrozzina non entra in ascensore. Ma neanche in terrazzo, perché la portafinestra era troppo stretta. Ieri, il “dono” di una ditta edile: “In due ore hanno allargato la finestra e mio figlio ha sentito di nuovo il vento sulla pelle!” 31 luglio 2015Da Redattore Sociale.http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/488579/Finalmente-in-balcone-dopo-5-anni-di-reclusione-l-atteso-regalo-al-ragazzo-disabile ROMA – “Oggi è un giorno importante: mio figlio è uscito in terrazzo a prendere una boccata d'aria e di sole”: sembra una notizia di poco conto, quasi una presa in giro, quella che ieri Chiara Bonanno voleva “urlare a tutto il mondo”, partendo da un post su Facebook. Ma per lei e per suo figlio, gravemente disabile, ha il sapore della magia, o del miracolo: “Erano cinque lunghissimi anni che non usciva dalla sua stanza – ci racconta – Murato vivo in una casa in cui non poteva neanche raggiungere il balcone, perché la portafinestra era troppo stretta per la sua carrozzina”. Ieri, finalmente, quella portafinestra  si è allargata, grazie all’impegno di Michelangelo e Stefano e due ore di lavoro volontario di Emanuele, che ha offerto gratuitamente la manodopera della sua ditta edile, “regalando finalmente a mio figlio il piacere del vento sulla pelle”. Un piacere semplice, che però a lui era negato da tempo, per via di una serie di complicazioni burocratiche e diritti mancati.  L’ascensore troppo stretto, la portafinestra anche. “Abitiamo a Roma, al settimo piano di una casa popolare: l'ascensore era piccolo anche quando mio figlio stava meglio ma, smontando la carrozzina e rannicchiandogli le gambe riuscivamo ad usarlo – racconta Chiara - Poi Simone è cresciuto e con la crescita l'aggravamento: dopo un lungo ricovero sono finalmente riuscita a riportarlo a casa, pensavo che non sarebbe sopravvissuto a lungo. Così per due anni, con mio figlio ormai allettato, non ho avuto nemmeno il tempo per pensare che da quella stanza sarebbe mai potuto uscire. Poi per fortuna le sue condizioni, pur rimanendo gravissime, si sono stabilizzate ed allora ho cominciato a prendere consapevolezza che mio figlio da due anni non metteva il naso fuori: nemmeno in terrazzo, perché la sedia a rotelle non passava dalla portafinestra. Non parliamo dell'ascensore, in cui la sedia a rotelle ormai da adulto non entra proprio: le poche volte che ha dovuto fare una visita in ospedale, siamo stati costretti ad usare l'imbragatura dei barellieri dell'autoambulanza per farlo uscire di casa!”.   “Condannato all’isolamento come un criminale, ma senza processo”. Così, Chiara ha iniziato al sua battaglia. “ho iniziato a chiedere un cambio abitazione – racconta - A Roma non c'è modo di cambiare abitazione popolare se non attraverso un privato accordo tra due coinquilini. Ma ogni volta che trovavo qualcuno a pianoterra disposto a un cambio, intuita la mia estrema necessità, mi chiedeva una buonuscita sottobanco: soldi che io non avevo ne sarei mai riuscita a rimediare”. Così, sono passati gli anni e “mio figlio è rimasto murato vivo nella sua stanza, condannato all’isolamento come un criminale pericoloso, senza neppure aver subito un processo. Finché Michelangelo, del sindacato inquilini, si è affiancato alla mia battaglia: mi ha suggerito di cominciare a chiedere che almeno rendessero la casa dove vivevamo più accessibile. In questo ha coinvolto Stefano – continua Chiara - un collaboratore dell'assessorato ai servizi sociali, che mi ha supportato nell'iter burocratico. Ma la cosa andava per le lunghe, la spesa era troppo alta e le difficoltà enormi. Mentre io avrei voluto regalare a mio figlio il primo raggio di sole dopo anni per il suo compleanno, a metà del mese di luglio. Ma ormai avevo perso le speranze”.  Il regalo di compleanno della ditta edile “volontaria”. A riaccenderle è stata la ditta dei fratelli Germani, che “ci ha fatto questo regalo prezioso: ieri in due ore hanno allargato la portafinestra quel tanto che bastava per far passare la carrozzina. E lo hanno fatto con una delicatezza unica, facendo di tutto per recare meno disagio a mio figlio, evitando il più possibile polvere e il rumore. Appena hanno finito, ho portato mio figlio in terrazzo: non gli è sembrato vero sentire il vento sulla pelle ed il sole scaldargli le gambe e le braccia. Perfino quel caldo, di cui oggi tutti si lamentano, per lui è stato un piacere! A me sembra ancora un sogno. Ci vuole così poco per rendere almeno un po’ più semplice la vita dei nostri figli. Eppure, quel poco è tanto difficile da ottenere”. Per questo, proprio Chiara è tra i promotori del ricorso che denuncia all'Onu le “gravi violazioni dei diritti umani delle persone con disabilità ed i loro famigliari caregiver da parte del governo italiano. Stiamo raccogliendo le adesioni e i contributi, per coprire le spese legali: manca poco, speriamo proprio di farcela! E colgo l’occasione per invitare tutti a condividere questa battaglia fondamentale per i diritti dei nostri figli. E per questo passo fondamentale verso la civiltà”. (cl)

Istat, scendono i prezzi delle case. Codacons: "Colpa del calo-mutui"

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Rispetto al 2010 la perdita di valore del mattone italiano raggiunge il 13,7%. Quello del primo trimestre è il quattordicesimo calo congiunturale, ma per la prima volta il nuovo si svaluta più dell'usato MILANO - Il 2015 si apre con la conferma dell'andamento al ribasso dei prezzi delle abitazioni, che dura da oltre tre anni. Lo confermano i dati Istat, secondo i quali nel primo trimestre dell'anno l'indice dei prezzi delle abitazioni diminuisce dello 0,7% rispetto al trimestre precedente e del 3,4% rispetto allo stesso periodo del 2014. Dati che aggiornano l'emorragia di valore del mattone italiano: con questa contrazione, la diminuzione rispetto al 2010 raggiunge il -13,7%. Alla riduzione concorrono sia le abitazioni esistenti, i cui prezzi, nello stesso periodo, sono scesi del 18,6%, sia le nuove per le quali si registra una variazione negativa dell'1,5%, spiega l'Istat. Si tratta dell'indice dei prezzi delle abitazioni (Ipab) acquistate dalle famiglie sia per fini abitativi sia per investimento. Come accade dagli inizi del 2013, rileva l'Istat, anche nel primo trimestre dell'anno in corso la diminuzione tendenziale è dovuta sia ai prezzi delle abitazioni esistenti (-3,8%) sia a quelli delle abitazioni nuove (-2,0%). Come risultato di questi andamenti, il differenziale in valore assoluto tra la variazione tendenziale dei prezzi delle abitazioni esistenti e quella delle nuove si riduce a 1,8 punti percentuali, il minimo - sottolinea l'Istituto di statistica - da quando è possibile calcolare la relativa serie storica. Anche il dato congiunturale conferma il quadro di generale ribasso dei prezzi. Quello registrato nel primo trimestre 2015 è infatti il quattordicesimo calo congiunturale consecutivo (rispetto cioè al trimestre precedente) e per la prima volta - rileva sempre l'Istat - è il risultato di una diminuzione dei prezzi delle abitazioni nuove (-1,0%) più ampia di quella delle abitazioni esistenti (-0,5%). I dati sono commentati dal Codacons, secondo il quale la dinamica negativa "è determinata dal crollo nelle erogazioni dei mutui alle famiglie da parte delle banche. Negli ultimi anni - prosegue il Codacons - i mutui per acquisto di abitazioni concessi dagli istituti di credito solo calati del 72%, passando dai 62,7 miliardi di euro del 2007 ai 17,6 miliardi di euro del 2013. Nell'ultimo periodo si è registrata una lieve inversione di tendenza, ma questa appare del tutto insufficiente a far riprendere il mercato immobiliare. Proprio il crollo delle erogazioni di mutui ha portato ad una forte riduzione delle compravendite con conseguenze sui prezzi delle abitazioni, in netto calo negli ultimi anni", afferma ancora l'associazione dei consumatori. "In Italia è sempre più difficile acquistare una casa, anche se i prezzi scendono - denuncia il presidente Carlo Rienzi - Questo perché i mutui non vengono più concessi e la loro erogazione è sottoposta ad un percorso a ostacoli impossibile da sostenere specie per le giovani coppie, i single o chi non dispone di garanzie sempre più elevate richieste dalle banche".

Sfratti, dati del 2014: pubblicata relazione dall’Ufficio Centrale di Statistica del Ministero dell’Interno.

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I dati che riportiamo, rilevati dal Ministero dell'Interno, si commentano da soli. Aumentano le sentenze di sfratto (+5%), le richieste di esecuzione (+14,6%) e gli sfrati eseguiti (+13,5) rispetto al 2013. Negli ultimi cinque anni le richieste di rilascio degli alloggi sono aumentate vertiginosamente (+45%) a dimostrazione del completo fallimento delle politiche portate avanti dai governi degli ultimi anni e dell'inutilità del piano casa varato nel 2014 dal ministro Lupi e dal governo Renzi. Pubblicato on line sulla pagina web dell’Ufficio Centrale di Statistica del Ministero dell'Interno, l’aggiornamento 2014 della pubblicazione “Gli sfratti in Italia: andamento delle procedure di rilascio di immobili ad uso abitativo”. Il rapporto contiene un riepilogo dei dati nazionali di rilascio di immobili ad uso abitativo, le richieste di esecuzione presentate all’ufficiale giudiziario e gli sfratti eseguiti con l’intervento dell’ufficiale giudiziario nel corso dello scorso anno, nonché una disaggregazione annuale delle informazioni suddivise per regioni e per province, con particolare riguardo al comune capoluogo.  Viene, inoltre, fornita un’analisi dettagliata dei dati relativi alle province dei grandi comuni (con popolazione superiore ai 250.000 abitanti): Torino, Milano, Venezia, Verona, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Catania e Palermo, che da sole raccolgono circa il 41% dei provvedimenti di rilascio emessi, nell’anno, in tutto il territorio nazionale. L’elaborato contiene, inoltre, per ciascuna sezione, una serie storica dei dati dal 2005 al 2014, i quali confermano gli elementi di disagio abitativo già rilevati negli ultimi anni. 1.1 – Analisi delle procedure di rilascio di immobili ad uso abitativo in Italia nell’anno 2014I provvedimenti esecutivi di rilascio di immobili ad uso abitativo emessinell’anno 2014 ammontano, in totale, a 77.278 di cui:- 3.433 per necessità del locatore- 4.830 per finita locazione- 69.015 per morosità e altra causa Il quadro della ripartizione territoriale del fenomeno evidenzia che i titoli esecutivi emessi nei soli capoluoghi di provincia, pari a 39.469, costituiscono il 51,1% del totale nazionale. Nel periodo in esame, le richieste di esecuzione presentate all’Ufficiale Giudiziario sono 150.076 e gli sfratti eseguiti con l’intervento dell’Ufficiale Giudiziario ammontano a 36.083.Il raffronto con i dati riferiti all’anno 2013 evidenzia per i provvedimenti di sfratto emessi un incremento in Italia del +5%. Tale incremento risulta più rilevante in Molise (+86,1%), Puglia (+57,9%), Marche (+37,2%), Trentino Alto Adige (+32,2), Sardegna (+23,5%), Liguria (+19,6%) e Abruzzo (+17%). Al contrario una flessione si è registrata in Basilicata (-32,3%), Sicilia (-23,3%), e Emilia Romagna (-11%).Anche per le richieste di esecuzione presentate all’Ufficiale Giudiziario e per gli sfratti eseguiti con l’intervento dell’Ufficiale Giudiziario il rapporto con l’anno 2013 fa registrare un incremento, a livello nazionale, rispettivamente del +14,6% e del +13,5%. Dall’analisi dei dati riferiti ai provvedimenti di sfratto emessi nell’anno 2014 emerge che il maggior numero di questi si concentra in Lombardia con 14.533 provvedimenti (pari al 18,8% del totale nazionale), seguita dal Lazio con 9.648(pari al 12,5%), dal Piemonte con 8.256 (10,7%), dall’Emilia Romagna con 6.800(8,8%), dalla Puglia con 6.131 (7,9%), dalla Toscana con 6.117 (7,9%) e dalla Campania con 5.855 (7,6%). Per quanto concerne le richieste di esecuzione presentate all’Ufficiale Giudiziario la regione che in assoluto presenta il valore più elevato nell’anno 2014 è la Lombardia con 51.891 richieste (pari al 34,6% del totale nazionale); seguono, a distanza, l’Emilia Romagna con 20.750 (13,8%), il Lazio con 13.251 (8,8%) e la Toscana con 12.222 (8,1%). La regione che presenta il maggior numero di sfratti eseguiti con l’intervento dell’Ufficiale Giudiziario è la Lombardia con 6.640 sfratti eseguiti (pari al 18,4% del totale nazionale), seguita dall’Emilia Romagna (n. 5.472, pari al 15,2%), dal Lazio (n. 3.503, pari al 9,7%), dalla Toscana (n. 3.323, pari al 9,2%), dal Veneto con 2.682 (7,4%), dalla Campania con 2.631 (7,3%) e dal Piemonte con 2.345 (6,5%).

“Giubiliamo Roma”

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“Capitale infetta, nazione corrotta”, il famoso titolo del settimanale il Mondo negli anni sessanta, sembra incombere ancora come una nemesi su Roma, la città capitale che da troppo tempo deve convivere con la sua anomala dimensione. Capitale politica del paese, ma anche sede dello Stato del Vaticano, imprigionata dalla rendita speculativa, obiettivo sistematico di appetiti famelici. La notizia “bomba” è che il governo intende di fatto commissariare il Comune di Roma pur mantenendo al suo posto Marino e la sua Giunta. Un “commissario straordinario” di nomina governativa dovrebbe infatti affiancare il Sindaco per il Giubileo che inizia a dicembre e durerà fino al prossimo anno. Il sindaco Marino sembra non abbia affatto gradito. Una ennesima e contraddittoria furbata che ci dice due cose molte precise: a) al di là delle dichiarazioni il governo Renzi non si fida più del consiglio comunale e della giunta che lo presiede; b) il Vaticano è intervenuto a gamba tesa per assicurare che i contraccolpi di Mafia Capitale non disturbino l'evento del prossimo Giubileo. Insomma gli affari sono affari e la Cattedra di Pietro – altro vero governo ombra della Capitale – non può farsi condizionare dalle “miserie” umane e della politica. La decisione di commissariare de facto Roma, suona a conferma di quanto abbiamo scritto e denunciato sin da dicembre, quando scattarono i primi arresti per l'inchiesta Mafia Capitale. Allora, in completa solitudine, e tra la riluttanza e l'ostilità della sinistra capitolina, affermammo che era opportuno lo scioglimento del consiglio comunale, l'azzeramento dell'apparato dirigenziale comunale e le dimissioni della Giunta. Per motivi giudiziari i primi due, per buonsenso politico la seconda. La seconda ondata di arresti – che ha azzannato la carne del consiglio comunale e della dirigenza del Comune di Roma ancora più in profondità – rende quella presa di posizione ancora più doverosa. Dalle carte giudiziarie emerge che il saccheggio delle risorse pubbliche, iniziato con le "giunte del sindaco" nel 1993, ha avuto il suo apice durante la giunta Alemanno, la giunta della destra “de panza e de governo” e dei forchettoni neri. Ma l'avvento della Giunta Marino e del nuovo consiglio comunale, non ha avuto il coraggio della discontinuità. Un sistema – o meglio - “il sistema” era quello e in nome delle continue emergenze sociali alimentate strumentalmente dal sistema stesso (dall'accoglienza per i migranti a quella abitativa, dai campi rom all'igiene urbana), si è proceduto a mantenere i rapporti pre-esistenti senza scalfire gli interessi privati consolidati e le relazioni con i personaggi che da anni gestiscono il malloppo. Quando la giunta Marino ha compreso di essere anche sotto il “fuoco amico” di settori del Pd romano (definiti pericolosi dalla stessa indagine interna svolta da Barca) oltre che di quelli della destra, ha pensato che fosse sufficiente portare i documenti alla Procura di Roma, perseguendo una idea della legalità piuttosto schematica ma indicatrice del personaggio. Non solo. Quando il governo, in cambio del sostegno politico al sindaco, ha preteso il rispetto del Patto di Stabilità con un bilancio comunale lacrime e sangue, la giunta Marino si è adeguata, anzi ha fatto più di quanto richiesto, andando all'assalto dei lavoratori comunali e dei servizi sociali con tagli dolorosi e arroganza. Dentro questa contraddizione, resa ancora più pesante dagli sviluppi dell'inchiesta su Mafia Capitale, si è palesato ancora più nitidamente quello che andavamo dicendo da mesi: il consiglio comunale e l'apparato dirigenziale del Comune sono pervasi dal sistema corruttivo e la Giunta Marino non può sottrarsi dalle proprie responsabilità politiche nè trincerarsi dietro il dogma della legalità che troppo spesso entra in contrasto con le esigenze di giustizia sociale. Dunque il consiglio comunale va sciolto, gli apparati dirigenziali del Comune vanno azzerati e ripuliti e la giunta sarebbe opportuno che rassegnasse le dimissioni, convocando nuove elezioni invece di farsi arrostire sulla graticola dalla destra in attesa di un commissariamento d'ufficio che infatti è arrivato, seppure nelle forme spurie inventate dal governo e dal Pd. A complicare questo scenario, di per sè già complicato e avvelenato, è arrivata poi il colpo d'ala del Vaticano che ha convocato un “Giubileo straordinario” per il 2016, con nove anni di anticipo sulla sua convocazione naturale (ogni 25 anni). Una decisione effettivamente curiosa che si presta a moltissime “dietrologie”, ma che ha imposto un convitato di pietra sulla Capitale. Il Giubileo è infatti un grande evento che porta milioni di persone a Roma, e quindi soldi, appalti, servizi e quant'altro. E di fronte ai grandi eventi scatta nuovamente il meccanismo emergenziale che facilita operazioni ad alzo zero. E' bene sapere che a Roma non incombe la Chiesa Cattolica ma incombe lo Stato del Vaticano, ossia un soggetto con un peso specifico immensamente superiore a quello di un presidio religioso. Arrivare al Giubileo senza una giunta legittimata e con pieni poteri di programmazione e decisione, era un buco che l'establishment, laico o religioso che sia, non poteva permettersi. La decisione del governo di affiancare un commissario straordinario al sindaco Marino, privandolo quindi di tale incarico, è la quadratura del cerchio. Mette la camicia di forza alla giunta comunale difendendola dagli attacchi ma legandole le mani, spiana la strada alle soluzioni rapide nell'affidamento degli appalti e dei servizi per il Giubileo. Insomma, far volare un pò di stracci ma mettere al riparo il Mondo di Sopra con una sorta di indulgenza plenaria sul verminaio rivelato da Mafia Capitale. Pensiamo che questa operazione non abbia nulla da spartire con le esigenze popolari taglieggiate sia dalle reti di affaristi, malavitosi, piddini corrotti e fascisti di Mafia Capitale sia dalle misure antipopopolari previste dal Patto di Stabilità che la giunta ha voluto imporre a tutti i costi. Senza una rottura frontale con gli interessi privati e le privatizzazioni che hanno devastato da anni la città, non c'è soluzione accettabile. Neanche quella di una città amministrata dalla magistratura. Questo è quanto chiederà l'assemblea popolare convocata per lunedi pomeriggio in Campidoglio dal M5S e dai comitati delle periferie che rappresentano la maggioranza della popolazione di Roma, quella più sacrificata e taglieggiata da un intero sistema. Se non c'è questa rottura, non ci saranno sconti per nessuno, e non c'è indulgenza plenaria che tenga. 

CAROVANA DELLE PERIFERIE e M5S: sciogliere subito il Consiglio Comunale per infiltrazioni malavitose, assemblea lunedì 15.

Roma -

Mafiacapitale: Lunedì 15 giugno ore 17.00 ASSEMBLEA in piazza del Campidoglio Il Consiglio Comunale, la Giunta e l’amministrazione comunale sono attraversate da relazioni affaristiche e malavitose che hanno fortemente inquinato la gestione dei servizi sociali della nostra città. In questo intreccio sono fortemente implicati personaggi di primo piano sia dei partiti del centro sinistra che di quelli del centro destra, in una relazione perversa che non bada ad altro che agli affari ed alle posizioni di potere. Per questo ne chiediamo l’immediato scioglimento e l’indizione di nuove elezioni. Nessuno può affermare che si tratti di episodi marginali o di ambienti di secondo ordine. Il cuore del sistema politico della nostra città è fortemente inquinato da una modalità di gestione del potere di tipo mafioso che non ha neanche bisogno di mostrarsi in forma coercitiva e violenta. Esso infatti non trova ostacoli ma piuttosto una predisposizione alla corruzione da parte di tutti gli apparati, sia politici che amministrativi. Una disponibilità diffusa a ricevere mazzette e a spostare quote di bilancio da un capitolo all’altro. In occasione della prima tranche di arresti la giunta Marino rivendicò la propria estraneità da Mafia Capitale e sostenne la necessità di continuare nel governo della città per favorire una vera opera di rinnovamento. In realtà nei mesi successivi non solo non abbiamo assistito a nessun vero segnale di inversione di rotta, ma abbiamo anche dovuto subire l’approvazione di un bilancio lacrime e sangue per la parte già sofferente della città: le periferie, i settori popolari e diverse categorie di lavoratori. I forti tagli ai servizi e l’abbandono della cintura periferica sono stati il segno più evidente che la giunta Marino intendeva proseguire speditamente sulla strada della consegna della città nelle mani dei privati, senza nessun serio ravvedimento circa le modalità di gestione dei servizi che hanno favorito l’infiltrazione malavitosa. Il rinnovamento avrebbe potuto riguardare almeno l’ambito amministrativo, visto che sul piano delle politiche sociali Marino ha deciso di seguire la linea renziana. E invece si scopre, con la nuova ondata di arresti, che la macchina del Comune continua ad essere fortemente infiltrata da una fitta rete di soggetti che operano con lo stesso sistema di sempre. Da Veltroni ad Alemanno ed ora a Marino il sistema non cambia, ma si perpetua impunemente. I piccoli ritocchi alla compagine di giunta non hanno prodotto alcun cambiamento sensibile, sono stati una foglia di fico utile a consentire che tutto restasse inalterato. Il sindaco di fronte a queste evidenze dovrebbe dimettersi per evitare di continuare a garantire la continuità di un sistema che è marcio. La Commissione d’Inchiesta nominata dal Prefetto dovrà rendere PUBBLICA, il giorno 15 giugno, la relazione su Mafia Capitale: la città ha diritto di sapere. Carovana delle Periferie Movimento Cinque Stelle

Barricati nel Palazzo. Intervista a Wu Ming 4 su lotte e repressione a #Bologna

Bologna -

“Sia la politica che la classe dirigente senza risposte a questa crisi sociale” Intervista a Wu Ming 4, del collettivo di scrittori vicini alla protesta (Repubblica – Bologna, 27/05/2015) di Michele Smargiassi «Colpisci duro e poi corri a rinchiuderti in casa per la paura. È un’immagine emblematica». Wu Ming 4, uno degli scrittori “senza nome” del collettivo di scrittura bolognese da sempre vicino alla protesta sociale (due giorni fa il loro reading pubblico sotto i portici, in solidarietà con gli sgomberati di Eat the Rich) osserva la fotografia del cordone di polizia schierato in tenuta antisommossa davanti a Palazzo d’Accursio. E commenta: «Un luogo pubblico, il luogo pubblico per eccellenza, sbarrato e separato dalla città. Questa è la visualizzazione plastica di un’amministrazione che reprime la protesta ma la teme, di una classe dirigente che non sa risolvere la crisi sociale eppure ne ha paura e spera che le cose si risolvano da sole, con un po’ di proclami». Non è una dimostrazione di forza, «Sanno benissimo di non essere in grado di affrontare la contingenza storica. L’accusa di miseria intellettuale che rivolgono ad altri nasconde solo la loro miseria politica. Poi c’è chi si vende meglio e chi si vende peggio…». R: Occupazioni, sgomberi, scontri. Cosa sta accadendo a Bologna: cresce il conflitto sociale, o cresce solo l’agitazione politica? WM4: «Entrambe le cose. La crisi colpisce duro anche in una regione ricca, è inevitabile che i problemi sociali esplodano anche qui. Ma se a fronte di problemi sociali ancora ben gestibili c’è una reazione isterica e paranoica del potere costituito, le cose precipitano anche politicamente». R: Non sarà invece che, proprio perché vengono agitati politicamente, i problemi sociali diventano ingestibili? WM4: «Non prendiamoci in giro, i collettivi che aiutano certe lotte e certe occupazioni non sono mica marziani piovuti da chissà dove, non sono orde di barbari invasori, non inventano loro i problemi. Hai due scelte, puoi affrontare i problemi che loro ti mettono sotto gli occhi, oppure buttarla giù come fa Merola, viva gli sgomberi, viva la magistratura… Far passare i problemi reali come deliri ideologici è il rifugio degli incapaci politici, quelli che pensano che eliminando chi protesta si cancellino le cause della protesta». R: Non sono due cose diverse, le proteste sociali dei senza casa e le proteste tutte politiche dei collettivi? WM4: «Fare questa distinzione è da sempre una posizione di destra, infatti è l’impostazione di questa amministrazione. Due giorni fa a Barcellona ha vinto Ada Colau che è l’ex portavoce delle vittime dei mutui, una che le botte le ha prese… C’è una nuova sinistra in Europa che va da un’altra parte, e il Pd non lo capisce». R: Lasciare per strada una famiglia con bambini non è la stessa cosa che lasciare senza sede un collettivo studentesco, o no? WM4: «Prima le donne e i bambini? Invece gli studenti li manganelliamo? È una stupidaggine, non stiamo parlando di un maremoto, di una catastrofe naturale, è un problema sociale non avere un tetto sulla testa come uno spazio per la socialità, un problema che riguarda tutti, e il tentativo di distinguere l’una dall’altra è retorico perché poi la soluzione materiale concreta questa politica non la dà né ai primi né ai secondi, infatti le donne e i bambini in mezzo alla strada ci sono ancora». R: E se, come a Milano, si scatenasse la guerra fra gli ultimi e i penultimi? Fra assegnatari di case popolari e occupanti abusivi? WM4: «Ma proprio se non ti poni prima il problema di avere soluzioni, ti trovi in casa la guerra tra poveri. Si continua a parlare di cattivi maestri e di cattivi discepoli, ma è per far passare il tempo, perché in fondo l’obiettivo è questo, far passare il tempo in una tragica parodia della tolleranza zero di Rudolph Giuliani… Già Cofferati l’aveva fatto, questa dunque è la parodia della parodia, è la prova del drammatico problema di analfabetismo politico attuale». R: Imbrattare le statue è una risposta politica più intelligente? WM4: «Questa domanda confonde giornalisticamente le questioni di fondo con i fenomeni correlati. La verità è che quando vivi un tempo durissimo di povertà che bussa, quella che viene da fuori e quella nostra, quando hai davanti persone che ti chiedono un tetto sulla testa, una mensa popolare, o spazi di ritrovo e di socialità dove non devi pagare un biglietto a prezzi di mercato, se la risposta è sgombero tutti e manganellate, è chiaro che succede questo. Certo, spruzzare una statua non è una risposta politica costruttiva, è un gesto di stizza, ma di cosa stiamo parlando? Delle vernici o dei problemi?» R: Un pezzo di Bologna intellettuale sembra chiedere meno soluzioni muscolari, più dialogo e abbassamento dei toni, penso alla petizione contro gli “obblighi di dimora” per quelli di Hobo, come lo interpreta? WM4: «È grottesco l’obbligo di dimora, un provvedimento cautelare a carico di persone che devono ancora essere processate, per le quali dovrebbe valere la presunzione di innocenza, e la cui pericolosità sociale è tutta da dimostrare, visto che tutto quello che potrebbero rischiare è di aggravare la loro posizione… Molti l’hanno capito, il sindaco no, parla di “miseria intellettuale” degli occupanti, ma al momento vedo che i cosiddetti intellettuali non stanno dalla sua parte. Del resto ormai hanno da tempo disertato lui e il suo partito».

INCOSTITUZIONALITA' DELL'ART. 5 DEL DECRETO CASA RENZI/LUPI. QUELLO CHE SCRIVEVAMO UN ANNO FA.

Roma -

INTERVENTO DELL'AVV. VINCENZO PERTICARO Roma – mercoledì, 21 maggio 2014 PROFILI DI INCOSTITUZIONALITA’ DELL’ART. 5 DEL DECRETO LEGGE N. 47 DEL 28 MARZO 2014 (DECRETO LEGGE RENZI-LUPI). Secondo quanto statuito dall’art. 5 del D.L. n.47 del 28 marzo 2014, “Chiunque occupa abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza né l’allacciamento a pubblici servizi in relazione all’immobile medesimo e gli atti emessi in violazione di tale divieto sono nulli a tutti gli effetti di legge”. Appare di tutta evidenza che la ratio di tale norma è quella di voler reprimere fattispecie delittuose riconducibili alla sfera di applicazione dell’art. 633 c.p., a norma del quale “Chiunque invade arbitrariamente terreni o edifici altrui, pubblici o privati, al fine di occuparli o di trarne altrimenti profitto, è punito, a querela della persona offesa, con la reclusione fino a due anni o con la multa da  € 103,00 ad € 1032,00”. A ben vedere, dall’art. 5 del richiamato D.L. emerge come intento prioritario del legislatore sia esclusivamente quello di reprimere le condotte criminose de quibus, sacrificando diritti fondamentali della persona costituzionalmente garantiti, primo fra tutti quello all’integrità fisica tutelato dall’art. 32 della nostra Carta Costituzionale. Una tale disposizione si appalesa oltremodo illegittima se si tiene conto della circostanza che lo stesso legislatore penale ha previsto, all’art. 54 c.p., la non punibilità di “chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona”, introducendo, in tal modo, una causa di giustificazione definita come “stato di necessità”. Secondo un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 54 c.p., nel concetto di “danno grave alla persona”, debbono essere ricompresi tutti quei diritti astrattamente riconducibili all’alveo dell’art. 2 Cost. ed indispensabili per la tutela della persona umana come, nel caso che ci occupa, il diritto ad una abitazione la cui funzione è quella di impedire che un soggetto possa essere limitato dalla violazione di un altro diritto, primi fra tutti la vita e l’integrità fisica. Tutto ciò trova, peraltro, pieno riscontro in numerosi pronunciamenti degli Ermellini. Difatti, con la sentenza n. 24987/2011 Cass. Pen., è stato ritenuto che“Ai fini della sussistenza dell'esimente dello stato di necessità previsto dall'art. 54 c.p., rientrano nel concetto di "danno grave alla persona" non solo la lesione della vita o dell'integrità fisica, ma anche quelle situazioni che attentano alla sfera dei diritti fondamentali della persona, secondo la previsione contenuta nell'art. 2 Cost.; e pertanto rientrano in tale previsione anche quelle situazioni che minacciano solo indirettamente l'integrità fisica del soggetto in quanto si riferiscono alla sfera dei beni primari collegati alla personalità, fra i quali deve essere ricompreso il diritto all'abitazione in quanto l'esigenza di un alloggio rientra fra i bisogni primari della persona.”. Ed ancora, è la sentenza n.13.09.2011 n° 33838 Cass. Pen.a precisare che “L'illecita occupazione di un bene immobile è scriminata dallo stato di necessità conseguente al danno grave alla persona, che ben può consistere, oltre che in lesioni della vita o dell'integrità fisica, nella compromissione di un diritto fondamentale della persona come il diritto di abitazione, sempre che ricorrano, per tutto il tempo dell'illecita occupazione, gli altri elementi costitutivi, e cioè l'assoluta necessità della condotta e l'inevitabilità del pericolo”. Orbene, alla luce di quanto fin qui esposto, non può non riscontrarsi come la previsione dell’art. 5 del D.L. n.47 del 28 marzo 2014, mirando a reprimere le condotte contra jus di chi occupa abusivamente un immobile,si presti a ledere molteplici diritti fondamentali costituzionalmente garantiti a tutti gli individui, in primis quello all’integrità fisica. Al fine di poter meglio delineare i diritti costituzionali che si ritengono violati dalla disposizione de qua, occorre dapprima specificare la base giuridica su cui poggia il concetto di residenza e, precisamente, l’art. 43 c.c. il quale dispone che “il domicilio di una persona è nel luogo in cui ha stabilito la sede dei suoi affari ed interessi. La residenza è nel luogo in cui la persona ha la dimora abituale”. Una tale formulazione, se da un lato riconduce il concetto di domicilio ad una condizione giuridica del soggetto, dall’altro lega quello di residenza ad una situazione di fatto intrinsecamente legata alla dimora abituale del soggetto, ossia alla stabile presenza di quest’ultimo nel territorio comunale ed alla sua intenzione di mantenerla. Difatti, secondo l’opinione andatasi formando nella giurisprudenza italiana, al fine di potersi attribuire ad un determinato soggetto il diritto di residenza, debbono contemporaneamente ricorrere due elementi e, specificatamente, un elemento oggettivo ed uno soggettivo (o volontaristico). Il primo, si configura come la permanenza del soggetto in un determinato luogo, mentre il secondo attiene alla volontarietà di tale permanenza, desumibile dalla condotta tenuta dal medesimo soggetto. Posta tale chiarificazione, la residenza sembra pertanto coincidere con il luogo dell’esistenza tout court, ossia il luogo degli affetti famigliari e dei bisogni primari ed elementari del soggetto.  Rilevando, ai fini della concessione della residenza, solamente condizioni di fatto in cui versa in soggetto richiedente, devono conseguentemente essere escluse altre e diverse circostanze quali, ad esempio, che il medesimo soggetto abbia o meno un lavoro, abbia precedenti penali, ovvero che il di lui possesso dell’abitazione sia legittimo. Da ciò discende, pertanto, che la residenza consiste nell’essere la persona stabilmente ed abitualmente presente in un determinato luogo, non assumendo rilievo le caratteristiche del luogo ma il fatto che questo si trovi nel territorio comunale. Il diritto alla residenza, difatti, si configura come un diritto soggettivo perfetto disciplinato da diverse norme quali la Costituzione (artt. 2,3, e 14), il codice civile (agli artt. 43 e ss.), la Legge n.1128/1954, il D.P.R. n.223 del 20.05.1989, il D. Lgs. n. 286 del 25 luglio 1998, art. 29, e, altresì, dal D.L. n.5 del 9.02.2012, convertito in legge n.35 del 04.04.2012. Il diritto alla residenza è rinvenibile nella Carta Costituzionale, agli artt. 2,3,14 e 16. L’art. 2 Cost., infatti, riconosce i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo “sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”, mentre il successivo art. 16 Cost. statuisce che “Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generaleper motivi di sanità o di sicurezza”. Fatte tali premesse, appare ictu oculi che il riconoscimento della residenza è strettamente connesso all’esercizio di numerosi diritti fondamentali di portata costituzionale, infatti, oltre ad essere un diritto in sé, la residenza è il requisito per accedere ai servizi sociali, sanitari e assistenziali. A tal proposito si può richiamare il diritto all’abitazione, incluso espressamente tra i diritti inviolabili dell’uomo dalla Corte Costituzionalecon la sent. n. 404/1988. La residenza è, pertanto, un diritto soggettivo da cui deriva il godimento di diversi diritti inviolabili appartenenti a ciascun individuo, tra i quali va senz’altro annoverato il diritto alla salute (art. 32Cost.): tale norma costituzionale, difatti, afferma il diritto alla salute dei cittadini e della collettività, la cui attuazione è affidata al servizio sanitario nazionale che eroga le sue prestazioni in base alla residenzialità degli utenti. Ma non è tutto. Tra i diritti costituzionali intrinsecamente connessi al diritto di residenza si possono richiamare il diritto allo studio (art. 34 Cost.), ad una vita libera e dignitosa (art.36), al voto e, in generale, il diritto a partecipare alla vita sociale e civile. Il rispetto e la tutela di tali diritti vale per tutti esseri umani, quale che sia la condizione personale e sociale di ciascuno. In una prospettiva radicalmente opposta a quella fin qui delineata sembra, invece, radicarsi la disciplina dell’art. 5 del D.L. n.47 del 28 marzo la quale, in palese contrasto col principio di uguaglianza ex art. 3 Cost., va a danneggiare i cittadini più poveri. Infatti, a volte, la abituale dimora di queste famiglie impoverite coincide con immobili malsani, roulottes, abitazioni abusive o fatiscenti o, come nel caso che qui ci interessa, immobili occupati senza titolo. Ciò non dovrebbe, in modo alcuno, pregiudicare il diritto dei medesimi cittadini ad essere riconosciuti come residenti all’anagrafe comunale. A tal proposito, è d’obbligo richiamare la Circolare del Ministero dell’Interno n. 8 del 29 maggio 1995 con cui viene sancita l’illegittimità di alcune prassi tendenti a condizionare l’iscrizione anagrafica alla dimostrazione di alcuni requisiti. Invero, come si può ben leggere nella richiamata Circolare, “La richiesta di iscrizione anagrafica, che costituisce un diritto soggettivo del cittadino, non appare vincolata ad alcuna condizione, né potrebbe essere il contrario, in quanto in tal modo si verrebbe a limitare la libertà di spostamento e di stabilimento dei cittadini sul territorio nazionale in palese violazione dell’art. 16 della Carta costituzionale.”. Ciò posto, appare di tutta evidenza che qualsivoglia comportamento idoneo a limitare, se non addirittura ad escludere completamente, il diritto di residenza spettante a ciascun cittadino, è da ritenersi contra legem e lesivo dei diritti dei cittadini stessi. Difatti, se da un lato l’art. 5 del D.L. n.47 del 28 marzo 2014 ha come intento primario, se non esclusivo, quello di reprimere le fattispecie criminose riconducibili alla sfera degli artt. 633 e 639-bis c.p.c., dall’altro lascia completamente privi di qualsivoglia tutela tutti coloro i quali, spinti dalla necessità di scongiurare il pericolo di un danno grave alla propria persona ovvero a quella dei propri cari, hanno posto in essere le condotte richiamate dalle fattispecie de quibus. Il D.L. in questione si appalesa, pertanto, del tutto inidoneo a fronteggiare il disagio abitativo che colpisce moltissime famiglie italiane impoverite, non prospettandosi nello stesso alcuna risoluzione atta a fronteggiare tale emergenza se non quella di negare, a coloro che abusivamente occupano un immobile la possibilità, di richiedere la residenza o l’allacciamento a pubblici servizi. Tutto ciò, a ben vedere, compromette fortemente la dignità di ogni essere umano e, specificamente, di tutte quelle famiglie indotte a tenere comportamenti contra jus al solo fine di rivendicare il proprio diritto ad una abitazione, non altrimenti garantitogli dallo Stato in cui vivono. studioperticaro@libero.it INTERVENTO DEGLI AVVOCATI DEL FORUM DIRITTI LAVORO: L'ART. 5 DEL DECRETO CASA RENZI/LUPI E' INCOSTITUZIONALE E TORNA INDIETRO ALL'ITALIA PREUNITARIA! Roma – domenica, 13 aprile 2014  L’ART. 5 DEL DECRETO LEGGE RENZI-LUPI SUL “PIANO CASA” E IL DIRITTO AD ESISTERE Esattamente come accaduto per il lavoro (e cioè le “tutele progressive” e “gli 80 euro” in più in busta paga forse un domani mentre la precarietà e la fine di ogni diritto alla formazione subito con il decreto legge Renzi – Poletti n. 34 del 20 marzo)  lo stesso ha fatto il Governo sul cd “piano casa”  con il decreto legge gemello Renzi – Lupi n. 47 del 28 marzo. Ed infatti le misure previste per fronteggiare l’emergenza abitative sono del tutto vaghe, future, senza investimenti pubblici e basate sulla solita fallimentare miscela di svendita del patrimonio immobiliare pubblico, costituzione  di  “fondi di garanzia” (pubblici) che andranno a finanziare programmi di edilizia popolare “in  convenzione  con  cooperative  edilizie”,   un altro taglio delle tasse per i proprietari di immobili e la replica del cd “modello Bertolaso” per le grandi opere con la deregolamentazione della normativa urbanistica per l’Expo di Milano.  Ma se sin qui siamo alla solita politica degli annunci che avrà quale risultato solo un ulteriore sostegno a costruttori e immobiliaristi  e che ha accompagnato da sempre la politica sulla casa  in Italia, l’aspetto veramente straordinario del decreto 47 è che sostanzialmente l’unica norma immediatamente operativa nel nostro ordinamento dal 28 marzo è quella prevista  all’art. 5 che stabilisce come “chiunque occupa abusivamente un immobile senza titolo  non  può  chiedere la residenza  né   l’allacciamento  a  pubblici  servizi  in relazione all’immobile medesimo e gli atti emessi  in  violazione  di tale divieto sono nulli a tutti gli effetti di legge.”   E – se si tiene conto di come notoriamente ad oggi decine di migliaia di famiglie impoverite siano costrette a vivere in immobili occupati abusivamente  - non  può non rilevarsi la beffarda ironia del Presidente Napolitano che ha  immediatamente controfirmato il decreto rendendolo vigente con provvedimento che testualmente giustifica il ricorso straordinario ed eccezionale al decreto legge “considerata, in particolare, la necessità di  intervenire  in  via d’urgenza per far fronte al disagio abitativo  che  interessa  sempre più  famiglie impoverite dalla crisi” (sic). * * * ** * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * Ma per spiegare il “segno di classe” estremo a cui mai era giunto nessun governo repubblicano occorre qui brevemente ricostruire l’evoluzione del concetto giuridico di residenza.  E’ utile precisare infatti che l’ottenimento della residenza è un completo diritto soggettivo del cittadino che trova tutela e fondamento nei principi generali dell’ordinamento e nella Carta Costituzionale. Il concetto giuridico di residenza è contenuto nell’art. 43 del codice civile  il quale dispone “ il domicilio di una persona è nel luogo in cui ha stabilito la sede dei suoi affari e interessi. La residenza è nel luogo in cui la persona ha la dimora abituale”. La distinzione operata dalla norma tra domicilio,  inteso come sede degli affari, e residenza, intesa come dimora abituale, è meritevole di attenzione. Tale distinzione ha fatto il suo esordio nel 1865  con il primo codice civile dell’Italia Unita, con la volontà di riconoscere alla persona la possibilità di avere una sede personale – la residenza appunto – distinta dal luogo in cui esercita gli affari. Con tale scelta, confermata dal codice civile vigente che è stato approvato nel 1942 , si decise quantomeno di equiparare il profilo economico e quello personale ed affettivo, concependo il domicilio come luogo di imputazione delle situazioni patrimoniali e la residenza come luogo delle esigenze personali e di vita, dando a queste ultime una rilevante dignità giuridica.  L’emergere nell’ordinamento del concetto di residenza va di pari passo cioè con il passaggio da una società fondata sugli status, ad una società caratterizzata dalla nozione di cittadinanza e dalla parità giuridica fra cittadini propria dello  Stato di Diritto.  Non a caso la prima legge anagrafica risale al 1791 nella Francia immediatamente post rivoluzionaria ed uno dei passaggi fondanti della nascita dello Stato Italiano è consistito proprio nella costruzioni di un ordinamento anagrafico.  E’ evidente che tale distinzione presenta una dimensione qualitativa, poiché mentre il domicilio attiene ad una condizione giuridica (elettiva) del soggetto, la residenza qualifica una situazione di fatto, relativa alla dimora abituale del soggetto. Ma il diritto all’accertamento di tale fatto risulta di primaria importanza, poiché con il riconoscimento della residenza implica numerosi diritti – e anche degli obblighi - relativi alla condizione di cittadino. In primo luogo, sancisce  una sorta di diritto di affermazione dell’ esistenza, ovverosia di registrazione quale cittadino residente ai fini di tutte le rilevazioni statistiche e alla distruzione delle risorse e all’imputazione delle imposte. Senza contare che il corretto censimento dei residenti è un aspetto dell’ordine pubblico (ad esempio se crolla un edificio occorre sapere chi potrebbe esservi sotto le macerie, ecc.). In secondo luogo, la residenza è precondizione dell’esercizio dei diritti politici, con particolare riferimento all’iscrizione nelle liste elettorali e la possibilità di esercitare l’elettorato passivo.  Senza la residenza non è possibile, poi, godere a pieno del diritto alla salute  in quanto è condizione per ottenere l’assegnazione di un medico di famiglia e del diritto allo studio  in quanto è condizione dell’accertamento dell’obbligo scolastico. Ed infine la “residenza legale” in Italia è necessario requisito per ottenere la cittadinanza italiana ai sensi dell’art. 9, lett. f), L. n. 91/92.  Infine ogni sussidio, agevolazione o servizio viene presuppone la condizione – si ripete oggettiva  - della residenza. Alla luce di tali considerazioni appare evidente il legame che corre tra la residenza è l’esercizio di diritto fondamentali di portata Costituzionale. La residenza, anzitutto, è legata all’esercizio dei diritti fondamentali di cui agli artt. 2 e 16 Cost. della costituzione. L’art. 2 riconosce i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia  come singolo “sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” e l’art. 16 stabilisce che “Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza.” Inoltre, tenendo conto che con il decreto Renzi – Lupi  viene negato anche il diritto alle utenze, la Costituzione tutela tutti i diritti per il cui esercizio è funzionale la residenza sopraelencati ( diritto alla salute : art. 32; diritto allo studio art. 34; il diritto alla distribuzione delle risorse e alla fruizione dei servizi di welfare: art. 3; diritto ad una vita libera e dignitosa: art. 36 ).  Insomma con il piano caso di Renzi – Lupi non si esce solo dalla Costituzione ma si torna indietro all’Italia preunitaria. Va al riguardo detto come – in effetti – norme simili negli effetti siano state adottate dalle giunte leghiste per escludere i non “nativi” presenti sul territorio ma tali provvedimenti sono sempre stati annullati dal T.a.r. in quanto “è opinione comune in giurisprudenza che la residenza di una persona è determinata dalla sua abituale e volontaria dimora in un determinato luogo, ossia dall'elemento obiettivo della permanenza in tale luogo e da quello soggettivo dell'intenzione di abitarvi stabilmente, rilevata dalle consuetudini di vita e dallo svolgimento delle normali relazioni sociali; pertanto, qualora la residenza anagrafica non corrisponda a quella di fatto, è di questa che bisogna tener conto con riferimento alla residenza effettiva , quale si desume dall'art. 43 c.c., e la prova della sua sussistenza può essere fornita con ogni mezzo, indipendentemente dalle risultanze anagrafiche o in contrasto con esse” (T.A.R. Lombardia Milano Sez. I, Sent., 20-12-2012, n. 3157, si veda anche  Cons. Stato, sez. IV, 2 novembre 2010, n. 7730). E ciò infatti discende direttamente dalla normativa nazionale pregressa (che, paradossalmente non è stata abrogata a riprova non solo dell’odio di classe dell’attuale Governo ma anche della sua totale impreparazione tecnica). Ed infatti  la legge 1228/54 stabilisce che “è  fatto obbligo ad ognuno di chiedere per sé e per le persone sulle quali esercita la patria potestà o la tutela, la iscrizione nell'anagrafe del Comune di dimora abituale”, senza contenere alcuna limitazione relativa alla condizione abitativa del richiedente. Il regolamento anagrafico (dpr 223/89) stabilisce che “ per persone residenti nel comune si intendono quelle aventi la propria dimora abituale nel comune”. Nella stessa direzione si pone la Circolare del Ministero dell’Interno del 29/5/95 per cui “la richiesta di iscrizione anagrafica non appare vincolata ad alcuna condizione, né potrebbe essere il contrario, in quanto in tale modo si verrebbe a limitare la libertà di spostamento e di stabilimento dei cittadini sul territorio nazionale in palese violazione dell’art. 16 della Costituzione”. La circolare afferma, poi, che tale accertamento non implica una “discrezionalità dell’amministrazione”. E del resto ciò spiega come la residenza sia stata sempre concessa in alloggi di fortuna, quali roulotte, tende, camper e immobili senza titolo. E proprio perché la pubblica amministrazione si limita ad accertare un fatto – la dimora abituale – e non a concedere uno status che il dpr n 223/89 (regolamento anagrafico) all’art. 19 limita l’accertamento dell’ l’ufficiale di anagrafe “a verificare la sussistenza del requisito della dimora abituale”. * * * * * * * * * * * * * * * * * * Ciò premesso, a seguito del decreto Renzi Lupi le “famiglie impoverite” costrette a vivere in immobili occupati “abusivamente” ·         non potranno più votare, ·         non potranno più iscrivere i figli a scuola, ·         non potranno più accedere all’assistenza del servizio sanitario, ·         non potranno più ottenere, se stranieri, la cittadinanza italiana E  per altro non potranno avere più l’allaccio alle utenze di acqua, luce e gas e il tutto SENZA CHE SIA PREVISTA PER ESSI NESSUNA ALTERNATIVA ALLOGGIATIVA  se non, letteralmente, trasferirsi sotto un ponte (ove essi – nuovo amaro paradosso – continuerebbero ad avere il diritto alla residenza in base ai principi giurisprudenziali sopra richiamati) E ciò non solo in contrasto con la nostra Costituzione – anzi con tutti i principi cardine dello stato di diritto liberale precedente – ma anche con la normativa comunitaria in materia prevedendo la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea (cd Carta di Lisbona) che “con l’obiettivo di combattere povertà e esclusione sociale, l’Unione riconosce e rispetta il diritto alla casa e all’housing sociale, al fine di assicurare un’esistenza dignitosa a tutti coloro che non siano in possesso delle risorse minime, in accordo alle regole stabilite dalla legislazione Comunitaria e dalla legislazione e pratiche internazionali” (Articolo 34.3 EUCFR). Ed essendo per altro tali principi già sanciti dall’Articolo 13 della Carta Sociale dell’Unione Europea e sugli Articoli 30 (che include l’obbligo a promuovere una serie di servizi, compreso l’abitare) e 31 (che promuove l’accesso a un’abitazione di standard adeguato per prevenire e ridurre il fenomeno della homelessness nella prospettiva della graduale eliminazione della stessa e l’accessibilità dei prezzi per coloro che non possiedano le risorse necessarie). * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * Con il decreto Renzi – Lupi  i poveri vengono espulsi dallo stato diritto e privati del diritto basilare all’esistenza (in nessun altro modo è definibile venire deprivati di acqua, luce, riscaldamento, diritti di elettorato, assistenza medica,  diritto all’istruzione e alla cittadinanza italiana per gli stranieri). E questo francamente non può essere accettato. Il Forum Diritti Lavoro ·         chiede quindi che venga messo nella piattaforma  della manifestazione del 12  aprile - come parte integrante alla lotta al Jobs act di cui al decreto legge 34 del 20 marzo 2014 – anche l’art. 5 del decreto legge n. 47 del 28 marzo. ·         E si dichiara disponibile, nei propri modesti limiti, ad affiancare le famiglie che vivono in alloggi abusivi nella lotta giudiziaria per affermare il proprio basilare diritto ad esistere. Roma 4.4.2013                                           avv.ti Bartolo Mancuso e Carlo Guglielmi www.forumdirittilavoro.it info@forumdirittilavoro.it

ASIA-USB: saremo in piazza il 28 febbraio a Milano anche per il diritto alla casa e all'abitare.

Roma -

La manifestazione indetta a Milano dal sindacalismo conflittuale e indipendente segnala la necessità di costruire un programma sociale alternativo sia al governo Renzi che alla falsa opposizione di Salvini. Sul terreno della gestione delle città e sulle politiche abitative questa forte vicinanza culturale e politica tra leghismo e renzismo si manifesta forse in modo ancora più esplicito. La cogestione e la piena complicità nella costruzione di tutta l'operazione dell'Expo 2015 è il segno evidente di una forte complicità. La giunta regionale Maroni è completamente immersa nel circuito degli affari e delle speculazioni, partecipa alla spartizione della torta, al processo di cementificazione ed al regalo di enormi quantità di suolo e di volumetrie ai costruttori privati. L'idea di città che ci consegna tutta l'operazione Expo 2015 è quella di una cessione completa di sovranità alle istituzioni finanziarie ed alle proprietà immobiliari. La città viene messa a disposizione dei privati, il suolo e le urbanizzazioni non seguono la logica dell' interesse collettivo ma sono  piegate agli appetiti delle rendite. Questa gestione delle città non prevede il riconoscimento del diritto all'abitare. Non è un caso che mentre si prepara l'inaugurazione dell'esposizione universale, Milano sia diventata il teatro di una vera e propria guerra contro il diritto alla casa.  Sgomberi, sfratti e una martellante campagna contro l'idea che la casa costituisca un diritto fanno parte di un unico disegno, ben sintetizzato dal vergognoso decreto Lupi, che si propone lo smantellamento, la privatizzazione di quello che rimane del patrimonio immobiliare pubblico e popolare, la vendita e non l’assegnazione di quello tenuto da anni vuoto. I prezzi degli affitti ed il blocco dell'edilizia popolare hanno creato da tempo in Italia una condizione insostenibile, per cui milioni di cittadini si ritrovano a rischio. Anche lo smantellamento del patrimonio abitativo degli enti previdenziali e non, che è andato avanti nel corso di questi anni, ha messo in grave difficoltà centinaia di migliaia di famiglie, mentre la politica degli sfratti è andata avanti senza curarsi delle crescenti difficoltà economiche a sostenere il pagamento dei canoni. Difendere il diritto alla casa e rilanciare una politica abitativa completamente alternativa, che ripensi la gestione delle città a partire dai diritti di chi le abita, fermando la cementificazione ma puntando alla conversione di tanto patrimonio inutilizzato in edilizia popolare è parte essenziale di un programma sociale di rinnovamento. Per tutto questo saremo come AS.I.A.-USB alla manifestazione di Milano del 28 febbraio.  ASIA-USB Coordinamento Nazionale

Quei 5 miliardi per l'edilizia sociale mai usati

Milano -

ROMA - L'emergenza abitativa è fuori controllo. Le case perse e messe all'asta: un bollettino di guerra. Tutto questo è ancor più paradossale se si è difronte ad un mole antonelliana di fondi disponibili, oltre 5 miliardi in tutto. Sì, i soldi ci sono. Eppure non vengono usati. Esistono varie tipologie di fondi vincolati all'Edilizia popolare, alcuni noti a pochi altri solo agli addetti ai lavori. Iniziamo da quello a disposizione delle Regioni: il Fondo "Ex-Gescal", rimpinguato dalle tasche dei lavoratori fino al 1996. Questo fondo risulta vivo sul C/c 20128 della Cassa depositi e prestiti e dalle ultime ricognizioni del 2014 ha ancora a disposizione, tra giacenze (965 milioni di euro) e competenze, ovvero soldi assegnati ma non ancora spesi, (1.537 milioni di euro), circa 2,5 miliardi di euro. Soldi totalmente destinati all'edilizia agevolata. Alcune Regioni li hanno usati, altre invece questi soldi li hanno lasciati fermi da oltre 14 anni. "Questi soldi sono fermi dal 1996, sul conto corrente della Cdp". Non ci gira intorno Angelo Fascetti, dell'associazione inquilini  Asia-USb. "Se non vengono usati - spiega - è per non fare concorrenza all'edilizia privata". Le regioni meno virtuose sono la Puglia con 333 milioni da spendere e altri 360 milioni assegnati ma non ancora utilizzati. Segue la Sicilia con 254 milioni tutti da spendere, e altri 259 pianificati ma non spesi. E non mancano tra le altre il Lazio con 191 milioni, la Campania con 131 milioni dove l'emergenza abitativa azzanna la tenuta del tessuto sociale.  A queste somme ingenti vanno poi aggiunte quelle di un altro fondo sottoutilizzato, il Fondo Investimenti per l'Abitare, istituito da CDP Investimenti Sgr a fine 2009. L'obiettivo del Fia è quello di investire nel settore dell'edilizia privata sociale per incrementare sul territorio italiano l'offerta di alloggi per la locazione a canone calmierato e la vendita a prezzi convenzionati. Le risorse a disposizione sono pari a 2 miliardi e 28 milioni di euro, di cui 1 miliardo sottoscritto da Cassa depositi e prestiti, 140 milioni dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e 888 milioni da parte di gruppi bancari e assicurativi e di casse di previdenza privata. Sul sito istituzionale, CDP Investimenti Sgr informa che, per conto del Fia, ha assunto delibere definitive d'investimento per 1,18 miliardi di euro, mentre sono inutilizzati 1 miliardo e 10 milioni di euro. Altro capitolo dei soldi per risolvere la crisi degli alloggi mai utilizzati è quello targato Bruxelles. Nell'ambito dei programmi dei fondi strutturali europei 2014-2020, secondo le stime dell'Associazione Nazionale Costruttori Edili, realizzate sulla base dei documenti sottoscritti tra governo e Ue a ottobre 2014, le risorse destinate ad interventi di riduzione del numero di famiglie con particolari fragilità sociali ed economiche in condizioni di disagio abitativo ammontano a circa 768 milioni di euro. A queste risorse, derivanti dai programmi dei fondi strutturali europei, si potrebbero aggiungere ulteriori risorse prelevabili dai 39 miliardi di euro del Fondo nazionale per lo sviluppo e la coesione. Grazie ai fondi strutturali europei Varsavia ha cambiato faccia, una rivoluzione copernicana che attraverso l'edilizia ad alta inclusione sociale ha permesso di arginare l'emergenza abitativa. Ma l'Italia, con la quota di edilizia pubblica più bassa d'Europa (siamo al 3,5% degli alloggi) farebbe bene a prendere esempio anche dalla Germania, dove con difficoltà riescono a capire il significato della parola "sfratto". "Secondo la legge, i comuni sono obbligati a prevenire i senzatetto mettendo a disposizione gli alloggi", spiega Ulrich Ropertz dell'Associazione inquilini tedeschi. Con il risultato che in Germania, così come in Francia e in Olanda, la percentuale di edilizia pubblica è superiore al 20%. Dal ministero delle Infrastrutture chiariscono che "dall'agosto 2013 ad oggi sono stati approvati 19 provvedimenti che riguardano la casa per uno intervento globale tra stanziamenti e defiscalizzazioni di circa 2 miliardi e 600 milioni di euro". Entrando nel dettaglio si vede che di questa somma, ben 2 miliardi di euro sono stati messi a disposizione dalla Cassa depositi e prestiti per tutelare le banche nella concessione dei mutui agevolati, compresi quelli dedicati alle giovani coppie sotto i 35 anni e alle famiglie numerose. Possibilità di finanziamento che le banche hanno sponsorizzato con il mal di pancia. "Con la fame di casa che c'è in molti grandi centri urbani a partire dalla Capitale, questi fondi giacciono inoperosi tra freni burocratici e disinteresse delle banche - denuncia Furio Truzzi di Assoutenti - Qualcuno di voi ha visto spot a sostegno? Una campagna di comunicazione adeguata? Meglio tacere". Stesse critiche mosse da Marco Paccagnella, presidente diFedercontribuenti. "Le banche - afferma - pur avendone il compito non hanno pubblicizzato ai clienti la possibilità di usufruire di questi mutui agevolati, preferendo spingere mutui ad alto guadagno per le banche stesse". Critiche su cui abbiamo chiesto invano di conoscere la versione dell'Associazione banche italiane.

CASE POPOLARI, COSÌ MILANO HA FATTO CRACK

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Sprechi clamorosi, scelte dissennate e soprattutto un debito che sfiora il mezzo miliardo di euro. In base ad un report della società di revisione dei conti Bdo rimasto sino ad oggi riservato, sono queste le disastrose condizioni in cui si trova Aler, l'azienda regionale lombarda per l'edilizia popolare. Ben 28.748 unità abitative, si legge nel documento, stanno letteralmente cadendo a pezzi. Un quadro reso ancora più scandaloso in quanto emerge in concomitanza con il dramma degli sfratti e delle occupazioni di PETER D'ANGELO e MARIA ELENA SCANDALIATO, con un commento di GIUSEPPINA PIANO Bocciatura senza appello dai revisori dei contidi MARIA ELENA SCANDALIATO MILANO - In Lombardia l'emergenza "casa" è in un vicolo cieco. E non sono gli sfrattati o i comitati degli inquilini a denunciarlo, ma la società di revisione BDO, che nel dicembre 2013 ha presentato alla Regione Lombardia una due diligence di oltre trecento pagine sui disastrati conti di Aler, (Azienda lombarda per l'edilizia residenziale), l'immobiliare pubblica più grande d'Italia e tra le maggiori in Europa.  Il documento - rimasto sino ad oggi riservato, ma di cui siamo riusciti a prendere visione - è stato richiesto dalla Commissione regionale d'inchiesta su Aler, i cui lavori saranno resi pubblici a breve. Il quadro emerso è quello di un colosso sull'orlo del fallimento, che necessita di un miliardo e 264 milioni "solo" per mettere a posto il suo patrimonio immobiliare. Una montagna di soldi che difficilmente saranno iniettati nelle sue casse vuote, gravate da un debito che oscilla tra i 345 e i 500 milioni. IL REPORT CHE CONDANNA ALER: IL DOCUMENTO INTEGRALE Eppure l'emergenza "sfratti" (di cui Le Inchieste di Repubblica si è occupata recentemente) nasce soprattutto da lì. Dalle case popolari vuote (e inutilmente riscaldate) perché fatiscenti, prive di manutenzione e non assegnabili. A Milano ce ne sono 10mila: 7mila dell'Aler e 3mila di Edilizia residenziale pubblica (Erp). Su richiesta di BDO, Aler ha classificato i suoi immobili in base al livello di degrado, per valutarne le reali esigenze manutentive. Ebbene, le "unità abitative" con un livello di manutenzione "insufficiente" e "scadente" - dove urgono "interventi straordinari per prevenire stati di pericolo quali distacco e caduta di rivestimenti, folgorazione e intossicazione da monossido di carbonio" - sono ben 28.748 per 709 edifici, in buona parte a Milano.  Gli appartamenti in condizioni "mediocri" - dove comunque "non sono da escludere gli eventi indicati per i livelli insufficiente e scadente" - sono 16.214, per 446 edifici, al 44% a Milano. Gli stabili classificati come "buoni", invece, sono solo 35. Un risultato sconfortante, in una città - Milano - dove 13mila sono gli sfratti in fase esecutiva, centinaia le famiglie già in strada e 23mila in lista per un alloggio popolare. Fino al primo dicembre scorso, quando le 28mila case del Comune di Milano sono passate alla gestione di Metropolitana Milanese, Aler amministrava 73mila unità abitative, gran parte delle quali in pessime condizioni. Nel bilancio 2013 l'azienda regionale scrive chiaramente di non poter far fronte alle spese necessarie: "Risulta evidente che gli interventi di manutenzione straordinaria non possano essere finanziati se non tramite entrate straordinarie che derivino dalle vendite, in forte rallentamento; o da risorse da reperire sul mercato del credito, soluzione oggi impraticabile".  E qui si apre il capitolo più scottante della recente gestione Aler. Per quale ragione l'Azienda lombarda non può chiedere prestiti alle banche? Perché, come emerge dalla due diligence, di prestiti ne ha chiesti fin troppi, e si è indebitata fino al collo. Al 30 giugno 2013 Aler aveva in essere ben 48 contratti di mutuo, per 255 milioni di euro. Finanziamenti richiesti per le più svariate ragioni: dalla realizzazione di nuove costruzioni fino alla manutenzione straordinaria e - addirittura - allo svolgimento delle attività correnti, ogni anno più dispendiose. Una montagna di soldi, chiesti a Intesa San Paolo (oltre 78 milioni), alla Banca Popolare di Sondrio (72 milioni, e l'istituto è anche tesoriere di Aler), al Monte dei Paschi di Siena (38 milioni), a Bnl (26 milioni), a Dexia Crediop Spa (sempre Bnl, per 17 milioni), alla Banca popolare di Novara (quasi 10 milioni), alla Cassa Depositi e Prestiti (quasi 9 milioni) e alla Popolare di Milano (oltre 4 milioni).  Questi contratti di mutuo sono in parte a tasso fisso, in parte variabile, ma ancor più interessante è che ad alcuni finanziamenti a tasso variabile - pari al 17% del totale, ovvero 45 milioni di euro  -  sono stati collegati dei prodotti derivati. Una scelta davvero incomprensibile, visto che, come scrive BDO, "il ricorso a contratti derivati non fa seguito a una logica uniforme", e che "Aler non dispone di una procedura interna formalizzata relativa al loro utilizzo". Soprattutto, i tre derivati - due con Intesa San Paolo, uno con Monte dei Paschi - si sono rivelati un magro affare: al 30 giugno 2013 avevano già provocato una perdita di quasi 6 milioni di euro; se Aler li volesse estinguere prima della loro scadenza, anche sulla scia dei pessimi risultati, dovrebbe sborsare 8 milioni. Cifra che, secondo BDO, "corrisponde al valore attuale degli oneri che deriveranno in futuro se tali contratti venissero mantenuti attivi". I revisori, quindi, consigliano di pagare le penali e chiudere in fretta, rimettendoci complessivamente "solo" 14 milioni di euro. I problemi, però, non finiscono qui. A garanzia dei prestiti ottenuti Aler ha messo il suo stesso patrimonio immobiliare: al 31 dicembre 2012 risultavano ipoteche sugli alloggi per un valore di 258 milioni di euro. Appartamenti (e terreni) a Milano, Rho, Lainate, Corsico, sul cui destino pende un grosso punto interrogativo. Ecco perché Gian Valerio Lombardi, presidente di Aler, la scorsa settimana ha annunciato la vendita di altri 10mila alloggi popolari: una parte sarà offerta in prelazione agli inquilini che li abitano, i restanti saranno messi all'asta. Una soluzione molto rischiosa e osteggiata, vista la fame crescente di alloggi a canone sociale.Vendere quelli esistenti, soprattutto all'asta, significa toglierli dalla disponibilità di chi ha bisogno. Con la prospettiva di ottenere comunque dei magri ricavi: nient'altro che gocce, nel mare di debiti in cui Aler sta affogando.  La voragine della controllata Assetdi MARIA ELENA SCANDALIATO MILANO - Come e quando è nata la voragine finanziaria che rischia di inghiottire l'Aler? La risposta è nelle carte della due diligence: il 50% dei mutui è stato stipulato tra il 2006 e il 2007 e i derivati sono agganciati a finanziamenti decorsi tra il 2007 e il 2008. Lo stesso periodo in cui l'azienda intraprende una serie di avventure speculative che oggi pesano sui suoi bilanci come macigni. Basti pensare alle "figlie" di Aler (ora tutte in dismissione), delle quali Asset è la più conosciuta.  Asset è una società controllata al 100% da Aler, creata nel 2005 con finalità che vanno dall'acquisto di terreni alla costruzione, vendita e commercializzazione di immobili, compresi alberghi, centri commerciali, turistici, industriali e ricreativi. Ci si potrebbe chiedere cosa abbia a che fare tutto ciò con l'edilizia popolare. Tuttavia, la certezza che le cose non quadrano sta, come sempre, nei numeri. Dall'inizio, proprio per le finalità speculative previste, Asset acquista una serie di immobili e terreni a Milano e in provincia. Una delle principali operazioni è quella di Pieve Emanuele, nel parco Sud di Milano, dove acquista dall'Enpam (Ente nazionale previdenza medici e odontoiatri) diversi stabili per ristrutturare e vendere alloggi di edilizia pubblica. Per farlo stipula mutui con Intesa San Paolo per 32 milioni di euro, accompagnati da 41 milioni di finanziamento regionale. Nel 2009, invece, acquista a Garbagnate Milanese un complesso immobiliare interamente destinato alla vendita; anche qui, Asset chiede un mutuo alla Cassa di risparmio di Parma e di Piacenza per 29 milioni di euro, che verranno seguiti da altri 7 milioni nel 2012, per l'acquisto di terreni sempre a Garbagnate (stavolta chiesti a Bnl, finanziamento cui è collegato un derivato). Tra un'operazione e l'altra, Asset si indebita per 66 milioni. Ebbene, a fronte dell'impegno gravoso, che ne è stato delle operazioni previste? Nulla. Ovvero: a Pieve, l'area acquistata non è stata riqualificata, mentre gli appartamenti di Garbagnate non sono stati venduti a causa della crisi. Non solo: a Pieve, Asset ha dovuto demolire a sue spese (con un prestito da Aler di 1,5 milioni) alcuni degli immobili acquisiti, deteriorati a causa del prolungato abbandono.  Dal 2010 a oggi Asset è sempre stata in perdita e Aler ha dovuto ripianarne i buchi con oltre 11 milioni di euro. Tutto perché la controllata è stata utilizzata come una privatissima società immobiliare, i cui investimenti azzardati, però, erano garantiti da soldi pubblici. Nel 2007, addirittura, Asset si è avventurata nella Libia di Gheddafi, in cerca di opportunità speculative; acquisì una partecipazione in Finasset, società che nel paese arabo doveva occuparsi di ristrutturare palazzi ed edifici storici con commesse presidenziali. Anche in quel caso l'operazione è stata un flop con cui Asset ha perso centinaia di migliaia di euro. Senza contare le scelte che la stessa due diligence non riesce a spiegarsi: ad esempio, quella di dare in outsourcing il servizio paghe e contributi di Aler.  Nel 2010 l'azienda regionale appalta questa funzione ad Asset, dietro un compenso di un milione di euro annui. Asset, a sua volta, subappalta il servizio alla sua controllata Cispel Lombardia, pagando 558mila euro. Scrive BDO: "Aler sopporta un maggiore onere pari a 442mila euro [...]. Si sottolinea che Asset funge da puro intermediario". Perché buttare 442mila euro annui? Chissà. Acrobazie contabili, queste, che si ritrovano sparse un po' ovunque, tra controllata e controllante. Di fatto, il "gioco" è in forte perdita per Aler, che per Asset ha prestato garanzie pari a 145 milioni di euro, di cui 40 milioni si riferiscono a ipoteche su immobili di Milano.    Pensioni fantasma e sprechi in outsourcingdi MARIA ELENA SCANDALIATO MILANO - Tra le carte a disposizione della Commissione d'inchiesta regionale spunta poi l'ennesimo mutuo (30 milioni di euro) chiesto a Bnl per il fondo pensione integrativo dei dipendenti Aler. Alla fine degli anni '80 i dipendenti Iacp (Istituto autonomo case popolari, predecessore di Aler) furono chiamati a scegliere se lasciare i contributi presso l'Inps o presso l'Istituto Nazionale previdenza e assistenza dipendenti pubblici. Dato che chi aveva scelto l'Inps rischiava un trattamento svantaggioso, si decise di creare un fondo pensione integrativo, che negli anni, però, fu contabilizzato da Iacp e Aler solo su carta. Nel 2011, invece, l'azienda lombarda fu costretta a versare effettivamente la somma, ricorrendo ai 30 milioni di mutuo concessi da Bnl, messi su un conto vincolato. Ebbene, Iolanda Nanni, consigliera regionale e membro della Commissione di inchiesta sull'Aler, assicura che "il fondo non è ancora stato costituito", mentre i 30 milioni del mutuo costano "500mila euro di interessi passivi ogni anno". Di conseguenza, dal 2011 a oggi si sono pagati e si continuano a pagare interessi a vuoto, senza che i dipendenti abbiano visto maturare le loro pensioni integrative. Per non parlare delle esternalizzazioni. Aler, negli ultimi anni, ha speso ingenti risorse affidando all'esterno - nonostante i 1200 dipendenti - una serie di servizi. Oltre alle paghe e ai contributi sono stati ceduti in outsourcing il servizio di tesoreria (affidato alla Banca Popolare di Sondrio, con cui Aler ha un mutuo da 72 milioni), quello di riscossione crediti e quello di manutenzione del data center (costo 220mila euro alla fine del 2013) e delle postazioni di lavoro dei dipendenti. In particolare, quest'ultimo servizio costa ad Aler 400 euro l'anno a dipendente (quindi 480mila euro annui): una cifra che si potrebbe tranquillamente risparmiare utilizzando l'ufficio informatico interno. Conti sballati e dirigenti intoccabilidi MARIA ELENA SCANDALIATO MILANO - Come dimostra il caso Asset, dalla metà degli anni Duemila Aler ha assunto una mentalità speculativa, lanciandosi nella compravendita di aree e immobili. Una scelta che ha sottratto centinaia di milioni al vero core business dell'azienda regionale: offrire affitti popolari a chi non può reggere i prezzi di mercato. Oggi Aler è quasi fallita e l'emergenza abitativa rischia di esplodere in piena Expo. La consigliera regionale del M5S Jolanda Nanni denuncia che "nel 2018 la Lombardia avrà bisogno di 400mila alloggi pubblici e ad oggi Aler ne ha appena 160mila". Una situazione da risolvere urgentemente, anche se non sembra essercene l'intenzione: "Il piano di risanamento di Aler ci sarebbe, ma è fermo in giunta regionale da mesi".    Difficile individuare i responsabili: allora (come oggi) Regione Lombardia era governata dal Centrodestra, in particolare dal ventennale governatore Roberto Formigoni, la cui giunta si era spartita le poltrone di Aler come di altri enti. Con Maroni, in carica dal 2013, le cose non sono cambiate. "Aler è sempre stata una cassaforte per la regione, la vicenda di Pieve Emanuele ne è la prova", ci ha confidato un ex manager dell'azienda che vuole rimanere anonimo. Stando alla sua ricostruzione, l'idea di acquistare quei terreni nacque quando la Regione stava costruendo la sua nuova sede (il Pirellone bis). Allora, alcuni uffici regionali pagavano un affitto molto salato all'Empam per un complesso di edifici tra via Pola, via Rosellini e via Taramelli. Si pensò a una sorta dido ut des: la Regione, tramite Aler e Asset, si sarebbe "accollata" le aree di Pieve Emanuele, che Empam non sarebbe mai riuscito a vendere; in cambio, l'ente avrebbe ceduto alla Regione, a un prezzo molto basso, gli immobili dove gli uffici regionali erano in affitto.  "Altra operazione esemplare è quella di Arconate", continua l'ex manager. "Nel 2010 Aler acquistò dei terreni proprio in quel comune, per costruire appartamenti di edilizia convenzionata. Accese un mutuo da un milione e duecentomila euro, nonostante avesse già accumulato debiti su debiti", spiega l'amministratore. "Sapete chi era sindaco di Arconate, allora? L'attuale assessore alla sanità lombarda Mario Mantovani, del Pdl. La cessione di quei terreni rappresentò un vero affare per la sua amministrazione, proprio mentre si preparavano le elezioni che l'avrebbero riconfermato sindaco. Per Aler, invece, fu un magro affare: ad oggi degli appartamenti non c'è l'ombra, mentre gli interessi del mutuo continuano a correre".       Tra gli amministratori dell'azienda, però, c'è un solo nome che ricorre sempre e ovunque: è quello di Domenico Ippolito, avvocato entrato in Aler nel lontano 1991 per non uscirne più. Lo troviamo prima come responsabile amministrativo, poi come direttore del personale e infine come direttore generale, funzione chiave che riveste dal 1999. Lo scorgiamo, ancora, in Asset dal 2005 come amministratore delegato e in Csi (altra controllata Aler) sempre come amministratore delegato.  Si potrebbe pensare a un manager di altissimo livello, considerata la fiducia reiteratagli (e gli stipendi accumulati). In realtà, i risultati dicono altro. Non solo: Aler in questi anni è stata scossa da numerose inchieste, tra cui quella del 2012 sui voti che l'ex assessore regionale alla Casa Domenico Zambetti avrebbe comprato dalla 'ndrangheta, promettendo ad esponenti delle cosche appartamenti e posti di lavoro in Aler. Teresa Costantino, figlia del presunto boss Eugenio Costantino, nel 2011 venne contattata personalmente dalla segretaria di Ippolito, Monica Goi, e assunta dall'azienda proprio presso la Direzione Generale. Nelle intercettazioni citate dal pm Giuseppe D'Amico, Teresa raccontava al padre: "... Probabilmente mi mettono alla Direzione Generale...[la segretaria, ndr] ha detto che domani ne parla con il direttore generale [...] e poi mi fa scegliere dove andare".  In merito, Ippolito ebbe a giustificarsi davanti alla commissione antimafia di Milano dicendo che non esistono aziende pubbliche o private in cui non ci siano "referenzialità", ovvero segnalazioni "particolari". Nonostante questo e altri nubifragi piovuti su Aler, che hanno portato al commissariamento dell'azienda, Ippolito, che inizialmente era stato rimosso, lo scorso marzo è tornato in pista come direttore degli Affari generali. 

EDILIZIA PUBBLICA: RIPARTONO LE ASSEMBLEE DEGLI INQUILINI! #DIFENDIAMOLECASEPOPOLARI

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VENDITA ALL’ASTA DELLE CASE POPOLARI GRAZIE ALLA MOBILITAZIONE DEGLI INQUILINI IL GOVERNO CONGELA IL DECRETO La mobilitazione degli inquilini ha costretto il Ministro Lupi a fermarsi. La manifestazione dell’11 dicembre scorso a Porta Pia si è conclusa con il ritiro della proposta di Decreto che metteva in vendita all’asta, partendo dai prezzi di mercato, le case popolari. Dopo tre ore di confronto tra la delegazione degli inquilini e i dirigenti del Ministero delle Infrastrutture è arrivato l’annuncio del congelamento del decreto, di fatto cancellato, che verrà riscritto applicando criteri diversi per la messa in vendita degli alloggi e garantendo qualche tutela in più a chi, in regola con i canoni e con i requisiti di permanenza, non potrà acquistare. Il Ministero riscriverà il decreto, successivamente si è impegnato a riconvocare l’ASIA-USB per far conoscere in anticipo il nuovo testo e per discutere sull’utilizzo dei 467 milioni che l’art. 4 della legge 80/2014 impegna per la riqualificazione delle case popolari. Una prima vittoria, ma il governo Renzi/Lupi è sempre in agguato! Si tratta di un risultato molto importante ma non dobbiamo illuderci che l’attuale governo rinunci tanto facilmente al suo progetto. L’obiettivo di vendere le case popolari con criteri privatistici resta tuttora sul tappeto e vogliono comunque escludere da possibili soluzioni chi, per vari motivi, anche futili, non è in regola con i pagamenti o è occupante senza titolo. Dobbiamo riuscire, unendoci tutti insieme come abbiamo fatto l’11 dicembre scorso, a ribaltare completamente la logica che vogliono imporci: non solo le case popolari non si toccano ma occorre mettere mano al degrado delle periferie urbane. Risanamento, riqualificazione, servizi devono diventare i punti principali delle politiche in materia di periferie. Un’ottima occasione per rilanciare l’occupazione e ridare speranza a interi quartieri abbandonati e dimenticati dalle amministrazioni pubbliche. L’ASIA-USB propone a tutti gli inquilini di organizzare i comitati per difendere le case popolari dai tentativi di speculazione da parte del governo. Invita chi è senza titolo, ma in possesso dei requisiti per la casa popolare, a organizzarsi per chiedere la regolarizzazione. CONTINUIAMO LA MOBILITAZIONE, DIFENDIAMO LE CASE POPOLARI!! ASSEMBLEE PUBBLICHE: LUNedì 26 gennaio 2015, ore 18,00in via Capraia 19 - c/o CSA ASTRA 19al TufelloMARTedì 27 gennaio 2015, ore 17,30 in Piazzale delle Paradisee 3 c/o Comitato a Torre Maura MARTedì 27 gennaio 2015, ore 17,00in P.zza Aldo Moro 28A a PomeziaGIOVEDI’ 29 GENNAIO ORE 18,00PRESSO IL TEATRO PARROCCHIA DI S. GIORGIO ad ACILIAMERCOLEDI’ 4 FEBBRAIO ORE 18,30IN VIA CASAL BRUCIATO 25-27CASAL BRUCIATO

L’Abitare Popolare

Roma -

Renzi e Lupi vogliono cancellare la vita di chi abita le case popolari per consegnare quelle stanze alla finanza che costruisce la città...