LA SITUAZIONE ABITATIVA A BOLOGNA

Bologna -

È proprio il caso di dirlo, “troppa gente senza casa e troppe case senza gente”. Succede nella ricca Bologna, dove l’emergenza abitativa sta colpendo sempre più famiglie e le risposte sembrano non essere sufficienti a risolvere questa problematica. Nella sola città di Bologna, secondo Nomisma, sono circa 45.000 le famiglie che vivono in condizioni di disagio abitativo, mentre le richieste per un alloggio popolare sono state 9.967 e quelle per il canone calmierato 1.706. Di fronte alla preoccupante dimensione del problema abitativo, la capacità del Comune a fornire risposte adeguate non sembra sufficiente: sono circa 400 le assegnazioni annuali di case popolari, a fronte di una richiesta di circa 10.000 famiglie. Il Fondo Sociale per l’Affitto è praticamente scomparso a causa dei forti tagli applicati dallo Stato in questi annied i canoni di mercato hanno subito un leggero calo, ma del tutto insufficiente rispetto ai redditi delle famiglie.Se guardiamo al numero degli sfratti, la situazione è ancor più preoccupante: la regione Emilia-Romagna registra il maggior numero di sfratti per famiglia, circa 1 ogni 275 contro una media nazionale di 1 ogni 380. Gli sfratti per morosità sono più che raddoppiati (+220%) e nella sola città di Bologna ci sono circa 1.000 richieste di sfratto all’anno. Di fronte a questa situazione negativa, il mercato immobiliare non è capace di innescare quei meccanismi di regolazione che dovrebbero permettere l’incontro tra domanda e offerta. I prezzi delle abitazioni, come quelli dei canoni di affitto, hanno subito un’oscillazione minima, segno di una forte rigidità dei prezzi.La situazione a Bologna è condizionata dalla forte presenza di studenti, dato che il capoluogo emiliano è la città che registra la maggiore incidenza del numero di studenti rispetto agli abitanti. Per il mercato immobiliare gli studenti sono “una piccola droga”, poiché tengono alta la domanda di affitto ed in molti casi accettano situazioni abitative inadeguate, senza contratto ed a prezzi altiQuali soluzioni?I numeri dell’edilizia residenziale pubblica (ERP) dimostrano come a Bologna, in linea con la media nazionale, l’offerta sia del tutto insufficiente, pari al 5,6% sul totale delle abitazioni, mentre in Francia è del 15% ed in Germania del 18%.Di fronte ad uno sfitto privato che si aggira intorno ai 7.000 appartamenti in città e ad una disponibilità di 225 alloggi pubblici vuoti, le soluzioni proposte dal sindacato Asia-USB riguardano sia provvedimenti di esproprio e requisizione del patrimonio sfitto privato, sia un autorecupero dello sfitto pubblico, in modo da restituire patrimonio alla collettività per far fronte al crescente bisogno sociale di case. Il mercato non sembra poter fornire le risposte adeguate, considerando l’insufficiente calo dei prezzi sia degli affitti sia delle abitazioni nuove; a fronte di circa 5.000 abitazioni invendute nella città anche le nuove costruzioni non possono essere la risposta, poiché provocherebbero un ulteriore consumo di suolo in una città come Bologna già duramente provata dalla cementificazione.Negli ultimi anni le politiche abitative si sono sempre più orientate verso aspetti fiscali, con l’obiettivo di ridurre l’evasione che caratterizza questo settore ed incentivare un utilizzo adeguato degli immobili per dare risposta all’emergenza abitativa. Dalla cedolare secca, all’introduzione delle varie aliquote IMU, sembra però che questo strumento non sia in grado di raggiungere gli obiettivi sperati, considerando ancora l’alta percentuale di contratti non registrati e la grande quantità di sfitto presente in città.Di fronte al disagio abitativo che colpisce sempre più famiglie, appare quantomeno curiosa la facilità con cui si mettono a disposizione alloggi sfitti (privati e pubblici) per l’emergenza terremoto, mentre il diritto all’abitare bussa da anni alle porte ricevendo risposte insufficienti, sfratti e sgomberi.Quindi, la casa è un privilegio per pochi, o un diritto per tutti? *Michele Lapini: fotografo freelance toscano classe 1983 vive a Bologna da 5 anni. Ha pubblicato per riviste e quotidiani italiani ed internazionali, e collabora con alcune agenzie. Si occupa principalmente di reportage legati a tematiche sociali, ambientali e politiche sia in Italia che all’estero.

Grazie ad Equitalia i pignoramenti delle case salgono a 44mila e 27.

Bologna -

Cifre drammatiche ed in costante crescita,nel 2010 erano 37mila 472 famiglie a venire buttate fuori di casa nel 2011 sono state 44 mila e 27 a subire questo doloroso calvario, perchè di questo si tratta, e questo senza avere ancora i dati d'inizio 2012.E Pur essendoci un accordo tra ABI e d alcune associazioni di consumatori che per il momento ha scongiurato il pignoramento per migliaia di altre persone colpite da eventi traumatici come la perdita del lavoro o la cassa integrazione, che ne hanno ridotto la capacità di rimborso del mutuo, per la prossima scadenza (luglio) sembra che la situazione si complichi ulteriormente raggiungendo eventi drammatici visto che l'accordo verra tagliato.Attualmente  il numero delle richieste di sospensione del pagamento delle rate è passato dalle 55 mila di fine novembre 2011 alle oltre 60 mila attuali, con un debito residuo di circa 7,5 miliardi.Il responsabile settore immobiliare di Nomisma, Luca Dondi, si affretta a dichiarare che ;"Le prospettive reddituali delle famiglie non sono certamente positive e il sistema bancario, che finora ha riconosciuto una serie di moratorie, non potrà certamente rimandare sine die il momento del pagamento delle rate»,situazione che come Sindacato di Inquilini conosciamo benissimo.La contrazione della capacità reddituale delle famiglie è confermata dai dati Crif, secondo cui le richieste di mutuo nel primo trimestre di quest´anno sono calate del 48%, mentre Assofin segnala nel primo bimestre 2012 una vera e propria emorragia di operazioni di finanziamento concluse con un secco meno 58,5%.Il dimezzamento dei finanziamenti immobiliari è anche l´effetto dell´inasprimento dei criteri di concessione del credito da parte delle banche e che ha colpito, in particolare, i mutuatari con reddito medio-basso. A questo fattore bisogna poi aggiungere il forte aumento dello spread. L´applicazione da parte delle banche di spread elevati, di fatto, vanifica fortemente le riduzioni dell´Euribor.Basti pensare che – rispetto al 7 ottobre 2011 quando l´Euribor a un mese quotava 1,36% – venerdì scorso il valore si è posizionato sullo 0,40% ( – 0,96%) e l´Euribor a 3 mesi è passato nello stesso periodo dall´1,57% allo 0,69% (-0,88%).Al contrario, dati elaborati da MutuiOnline propongono questo scenario: i ricarichi applicati dalle banche per i mutui a tasso variabile sono mediamente passati dall´1,43% del primo semestre 2011 al 3,57% del primo bimestre di quest´anno. «Il calcolo rigoroso dei tassi di interesse – segnala Dondi – rappresenta uno degli strumenti preferiti dagli istituti per alleggerire i propri costi. In altre parole, si trasferiscono sulla potenziale clientela l´onerosità dei costi di approvvigionamento a medio-lungo termine».Tutto questo con il beneplacito del Governo Monti che corre a rassicurare i dipendenti Equitalia e non le famiglie in mezzo ad una strada o che ci finiranno.

OBBLIGO DI PAREGGIO IN BILANCIO: No alla revisione dell’art.81. Noi vogliamo il referendum!

Roma -

Martedì 17 aprile, ore 16.00 manifestazione al Senato Il Comitato No Debito da mesi sta incalzando l’agenda politica con la richiesta di stoppare la revisione dell’art.81 della Costituzione che introduce l’obbligo di pareggio in bilancio. Tra le possibilità vi è quella di un referendum confermativo che costringerebbe il governo – e le imposizioni dell’Unione Europea - a mettersi a verifica democratica nella società pittosto che procedere a colpi di diktat approvati nei due rami del Parlamento senza una reale opposizione. Al Senato la revisione dell’art.81 si discute nuovamente martedì 17 e mercoledì 18. Se più di un terzo dei senatori votasse contro, il governo sarebbe costretto a fare il referendum. Abbiamo alcuni giorni di tempo per fare tutto il possibile per invitare una parte del Senato a non votare questo provvedimento antidemocratico, suicida dal punto economico e micidiale dal punto di vista sociale. Usiamo questi giorni per far "fischiare le orecchie" a tutti i senatori e le senatrici che siamo in grado di raggiungere direttamente o indirettamente, invitandoli a non votare la modifica dell’art.81. Martedì 17 aprile, così come abbiamo fatto mercoledì scorso, saremo in piazza davanti al Senato. Invitiamo alla massima partecipazione. Comitato No Debito www.nodebito.it Martedì 17 aprile, ore 16.00 manifestazione al Senato Il Comitato No Debito da mesi sta incalzando l’agenda politica con la richiesta di stoppare la revisione dell’art.81 della Costituzione che introduce l’obbligo di pareggio in bilancio. Tra le possibilità vi è quella di un referendum confermativo che costringerebbe il governo – e le imposizioni dell’Unione Europea - a mettersi a verifica democratica nella società pittosto che procedere a colpi di diktat approvati nei due rami del Parlamento senza una reale opposizione. Al Senato la revisione dell’art.81 si discute nuovamente martedì 17 e mercoledì 18. Se più di un terzo dei senatori votasse contro, il governo sarebbe costretto a fare il referendum. Abbiamo alcuni giorni di tempo per fare tutto il possibile per invitare una parte del Senato a non votare questo provvedimento antidemocratico, suicida dal punto economico e micidiale dal punto di vista sociale. Usiamo questi giorni per far "fischiare le orecchie" a tutti i senatori e le senatrici che siamo in grado di raggiungere direttamente o indirettamente, invitandoli a non votare la modifica dell’art.81. Martedì 17 aprile, così come abbiamo fatto mercoledì scorso, saremo in piazza davanti al Senato. Invitiamo alla massima partecipazione. Comitato No Debito www.nodebito.it

Bankitalia, crolla il reddito delle famiglie.

Roma -

L'INTERVENTO Bankitalia, crolla il reddito delle famiglie Tarantola: "Sono ammortizzatore sociale" Nella fase più acuta della recessione, tra il 2008 e il 2009, gli introiti sono calati del 4% a fronte di una riduzione del Pil del 6%. Secondo il vice direttore generale di Palazzo Koch 480mila famiglie hanno sostenuto almeno un figlio che aveva perso il lavoro nei mesi precedentigo dopo MILANO - Durante la fase acuta della recessione, nel 2008-09, la caduta dei redditi familiari ha raggiunto in Italia il 4%, a fronte di una riduzione del Pil del 6%. Nella maggior parte degli altri Paesi avanzati "il reddito disponibile lordo reale delle famiglie è invece cresciuto, nonostante la contrazione del prodotto". Lo evidenzia il vice direttore generale di Bankitalia, Anna Maria Tarantola nell'ambito del Convegno "La famiglia un pilastro per l'economia del Paese". Nella tarda primavera del 2009 "nel momento di massimo impatto della crisi sul mercato del lavoro italiano, circa 480mila famiglie hanno sostenuto almeno un figlio convivente che aveva perso il lavoro nei dodici mesi precedenti". La crisi, spiega, "ha gravemente inciso sui redditi delle famiglie italiane riducendone la capacità di risparmio. La ricchezza accumulata, finanziaria e reale, è stata in parte utilizzata per far fronte alle difficoltà economiche". In questo quadro, "si sono ampliati i divari: considerando anche la ricchezza, il numero di famiglie in condizione di povertà, è aumentato". Nello stesso tempo, rileva Tarantola, "le famiglie italiane hanno svolto un'importante funzione di ammortizzatore sociale che continuerà anche nel corrente anno. La struttura familiare italiana - ha spiegato - caratterizzata da una marcata propensione dei giovani a costituire un nuovo nucleo familiare solo se occupati, ha limitato l'impatto della grande recessione sul benessere degli individui. Per converso, sono proprio le famiglie dei giovani che hanno intrapreso un percorso autonomo, quelle che hanno pagato il prezzo più elevato della crisi e che oggi fronteggiano i livelli di incertezza più elevati". (04 aprile 2012)

Mercato immobiliare, altri due anni di stagnazione.

Roma -

A prevederlo è il centro studi Nomisma. Per l'anno in corso si prospetta lo stesso numero di compravendite residenziali del 2011. Un risultato, visti i tempi, positivo, ma che non smuove l'immenso magazzino di invenduto BOLOGNA, 23 MAR. 2012 - Il mercato del mattone da oltre tre anni 'gira' a livelli minimi. Un andamento che proseguirà anche per il biennio 2012-2013. Lo dicono i numeri del consueto rapporto immobiliare del centro studi Nomisma, il primo del 2012. Per il mercato immobiliare al dettaglio la stagnazione è "la prospettiva più probabile", si legge nel documento. In base ai numeri presentati dal centro studi bolognese le previsioni per il 2012 parlano di un numero di compravendite residenziali a livello nazionale pari a 594.037, sostanzialmente in linea con le 598.224 compravendite del 2011. "In un quadro di perdurante debolezza - viene osservato - i dati a consuntivo del 2011 evidenziano un'insospettabile capacità di tenuta del mercato immobiliare. Non pare fuori luogo ritenere che i livelli raggiunti rappresentino una soglia di resistenza sotto la quale, anche in condizioni critiche, il settore fatichi a scendere". Tuttavia, viene osservato ancora, "se non vi sono dubbi che i risultati dell'anno appena concluso vadano interpretati come un segnale tutto sommato positivo, in ragione del fondato rischio di un tracollo ben peggiore, è altrettanto evidente rappresentino un ammontare troppo esiguo per un settore che si era strutturato pianificando un 'turn-over' di gran lunga superiore". Pertanto, sottolinea Nomisma, "le esigenze di assorbimento degli eccessi di produzione, da una parte e di efficienti movimentazioni dall'altra, mal si conciliano con un mercato attestato ormai da oltre un triennio sui livelli minimi". In tale contesto, quindi, "l'imponente 'magazzino' delle imprese non solo mette a repentaglio la sopravvivenza di parte di esse ma necessariamente deprime le prospettive di ulteriore attività a medio termine". Guardando alle previsioni dei prezzi per gli immobili, in media, nelle principali 13 città italiane, in uno scenario di questo genere, per il 2012 i prezzi dovrebbero registrare un calo dell'1,6% per le abitazioni, del 2,1% per gli uffici. Nel 2013, invece, il calo per le abitazioni dovrebbe essere dello 0,8%, dell'1,1% per gli uffici e dell'1,3% per i negozi. "Accantonate le speranze di immediato rilancio del settore e, con esse, la prospettiva di pronto riassorbimento delle notevoli eccedenze createsi - puntualizza Luca Dondi, responsabile del settore immobiliare di Nomisma - si tratta ancora di verificare gli effetti sulle quotazioni di un'eventuale revisione delle strategie da parte dei venditori. Le imprese, e con esse le banche, si trovano di fronte ad un bivio - aggiunge -: da una parte il mantenimento di posizioni apparentemente inconciliabili con l'attuale disponibilità di gran parte della domanda e - conclude - il graduale adattamento delle aspettative alla fase di mercato". COMUNICATO STAMPA I RAPPORTO SUL MERCATO IMMOBILIARE 2012 Bologna, 23 Marzo 2012 Pietro Modiano, presidente di Nomisma, anticipa le mosse delle banche e traccia lo scenario per il mercato Va in archivio uno dei trimestri peggiori dall’inizio della crisi e con esso i timori di insolvenza dello Stato che avevano comportato un drammatico innalzamento della percezione di rischiosità del debito pubblico. L’allentamento della pressione internazionale sul nostro Paese, testimoniata da una netta flessione degli spread rispetto ai titoli tedeschi, si tradurrà in una diminuzione degli accantonamenti prudenziali imposti dall’EBA e in una minore ritrosia delle banche a prestarsi denaro sul mercato interbancario. Tali fattori, associati alle massicce iniezioni di liquidità della BCE, consentiranno finalmente agli istituti di credito di tornare a sostenere famiglie e imprese a costi più contenuti. Gli effetti sui livelli di attività saranno necessariamente lenti e graduali, in ragione non soltanto della selettività con cui le banche, almeno inizialmente, continueranno a gestire il rapporto con la clientela. La debolezza del quadro economico generale e il necessario ripristino della componente di risparmio fortemente erosa a sostegno dei consumi fungeranno, infatti, da freno agli investimenti. Il ripristino della fiducia interna rappresenta un passaggio imprescindibile per favorire un effettivo afflusso della maggiore liquidità disponibile verso il settore immobiliare. L’attesa rimozione dei vincoli all’offerta di credito produrrà risultati modesti in assenza di una contestuale riattivazione della domanda. L’elemento fiduciario, che su questo versante riveste un ruolo fondamentale, necessita di segnali, anche timidi, che fungano da innesco. La riduzione dello spread, di per sé, non pare sufficiente. Luca Dondi, responsabile del settore immobiliare di Nomisma, analizza le prospettive del settore in Italia In un quadro di perdurante debolezza, i dati a consuntivo del 2011 evidenziano un’insospettabile capacità di tenuta del mercato immobiliare. Le quasi 600 mila transazioni residenziali sul versante al dettaglio e i circa 4,3 miliardi di investimenti su quello corporate rappresentano, infatti, livelli superiori alle attese. Se non vi sono dubbi che i risultati dell’anno appena conclusosi vadano interpretati come un segnale tutto sommato positivo, in ragione del fondato rischio di un tracollo ben peggiore, è altrettanto evidente rappresentino un ammontare troppo esiguo per un settore che si era strutturato pianificando un turnover di gran lunga superiore. Le esigenze di assorbimento degli eccessi di produzione da una parte e di efficiente movimentazione dall’altra, mal si conciliano con un mercato attestato ormai da oltre un triennio sui livelli minimi. La notevole mole di offerta e l’enorme fabbisogno abitativo compresso rischiano di non trovare un punto di incontro, in assenza di sostanziali miglioramenti dell’accessibilità del settore. La tutto sommata modesta flessione dei prezzi, proseguita in maniera omogenea anche nell’ultimo anno, come è possibile apprezzare dall’ultimo monitoraggio delle realtà urbane di medie dimensioni, non ha in alcun modo compensato il contestuale indebolimento della capacità di spesa delle famiglie, determinando inevitabilmente un massiccio ampliamento dell’offerta. Accantonate le speranze di immediato rilancio del settore e, con esse, la prospettiva di pronto riassorbimento delle notevoli eccedenze createsi, si tratta ora di verificare gli effetti sulle quotazioni di un’eventuale revisione delle strategie della parte venditrice. Le imprese (e con esse le banche) si trovano di fronte ad un bivio: da una parte il mantenimento di posizioni apparentemente inconciliabili con l’attuale disponibilità di gran parte della domanda, dall’altra il graduale adattamento delle aspettative alla fase di mercato. La scelta della strenua difesa di valori sovradimensionati rischierebbe unicamente di tradursi in un’ulteriore dilazione dei tempi di assorbimento, che finirebbe di fatto per compromettere la redditività delle iniziative che si intende salvaguardare.     Nomisma: prezzi al ribasso e ampi tempi di vendita Secondo il I° rapporto sul mercato immobiliare di Nomisma, nel primo trimestre 2012 i prezzi sono scesi del -1,9% per le abitazioni nuove, e -2,2% per quelle usate. Ancor più dilatati i tempi medi di vendita, a fronte di un’offerta crescente e disposta a rivedere al ribasso il prezzo richiesto, ma la domanda è indebolita dalla congiuntura economica generale ed i potenziali acquirenti dispongono così di una ridotta capacità di spesa. Dal 2008 gli sconti praticati sul prezzo richiesto in partenza dal venditore, sono progressivamente cresciuti, raggiungendo attualmente il 13,3%. Per vendere una casa occorrono in media 6,6 mesi. Per il 2012 si prevedono 594.037 compravendite residenziali a livello nazionale, sostanzialmente in linea con le 598.224 compravendite del 2011. Questi i numeri del mattone snocciolati nel rapporto Nomisma, elaborato su un campione di 13 città intermedie. “In un quadro di perdurante debolezza, i dati a consuntivo del 2011 evidenziano un’insospettabile capacità di tenuta del mercato immobiliare. – analizza Luca Dondi, responsabile del settore immobiliare di Nomisma – Le quasi 600 mila transazioni residenziali sul versante al dettaglio e i circa 4,3 miliardi di investimenti su quello corporate rappresentano, infatti, livelli superiori alle attese. Non pare fuori luogo ritenere che i livelli raggiunti rappresentino una soglia di resistenza sotto la quale, anche in condizioni critiche, il settore fatichi a scendere. “.   Prezzi delle case in calo dell'1,6% nel 2012. Nomisma: «Stagnazione nel prossimo biennio» di Michela Finizio Nessuna ripresa all'orizzonte, quanto meno nel medio-breve termine. Il quadro presentato dall'istituto indipendente Nomisma sul mercato immobiliare italiano non induce all'ottimismo: dopo la sostanziale tenuta del 2011, le proiezioni individuano nella stagnazione la prospettiva più probabile per il prossimo biennio. Sono le conclusioni dell'ultimo rapporto sul mercato immobiliare, elaborato su un campione di 13 città intermedie. Nel dettaglio i dati delle città monitorate verranno discussi sul prossimo numero di Casa24 Plus in edicola il 29 marzo. In base ai numeri presentati dal centro studi bolognese le previsioni per il 2012 parlano di un numero di compravendite residenziali a livello nazionale pari a 594.037, sostanzialmente in linea con le 598.224 compravendite del 2011. «In un quadro di perdurante debolezza - viene osservato - i dati a consuntivo del 2011 evidenziano un'insospettabile capacità di tenuta del mercato immobiliare. Non pare fuori luogo ritenere che i livelli raggiunti rappresentino una soglia di resistenza sotto la quale, anche in condizioni critiche, il settore fatichi a scendere». Guardando alle previsioni per il futuro sulle quotazioni immobiliari, in media nelle principali 13 città italiane, per il 2012 i prezzi dovrebbero registrare un calo dell'1,6% per le abitazioni, del 2,1% per gli uffici. Nel 2013, invece, il calo per le abitazioni dovrebbe essere dello 0,8%, dell'1,1% per gli uffici e dell'1,3% per i negozi. «Accantonate le speranze di immediato rilancio del settore e, con esse, la prospettiva di pronto riassorbimento delle notevoli eccedenze createsi - puntualizza Luca Dondi, responsabile del settore immobiliare di Nomisma - si tratta ancora di verificare gli effetti sulle quotazioni di un'eventuale revisione delle strategie da parte dei venditori. Le imprese, e con esse le banche, si trovano di fronte ad un bivio - aggiunge -: da una parte il mantenimento di posizioni apparentemente inconciliabili con l'attuale disponibilità di gran parte della domanda e - conclude - il graduale adattamento delle aspettative alla fase di mercato». Le quasi 600mila transazioni residenziali concluse nel 2011 e i circa 4,3 mld di investimenti su quello corporate rappresentano, comunque, livelli superiori alle attese. Si tratta di un risultato tutto sommato positivo, a fronte di un temuto tracollo. Appare tuttavia troppo esiguo - sottolinea Nomisma - «per un settore che si era strutturato pianificando un turnover di gran lunga superiore». Pertanto «le esigenze di assorbimento degli eccessi di produzione, da una parte e di efficienti movimentazioni dall'altra, mal si conciliano con un mercato attestato ormai da oltre un triennio sui livelli minimi». In tale contesto, quindi, «l'imponente magazzino delle imprese non solo mette a repentaglio la sopravvivenza di parte di esse ma necessariamente deprime le prospettive di ulteriore attività a medio termine». C'è anche chi intravede uno spiraglio: «L'allentamento della pressione internazionale legata al debito sovrano potrebbe favorire, a partire dal secondo semestre 2012, una timida ripresa sul versante corporate».

PIÙ POVERI, DISOCCUPATI, SOLI. L'ITALIA VISTA DALL'ISTAT.

Roma -

Un quadro drammatico emerge dai dati Istat e straccia i fondali di cartone della retorica governativa. Un quarto della popolazione ufficialmente nell'area della povertà.   Difficile restituire in un solo “pezzo” le oltre 400 pagine del rapporto annuale pubblicato oggi dall'Istat. Si rischia di fare una scelta molto soggettiva e parziale tra le molte notizie, immagini, riflessione che inevitabilmente una simile massa di dati trascina con sé.   Ma una realtà sbatte immediatamente in faccia e spiega molto dell'attuale clima “mentale” del paese: Circa un quarto degli italiani (il 24,7% della popolazione, più o meno 15 milioni) sperimenta il rischio di povertà o di esclusione sociale. Si tratta di un valore leggermente superiore alla media Ue che è del 23,1%, il che certifica una situazione sociale di forte disagio che le politiche di “rigore” continuano ad aggravare. l rischio povertà riguarda circa 7,5 milioni di individui (12,5% della popolazione). 1,7 milioni di persone (2,9%) si trovano in condizione di “grave deprivazione”, mentre 1,8 milioni (3%) lavora solo saltuariamente (“intensità di lavoro molto bassa”). Si trovano in quest'ultima condizione l'8,8% delle persone con meno di 60 anni (6,6% contro il valore medio del 9%). Solo l'1% della popolazione (circa 611 mila individui) vive in una famiglia contemporaneamente a rischio di povertà, deprivata e a intensità di lavoro molto bassa. Nelle regioni meridionali, con solo un terzo della popolazione nazionale, vive il 57% delle persone a rischio povertà (8,5 milioni) e il 77% di quelle che convivono sia col rischio, sia con la deprivazione sia con intensità di lavoro molto bassa (469 mila). La crisi ha accentuate queste tendenze, anche perché si è fatta sentire in modo molto diseguale. L'impatto della crisi sull'occupazione è stato pesante. Nel biennio 2009-2010 il numero di occupati è diminuito di 532 mila unità. I più colpiti sono stati i giovani tra i 15 e i 29 anni, fascia d'età in cui si registrano 501 mila occupati in meno. Si tratta di una conseguenza diretta della scelta criminale in favore della precarietà dei rapporti di lavoro. Ci si è sciacquati molto la bocca  nel decennio scorso e anche prima - con la “crescita dell'occupazione” che sarebbe derivata dalla possibilità, per le imprese, di assumere gente con contratti a termine o altre tipologie precarie. E in effetti, finché c'è stata una crescita economica anche minima, l'occupazione (precaria) è aumentata.  Ma chiunque ragioni un attimo sa che questo tipo di “occupazione agevolata” costituisce una sorta di ammortizzatore per i profitti e una condanna per i salari, costretti a restare bassi. Non appena la crisi si fa sentire, i primi posti a saltare sono proprio quelli precari, spesso riguardanti posizioni lavorative a competenze limitate.Per la condizione giovanile questa sta diventando una tragedia senza soluzione. Nel 2010 erano poco oltre 2,1 milioni (134 mila in più rispetto a un anno prima, il 6,8% in più), i giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non frequentano alcun corso di istruzione o formazione. Si tratta del 22,1% degli under 30, percentuale in aumento rispetto al 20,5% del 2009. La cosiddetta generazione NEET (Not in education, employment or training).  L'incremento riguarda soprattutto i giovani del Nord Est, gli uomini e i diplomati, ma anche gli stranieri (310mila nel 2010).La crisi ha insomma portato indietro le lancette della crescita di ben 35 trimestri, quasi dieci anni e l'attuale moderata ripresa ne ha fatti recuperare appena 13.  Nel decennio 2001-2010 l'Italia ha realizzato la performance di crescita peggiore tra tutti i Paesi dell'Unione europea, con un tasso medio annuo di appena lo 0,2% contro l'1,3% registrato dall'Ue e l'1,1% dell'Uem (ovvero i paesi che adottano l'euro).L'Istat sottolinea in particolare un graduale scollamento della performance italiana rispetto alle altre maggiori economie dell'Unione che è divenuto più evidente nella fase di ripresa 2006-2007 e si è aggravato con la crisi.  Inoltre, per la sua vocazione produttiva e gli scarsi margini di manovra della finanza pubblica il nostro Paese ha subito la crisi in maniera comparativamente forte e stentato nella successiva ripresa: nel 2010 il livello del pil è risultato ancora inferiore di 5,3 punti percentuali rispetto a quello raggiunto nel 2007, mentre il divario da colmare è del 3,7% nel Regno Unito, del 3% in Spagna e di appena lo 0,8% e lo 0,3% in Francia e in Germania.  Tradotto in conseguenze produttive, il numero delle imprese si è ridotto di 43 mila unità”, lasciando senza lavoro “363mila addetti.Il problema fondamentale è il forte squilibrio della crescita italiana, dove la domanda intera è praticamente ferma da anni (ma se i salari e l'occupazione diminuiscono non può accadere altro); il principale fattore trainante per la ripresa è stata la domanda estera, che comunque era anche stata la componente che aveva guidato la caduta nel corso della recessione.  Tuttavia, si legge nel volume, dopo aver agito da traino nella fase di recupero dell'attività industriale, la componente estera della domanda ha però assunto nel periodo più recente un ruolo frenante: il fatturato realizzato sui mercato esteri, che era in fortissima crescita sino al terzo trimestre, ha registrato nel quarto trimestre del 2010 e ancora all'inizio del 2011 un'evoluzione assai modesta, mentre quello relativo alla componente nazionale ha mantenuto una dinamica più moderata, ma persistentemente positiva.Guardando sempre all'estero, i tecnici dell'Istat evidenziano che le piccole e medie imprese hanno reagito meglio sia nella fase recessiva che, e sopratutto, in quella espansiva, mostrando la capacità di riposizionarsi sui mercati internazionali. Mentre le grandi imprese rappresentano il segmento più in difficoltà specialmente nei mercati europei. Crolla, sotto la pressione della crisi, anche un pilastro consolidato del costume italiano. Per salvaguardare il livello dei consumi, le famiglie hanno progressivamente eroso il loro tasso di risparmio, sceso per la prima volta al di sotto di quello delle altre grandi economie dell'eurozona”.  L'Istat sottolinea che lo scorso anno la propensione al risparmio delle famiglie si è attestata al 9,1%, il valore più basso dal 1990.Sono circa 800 mila le donne licenziate o messe in condizione di doversi dimettere a causa di una gravidanza. Si tratta dell'8,7% delle madri che lavorano o che hanno lavorato in passato e la percentuale sale al 13,1% per le donne giovani nate dopo il 1973.  In generale, sottolinea l'Istat, il 15% delle donne smette di lavorare per la nascita di un figlio.Va anche peggio per la salute. Quasi due milioni di italiani con problemi sanitari non sono raggiunti da alcun tipo di sostegno. Si tratta di persone che vivono sole o con altre persone con limitazioni, o in un contesto familiare parzialmente o del tutto incapace di rispondere ai loro bisogni.  Il 37,6% di queste persone è residente nel Mezzogiorno. Considerato il mix di più fonti di aiuti (informale, pubblico e privato) sono state sostenute nel 2009 il 27,7% delle famiglie (erano il 16,9 nel 2003), con un valore massimo nel nord-est (32,2%) e minimo nel Mezzogiorno (26,1%) dove però c'é più bisogno. L'Istat rileva più aiuti dove le famiglie sono già sostenute. Nel nord-est, ad esempio, il 19,7% delle famiglie con almeno una persona con più di 80 anni ha ricevuto cura e assistenza grazie al sostegno congiunto di più tipi di operatori o servizi; nelle altre zone i valori sono più bassi, intorno al 13,5%. La rete di aiuto e cura informale in Italia si regge notoriamente sulle donne. Sono loro a svolgere i due terzi del totale delle ore impegnate, ben 2,1 miliardi l'anno. Sono aumentati soprattutto gli aiuti gratuiti fra persone che non coabitano (care giver): erano il 20,8% nel 1983, sono stati il 26,8% nel 2009.  Diminuiscono, però, le famiglie aiutate (dal 23,2% al 16,9%), soprattutto quelle con anziani (dal 28,9% al 16,7%). L'Istat lancia un allarme: la catena di solidarietà femminile fra madri e figlie su cui si fondava la rete di aiuti informale rischia di spezzarsi perché le donne sono sempre più sovraccariche di lavoro all'interno della famiglia e le nonne sono sempre più schiacciate tra la cura dei nipoti, dei genitori anziani non autosufficienti e dei figli adulti.

COME HANNO INVESTITO GLI ENTI PRIVATIZZATI I SOLDI DEI LAVORATORI CONTRIBUENTI?

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DOPO DUE ANNI DI LAVORO SI CONCLUDE L'INDAGINE CONOSCITIVA SULLA SITUAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA DEGLI ENTI PRIVATIZZATI ANCHE IN RELAZIONE ALLA CRISI DEI MERCATI, PORTATA AVANTI DALLA COMMISSIONE PARLAMENTARE DI CONTROLLO SULLE ATTIVITA’ DEGLI ENTI GESTORI DI FORME OBBLIGATORIE DI PREVIDENZA E ASSISTENZA SOCIALE.LASCIAMO AI LETTORI DEI DOCUMENTI CHE ALLEGHIAMO IL GIUDIZIO DI MERITO.L'ASIA-USB STA PORTANDO AVANTI ORMAI DA OLTRE DUE ANNI LA BATTAGLIA CONTRO LA GESTIONE PRIVATISTICA E SPECULATIVA DEGLI ENTI PRIVATIZZATI E RIBADISCE CON FORZA, ANCHE ATTRAVERSO INIZIATIVE LEGALI, CHE ESSI SVOLGONO UNA FUNZIONE PUBBLICA.SI ALLEGA:-  la sintesi, redatta dai Comitati inquilini, della relazione conclusiva della Commissione bicamerale di controllo e vigilanza;-  articolo del Sole 24 Ore del 19 dicembre 2010. 

REGIONE LAZIO: AGGIORNAMENTO LIMITE DI REDDITO PER L'ACCESSO ALL'ERP

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Con determinazione del direttore regionale del 9 settembre 2009 n.3870, la regione Lazio ha aggiornato il limite di reddito annuo complessivo del nucleo familiare per l'accesso all'edilizia residenziale pubblica. Per il biennio luglio 2009- luglio 2011, il limite è elevato in euro 18.702,00. E' possibile scaricare la determinazione nei pdf allegati.

CASA, PER 47MILA FAMIGLIE NEL LAZIO IL TETTO RIMANE UN SOGNO

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da www.roma-citta.it Aumenta il bisogno di abitazioni a costi sostenibili e crolla la capacità di acquisto. Per 47 mila famiglie nel Lazio la casa è un bene inaccessibile. È la fotografia scattata da uno uno studio del Cresme Ricerche, sulla questione abitativa nel Lazio. "Nella regione - osserva Carlo Mitra, presidente di Confcooperative Lazio - 47 mila famiglie non sono in grado di acquistare o affittare una casa a costi sostenibili. Si evidenzia che più del 30% di queste è costituito da giovani coppie". (6 marzo '09)

IMMOBILIARE: ACQUISTI IN DISCESA, MA PREZZI STABILI

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da il Manifesto del 21 marzo ‘08 Le compravendite sul mercato immobiliare stanno diminuendo, soprattutto nelle grandi città, ma i prezzi seguitano a crescere, anche se più lentamente. E’ quanto risulta da uno studio di Nomisma presentato il 20 marzo. Dopo 10 anni di boom, la domanda nel 2007 ha ceduto. La premessa del rallentamento è in un boom che dura da 10 anni, così nel 2007 le compravendite hanno registrato un calo del 9,7% nelle metropoli e dell’1,9% nelle città di media grandezza. I prezzi, dal canto loro, continuano a salire, anche se più lentamente del passato: per le abitazioni nuove si registra +5,7% in provincia contro il 4,8% nelle città maggiori. Per quanto riguarda le abitazioni usate, i 13 maggiori centri monitorati da Nomisma mostrano un incremento delle valutazioni del 5,1% contro il +5,9% delle città di media grandezza. I prezzi dunque tengono, anche se non crescono più ai livelli di qualche anno fa, mentre flettono le compravendite a quota 817mila (-3,3%). Il pessimismo in questa fase prevale: quattro operatori su cinque prevedono un calo delle compravendite e una percentuale simile si attende una diminuzione dei prezzi. Però con questi prezzi l’italiano medio riesce con sempre più difficoltà a comprare casa. Dieci anni fa con uno stipendio si potevano comprare quasi 12 metri quadrati, oggi appena 9.

POLITICHE ABITATIVE A ROMA E NEL LAZIO: LA RICERCA EURISPES IN SINTESI

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Ecco come il presidente dell'Eurispes Gian Maria Fara ha commentato ironicamente le conclusioni dell'indagine sulle politiche abitative nel Lazio e a Roma, a cura di Eurispes- Assessorato ai Lavori pubblici Regione Lazio, presentata nel luglio 2007: 'Questo Paese potrebbe apportare qualche modifica alla Costituzione e specialmente all'art.1. L'Italia è infatti un Paese fondato sul mattone, è questa la base della nostra economia e al centro di tutto c'è la casa'. 'Nei Paesi del nord - ha ricordato Fara - i cittadini che possiedono case sono molto meno che in Italia; negli ultimi anni nel nostro Paese i mutui si sono talmente abbassati che le rate corrispondono grosso modo al canone di affitto. Si preferisce dunque comprare che affittare'. Ciò significa però anche che, ha sottolineato Fara, 'se cresce il mercato della casa cresce anche il debito delle famiglie'.In questo contesto il fattore nuovo è rappresentato dagli stranieri. 'Gli immigrati - ha detto il presidente dell' Eurispes - sono diventati una risorsa per il nostro Paese, cominciano a produrre ricchezza, hanno decisamente cambiato il loro rapporto con il nostro Paese'. • AL 12,5% INDEBITAMENTO FAMIGLIE PER MUTUILa sola provincia di Roma assorbe l'11,2% del totale nazionale dell'indebitamento per l'acquisto di abitazioni, mentre il Lazio rappresenta il 12,5% del totale. I mutui concessi nella provincia romana rappresentano circa il 90% del totale regionale, rispetto alle province di Latina, Viterbo, Frosinone e Rieti che raccolgono rispettivamente il 4,8%, il 2,9%, il 2,5% e l'1,2%. Sono questi alcuni dei dati che emergono dall'indagine realizzata dall'Eurispes per conto della Regione Lazio sulle politiche abitative nella regione.Dal 1997 al 2002, il numero di famiglie che vive in alloggi in affitto è diminuito di circa 500.000 unità. Nel 1981, le famiglie che vivevano in abitazioni in affitto rappresentavano il 35,2% della popolazione; nel 1991 la percentuale è scesa al 25,4% e nel 2002 le famiglie residenti in appartamenti in affitto erano il 18,7%. Secondo gli analisti dell'Eurispes ciò 'dipende dal fatto che, attualmente, il costo dell'affitto e quello del mutuo si equivalgono, con la differenza che finito di pagare il mutuo si è proprietari di un bene patrimoniale di alto valore e immediatamente collocabile sul mercato'. Questo nonostante ‘comprare una casa nel centro di Roma sia come comprarne quattro a Viterbo’.I prezzi medi rilevati dall'Eurispes per l'acquisto di un appartamento (circa 70 mq) nella zona centrale di Roma, varia da un minimo di 372.633 ad un massimo di 492.897 euro, a Viterbo il prezzo oscilla tra i 79.567 e i 109.667 euro, a Latina tra gli 84.100 ai 117.600, a Rieti tra i 67.200 e i 90.300, da un minimo di 64.969 a un massimo di 94.500 nella città di Frosinone.• A ROMA AUMENTANO ABITAZIONI SFITTEÈ di Roma il record degli appartamenti non affittati. Se nel Lazio il numero delle abitazioni non occupate è passato dalle 511.699 del 1991 alle 473.778 del 2001, a Roma il numero delle abitazioni sfitte è in costante aumento, passate dalle 104.785 del 1981 alle 186.592 del 1991 fino ad arrivare alle 277.319 nel 2001. Tra i dati significati anche la crescita delle famiglie proprietarie: 34% nel 1971, 46% nel 1981, 59% nel 1991, 64% nel 2001. I prestiti delle banche alle famiglie per l'acquisto di abitazioni sono passati dagli 8,5 ml del 2001 ai 21 miliardi del primo trimestre del 2006; tuttavia, le famiglie romane che vivono in affitto sono ancora 261 mila, il 24% del totale. I rinnovi dei contratti in scadenza hanno fatto lievitare gli affitti del 60% rispetto all'importo precedente.Nel 2006 sono stati circa 6 mila gli sfratti, con un aumento del 6% rispetto al 2002 e quelli per morosità rappresentano il più del 50% del totale, 3.279.Le domande di alloggio si attestano sulle 30 mila unità a seguito - secondo gli analisti dell'Eurispes - di due fattori concomitanti: gli effetti deleteri delle vendite per dismissione o cartolarizzazione sommate a situazioni strutturali che vedono l'incessante crescita degli affitti.I programmi del Comune hanno stabilito che, nei prossimi anni, dovrebbero essere realizzati fra i 16 mila 900 e 40 mila 100 nuovi appartamenti di cui quelli destinati all'edilizia sociale oscillerebbero fra i 4.200 e i 13 mila e 500; realisticamente si pensa che il Comune di Roma possa venire in possesso fino a 2.500 appartamenti da destinare come edilizia residenziale pubblica. Le risposte date dall'Amministrazione romana - è il giudizio dell'Eurispes - sono ancora insufficienti ma Roma è in buona compagnia in questa situazione di emergenza abitativa; a Milano sono 160 mila le richieste di edilizia residenziale pubblica. • COSTI INSOSTENIBILI PER STUDENTI FUORI SEDEInsostenibili i costi degli affitti per gli studenti fuori sede che affollano il Lazio, solo a Roma sono 100 mila. Secondo le rilevazioni dell'Eurispes,  dal 1999 al 2004 il prezzo di una stanza è cresciuto a ritmi vertiginosi, schizzando da 228 euro a 400 euro, vale a dire il 75,4% in più. Tra il 2001 ed il 2004, il prezzo medio di una camera è aumentato del 33,3%, 100 euro in più. Il prezzo medio pagato da un fuorisede nella Capitale per l'affitto, secondo un'indagine realizzata dall'Unione degli studenti universitari 400 per una singola, 300 per una doppia è lontano dalle cifre pagate in altre città. A Siena una singola costa mediamente 350 euro, a Pavia 300, a Parma 255. Nel Sud Italia, gli affitti sono più sostenibili: a Bari il costo di una stanza singola si aggira intorno ai 230 euro mensili, quello di una camera doppia sulle 140. Napoli, Lecce e Cagliari le città più abbordabili: 170-180 euro al mese il prezzo di una stanza singola. Nel Lazio, dopo l'aumento tra il 1996 ed il 1997, che ha portato il numero dei posti disponibili da 456 a 1.656 unità (+261%), il 1998 ha segnato una battuta di arresto, con una diminuzione dei posti del 3,9%, cui è seguito, nel triennio 1999-2001, un trend positivo, che ha portato il numero dei posti alloggio a 1.919. Il biennio 2002-2003 ha registrato ancora una diminuzione, facendo scendere la disponibilità dei posti a 1.693 unità. Delle 3.784 domande, per l'anno accademico 2005-06, di contributo monetario a copertura parziale dei costi per l'alloggio autonomamente trovato dagli studenti, hanno trovato accoglienza solo 486 istanze. Esigua anche l'entità del contributo monetario: 2.100 euro per l'intero anno accademico. • GLI IMMIGRATI I NUOVI INVESTITORISe gli immigrati rappresentano spesso un problema, quando sono protagonisti di eventi criminosi, rappresentano una risorsa in termini di forza lavoro e imprenditoriale sia di acquirenti di abitazioni.Se prima del 1997 quasi il 100% della domanda abitativa era rivolta all'affitto, è nel quadriennio 2001-2004 e nel corso del 2005 che è aumentato il numero di immigrati proprietari di case (506mila), soprattutto nelle periferie delle grandi città e nei cosiddetti quartieri multietnici.Un orientamento che sembra confermato dall'indagine su un campione di 620 agenzie immobiliari: ben 116mila immigrati hanno acquistato un alloggio in Italia, investendo circa 11,9 miliardi di euro. Nel Lazio la compra-vendita di case da parte degli immigrati sul totale delle compravendite si attesta a fianco delle principali regioni ad alto tasso di immigrazione, con il 12,9%. Nel 2005 il 20,1% degli acquisti di case nella provincia è riconducibile a un immigrato (1 ogni 5); mentre a Roma- città sono state comprate-vendute dagli immigrati 12mila abitazioni. Cresce dunque il peso della provincia (57,9%, pari a circa 7mila abitazioni, contro il 42,1% del capoluogo). Una conferma dello spostamento dalla Capitale verso i centri limitrofi medio-piccoli della cintura capitolina (da Ladispoli a Pomezia, Ardea e Anzio, Guidonia e Fiumicino, Ciampino, Velletri, Rocca di Papa). Dalle 12mila abitazioni comprate-vendute a Roma e provincia, 5 mila si trovano nella città e 7 mila nella provincia (Ladispoli, Pomezia, Ardea ed Anzio, seguiti da Guidonia, Fiumicino e Velletri). A Roma, oltre all'Esquilino, dove l'ampia metratura degli appartamenti scoraggia l' acquisto, si compra soprattutto lungo la Prenestina e a Centocelle, San Basilio, Ostia e sulla Cassia.Nella provincia romana il livello della tipologia di abitazione è medio-basso nell'87,2% dei casi; la casa media comprata è un bilocale di 48 metri quadrati per un investimento di 95.000 euro. • RECORD ANZIANI A RIETI,PIU'GIOVANI A LATINAÈ Rieti la provincia con la maggiore presenza di anziani con il 23% di popolazione over 65. Mentre Latina è la provincia più giovane, con tassi al di sotto sia della media nazionale che regionale. A Roma, l'indice di vecchiaia è pari al 133,65%.Nel Lazio, nel 2006 la popolazione anziana era di circa un milione di individui, il 19,1% della popolazione totale, con un'incidenza pari al 18,7% della classe di età giovanile, mentre la classe d'età centrale (20-64 anni) rappresenta la percentuale più consistente (62,2%).La popolazione anziana, residente nel Lazio, nel giro di venti anni è molto aumentata, passando dai 580.784 residenti nel 1981, ai 726.754 del 1991 e ai 919.452 del 2001. La principale caratteristica del settore locativo romano, dimostra che la sua principale caratteristica è la dimensione assunta dalle famiglie in affitto che vivono in una abitazione di proprietà pubblica (circa il 45% del totale). La quota di affittuari che vive nell'alloggio dai ventuno ai trenta anni è per il 66% in affitto presso Enti pubblici, quota che è pari all'11% per chi è in affitto da meno di tre anni. Anche per quanto riguarda i canoni di affitto, l'andamento è proporzionale al periodo di permanenza nell'alloggio: chi è in affitto da meno di 3 anni paga in media 674 euro, cifra che decresce per chi è locatario da oltre 30 anni, che invece spende mediamente meno della metà, circa 315 euro.Gli anziani risultano 'ricchi di case, poveri di soldi' secondo l'indagine Eurispes. I proprietari anziani di immobili, nella maggior parte dei casi, hanno visto infatti crescere il prezzo delle proprie case senza tuttavia poter disporre di questo valore e, al contrario, mantenendo un livello di salario o di pensione costantemente basso.• SINGLE, ABITAZIONE È TRA SPESE PIU' ALTEIl Lazio è una delle Regioni più interessate dal fenomeno dei single, che risultano in netta espansione.  E proprio per la categoria dei single, il costo dell'abitazione è un elemento di una certa rilevanza all'interno del budget di spesa complessivo dal momento che non possono beneficiare delle economie di scala delle famiglie con più componenti, la quota di consumi è particolarmente elevata, è pari a circa un terzo del totale. Secondo l'indagine pur essendo soprattutto donne le single nel Lazio, rispetto alla media nazionale, c'è un maggiore equilibrio tra i due sessi con il 62,6% di donne e il restante 37,4% di uomini. Analizzando la quota di ultra sessantacinquenni rispetto al totale, il Lazio si trova nettamente al di sotto della media nazionale, ed è la regione con la quota di anziani che vivono da soli più bassa tra tutte le regioni (43,5% contro il 52,5% della media nazionale). I single del Lazio possono essere quindi classificati principalmente tra la categoria dei single per vocazione o in attesa, oppure di ritorno.Le spese non alimentari rappresentano la quota decisamente più elevata di spesa per chi vive da solo (85,3% per gli under35; 83,6% per i 35-64enni; 77,9% per gli over65). Al suo interno, la casa è il principale capitolo di spesa.

LEGGE REGIONALE DEL LAZIO 4 APRILE 2000, N. 18

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Regolarizzazione delle occupazioni di alloggi di edilizia residenziale pubblica destinata all’assistenza aabitativa effettuate senza titolo o sulla base di apposito provvedimento comunale di utilizzazione di alloggi per assistenza alloggiativa in via provvisoria e/o temporanea