Napoli. L'ennesimo disastro: Torre Annunziata

Napoli -

Ha dell'incredibile la notizia del crollo di una palazzina a Torre Annunziata, in provincia di Napoli, che ha causato la morte di 8 persone tra cui due bambini. Nel 2017, in un epoca in cui vengono costruiti sul pianeta enormi grattacieli, il crollo di una palazzina in Italia non dovrebbe essere per nessun motivo una notizia di “cronaca ordinaria”. Allo stesso tempo non ci sorprende. Nel nostro paese e soprattutto nel Mezzogiorno siamo di fronte a un patrimonio immobiliare completamente fatiscente. Sempre più accadono notizie di cedimenti di pezzi di intonaco dai palazzi, cavalcavia sulle autostrade che vengono giù come pezzi di burro, strade che crollano alle prime piogge ed alberi che rischiano di spezzarsi sulle nostre teste. Insomma il pericolo lo viviamo tutti i giorni sia che camminiamo per strada sia che rimaniamo sulle nostre case. A Torre Annunziata oltre la tragedia c'è anche la beffa. Infatti sin da subito la magistratura ha aperto un indagine di “omicidio colposo”. Gli inquirenti si stanno concentrando sui lavori effettuati ai primi due piani dell'immobile effettuati in anni precedenti. Questa è una prova delle conseguenze della speculazione e dell'irresponsabilità delle istituzioni locali che continuano ad affidare i lavori di ristrutturazione di edifici residenziali a società private non del tutto affidabili, che mirano solo al proprio profitto - attraverso la perversa e truffaldina spirale dell’abbattimento dei costi di impresa - e non al benessere ed alla sicurezza dei cittadini. Tuttavia andrebbe fatto chiarezza su chi in questi anni ha tagliato i fondi per la prevenzione. Risulta allucinante il fatto che i sonar per l'individuazione delle persone sotto le macerie siano arrivate addirittura da Roma, e quindi si sia perso molto tempo per tentare di recuperare le vite umane sotto le macerie. La Campania è una zona altamente sismica e ci chiediamo le motivazioni per cui questi importanti strumenti non siano presenti in quantità massiccia e diffusa sui nostri territori. Da anni lo andiamo ripetendo che l'Italia affonda nel fango, con morti e danni ingentissimi sui territori devastati dalla speculazione e dall'abusivismo a causa della costante manomissione dell’habitat naturale e dell’insieme delle forme di vita ad opera di un capitalismo rapace e predatore. Per tale motivo ci sorprendono negativamente le parole del Ministro dell'Infrastrutture, Graziano Del Rio, apparse oggi sul quotidiano on line “la Repubblica”. Il ministro dichiara che una abitazione su 6 è a rischio strutturale! Fin qui nulla di strano per un paese che cade a pezzi. Tuttavia fa davvero sorridere, amaramente, le motivazioni scelte per argomentare questa situazione. Il Ministro, rivelando un approccio a dir poco razzista, le definisce “un problema culturale” ascrivibile alle popolazioni del Sud. La soluzione che viene adombrata è quella dell’introduzione di un “libretto del fabbricato”, un documento che certifichi lo stato strutturale delle case e del patrimonio edilizio. Chi debba attuare questi controlli oppure chi debba mettere gli edifici in sicurezza su questo il ministro non dice nulla. Anche, perché, gli enti locali sono, da tempo, sottoposti alla scure dei tagli economici e delle politiche di austerity. Da tempo invece ASIA-USB propone delle soluzioni concrete verso questa vera e propria emergenza sociale. La mobilitazione creatasi in questi mesi in Abruzzo nei territori colpiti dal terremoto è un esempio concreto su come sia possibile mettere in atto una mobilitazione e come sia utile la definizione di una piattaforma programmatica e rivendicativa. Il primo obiettivo è l'immediato stop ai tagli al Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco. Si potrebbe infatti demandare ai vigili del fuoco i compiti di monitoraggio e messa in sicurezza dei territorio. Il corpo detiene il più grande raggruppamento di ingegneri che dispongono di tutte le competenze necessarie per svolgere questo compito. Da tempo i governi nazionali attuano tagli ai Vigili del Fuco che sono costretti ad operare senza uomini e mezzi, costringendoli, all’indomani delle varie emergenze, all'unico compito di deportare i cittadini fuori dai luoghi colpiti dai disastri. A ciò si aggiunge la scomparsa del Corpo Forestale dello Stato, effetto della Legge Madia, i cui mezzi (tra cui gli elicotteri) per il 90% sono andati ai Carabinieri, mentre il restante 10% sono stati divisi tra Polizia di Stato, Guardia di Finanza e Vigili del Fuoco. Il secondo obiettivo è fermare la logica affaristica e speculativa delle grandi opere. Questi interventi sono un enorme costo per le finanze pubbliche e dall'altro mettono a rischio il territorio. Chiediamo, quindi, che le enormi somme spese per le grandi opere inutili (TAV, MOSE e TAP solo per citarne alcune), ed anche quelle delle crescenti spese militari, vengano usate per attuare un grande piano di messa in sicurezza del territorio nazionale. Un piano che potrebbe rilanciare i servizi pubblici, ripristinare le infrastrutture primarie (strade, ponti, ripristino idro/geologico) e creare migliaia di posti di lavoro veramente “socialmente utili”. I soldi da un lato, come ribadiamo da tempo, vanno recuperati dalle spese inutili e dal taglio delle spese militari; dall'altro esistono i miliardi dei Fondi Europei destinati a questi obiettivi che per la miopia del governo nazionale e delle regioni, soprattutto quelle meridionali e campane, non vengono utilizzati per tali finalità sociali e fondamentali. La terza è l'immediata pretesa di risposta dalle istituzioni locali e regionali sulle possibili emergenze a Napoli ed in Campania. Oltre ai pochi raccomandabili “Piani di Emergenza Vesuvio” redatte dalla Regione Campania, il centro storico di Napoli, cosi come le altre aree interessate da fenomeni di attività vulcanica e di bradisismo, sono soggette di essere i probabili protagonisti di futuri disastri. Infine chiediamo verità e giustizia per queste ultimi morti di Torre Annunziata. Cosi come i responsabili dei disastri ambientali paghino l'inquinamento da loro prodotto, anche i costruttori dei palazzi di cartone paghino per le loro nefandezze. A fronte dell'indifferenza di chi ci governa nei confronti della popolazione e del territorio che essa abita, a fronte dell'assenza di un piano di tutela ambientale, preservazione del suolo e messa in sicurezza dell’assetto idrogeologico, a fronte dei livelli drammatici di disoccupazione che subiamo sulla nostra pelle, chiediamo il rispetto del diritto alla vita nei nostri territori. ASIA-USB NAPOLI

RECUPERO URBANO PER IL DIRITTO ALLA CITTÀ E AD ABITARE: 21 GIUGNO INCONTRO A ROMA

Roma -

Appello ad una assemblea pubblica su: Recupero urbano per il diritto alla città e ad abitare Mercoledì 21 giugno 2017, dalle 17:30, ASIA-USB e Comitato Bibulo 13 chiamano nello stabile occupato da 11 anni al Quadraro di Roma da 98 nuclei ad una assemblea pubblica sul tema generale del recupero urbano ossia di un recupero effettivo del patrimonio pubblico recuperando ad esso quello immobiliare inutilizzato, per ripristinare i diritti e superare le emergenze con politiche abitative che invertano la rotta del consumo di suolo e scalfiscano finalmente il primato degli interessi della speculazione. Il tema è strettamente connesso a quello di un Piano straordinario per Roma che pur previsto nella delibera regionale numero 18 del 2014 e tardivamente finanziato in quelle successive di attuazione è rimasto finora lettera morta e sotto la pressione delle lotte di abitanti e inquilini è adesso al centro del confronto tra Comune e Regione. Un Piano straordinario per Roma sarà veramente straordinario se rovescerà la logica speculativa ordinaria che ha generato sin qui le esplosive emergenze abitative della capitale come delle altre realtà metropolitane. Occorrono scelte di fondo ed occorre un quadro normativo complessivo che non incentivi più il consumo di suolo ma promuova una effettiva rigenerazione del tessuto urbano e della qualità della vita nelle città, recuperando il vasto patrimonio immobiliare disponibile a politiche pubbliche che assicurino il diritto primario ad un tetto nel quadro del diritto a vivere degnamente la propria città, con una strategia di sostenibilità sociale ed ambientale. Mercoledì 21 giugno 2017 ore 17.30 Roma INCONTRO PUBBLICO nello Stabile di via Lucio Calpurnio Bibulo 13 Sono invitati: Massimiliano Smeriglio – Vice-Presidente Regione LazioFabio Refrigeri, assessore alle politiche abitative della Regione LazioAndrea Mazzillo, assessore al patrimonio con delega alle politiche abitative del Comune di RomaMonica Lozzi, presidente del Municipio VII di RomaSandro Medici, ex Presidente del Municipio VII di RomaRoberta Lombardi, deputata presentatrice del Ddl sul recupero urbanoAntonello Sotgia, urbanistaFabio Grimaldi, avvocatoAlessandro Luparelli – Cinecittà Bene Comune Introduce: Angelo Fascetti, ASIA-USB Associazione Inquilini e Abitanti – USBComitato Inquilini via Bibulo 13

RIPRENDIAMOCI IL DIRITTO ALLA CASA. DOCUMENTO APPROVATO AL 6° CONGRESSO ASIA-USB.

Roma -

RIPRENDIAMOCI IL DIRITTO ALLA CASA 6° CONGRESSO NAZIONALE 13 MAGGIO 2017 - Hotel Duca D’Este - TIVOLI T. (Roma) DOCUMENTO APPROVATO ALL'UNANIMITA' RIPRENDIAMOCI IL DIRITTO ALLA CASA Stiamo attraversando un lungo periodo di profonda crisi economica, di cui non si intravede la fine, e la difficoltà di accesso alla casa è uno degli aspetti più significativi. L’abitare è la vita degli individui e la sua mancanza ha conseguenze disastrose su molte sfere dell’esistenza umana. Lavoro, famiglia, relazioni sociali, diritto alla città, sono tutte necessità che non possono essere soddisfatte se non si dispone di un alloggio dove vivere. Questo bisogno primario di abitare è attualmente un diritto negato, troppo costoso e insostenibile per milioni di famiglie italiane. Sta emergendo sempre di più una richiesta di maggiore accessibilità alla casa, di prezzi sostenibili, che consentano ai cittadini di condurre una vita dignitosa ed in linea con le aspettative sociali e culturali del nostro paese. Il diritto all’alloggio è citato in diversi trattati internazionali nell’ambito dei diritti umani, ma si pone sempre più forte e eloquente l’interrogativo - la linea di demarcazione - se la casa è un bene che deve servire ad arricchire i costruttori ed i proprietari, le banche e i suoi fondi immobiliari, o è un bene che dovrebbe assolvere al bisogno fondamentale di abitare? In Europa, malgrado il formale riconoscimento giuridico approntato sul piano del diritto internazionale e sovranazionale, il diritto all’abitazione è in realtà scarsamente tutelato. Lo dimostrano i dati riguardanti i Paesi dell’Unione Europea dove la crisi abitativa colpisce ormai circa 70 milioni di persone mal alloggiate (circa 18 milioni gli sfratti e 3 milioni i senza tetto) come riportano alcuni studi e fonti statistiche. Questi numeri stanno aumentando a causa degli effetti della crisi finanziaria globale, che sta facendo perdere casa, a livello europeo, a circa 2 milioni di famiglie, in particolare per morosità dei mutui e degli affitti. Gli investimenti speculativi in seno all’UE, le privatizzazioni del settore abitativo pubblico e sociale, la trasformazione del mercato abitativo a favore della rendita parassitaria, aggravano ancora di più questa situazione. Aumentano le disuguaglianze, la segregazione sociale nelle aree urbane e nelle periferie, che colpiscono i giovani, gli anziani, i disoccupati, i poveri, i migranti, ma anche le famiglie a reddito medio. Risulta ancora poco chiara la competenza dell’UE in materia abitativa o quantomeno non è accettata unanimemente, mentre gli Stati aderenti concordano sul fatto che molti aspetti della questione urbana e quella dell’abitare possano essere coordinate dalle politiche dell’UE. I cittadini europei si stanno rendendo conto che la Corte di Giustizia dell’UE e la medesima CEDU (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo), quando sono chiamate a tutelare il diritto all’abitazione, non offrono la stessa protezione e riconoscimento che assicurano per i diritti civili e politici. L’unico atto internazionale che all’art. 31 garantisce palesemente il diritto all’abitazione a tutela delle parti sociali più deboli dei cittadini è, al momento, la Carta sociale europea riveduta (CSER). Questa situazione, esattamente all’opposto della tanto decantata inclusione sociale che si vorrebbe ottenere all’interno dell’UE, porta ad emarginazione, precarizzazione e isolamento sociale; sviluppa disuguaglianza, speculazione e corruzione. Tali conseguenze sono il risultato di una costruzione dell’Unione Europea che sottomette i diritti dei popoli alle politiche monetarie e di mercato della Banca Centrale Europea, ai diktat che impongono i pareggi di bilancio, ai meccanismi di controllo dell’Euro. Rigore economico, contro i diritti sociali e la democrazia. In ambito di politiche abitative il nostro paese, come gli altri Paesi del Sud Europa, si caratterizza per un elevato numero di alloggi di proprietà, retaggio tipico dell’economia agricola e di una cultura legata al concetto del cosiddetto mattone. La casa di proprietà rappresenta per molti sicurezza e stabilità per la famiglia, in contraddizione con la società industriale che richiede invece mobilità e quindi spostamenti frequenti. Sulla base di questa cultura ha trovato terreno fertile la logica della speculazione edilizia e del consumo di suolo che ha condizionato lo sviluppo delle nostre città, l’economia dell’intero paese e le vite di milioni di persone. Nel panorama europeo del welfare dell’abitare, dove si sono sviluppati modelli differenziati legati al rapporto tra i livelli dell’economia e gli indici di povertà, siamo collocati nell’ultimo modello, il cosiddetto modello ‘mediterraneo’ che si caratterizza per il trasferimento delle case di generazione in generazione, e dove è più diffusa sia la proprietà immobiliare che l’affitto da privati, dove cresce contemporaneamente la povertà, nella totale penalizzazione per l’edilizia pubblica. La cancellazione di ogni politica pubblica per la casa, avvenuta a partire dagli anni novanta, ha favorito questo modello, lasciando campo libero alla speculazione edilizia e al consumo del suolo (in alcune aree metropolitane - sia al centro che al nord – a fronte di una crescita zero della popolazione abbiamo visto la triplicazione delle aree edificate). Nei decenni passati strumenti pubblici come l’INA-Casa e successivamente la GESCAL (Gestione Case per i Lavoratori), mediante contributi dei lavoratori e dei datori di lavoro, hanno permesso di dare importanti risposte ai problemi abitativi del nostro paese che usciva da anni di guerra. La politica dell’epoca ha agito attraverso la realizzazione in continuazione di case popolari, mediante gli Istituti previdenziali e gli IACP (Istituto Autonomo Case Popolari). In alcune città erano le stesse Amministrazioni comunali a impegnare fondi per l’edilizia pubblica. Esistevano sistemi di esenzioni fiscali indirizzate alle abitazioni di proprietà, in particolar modo a quelle realizzate attraverso la cooperazione. Sono state approvate la legge 167/62 e la legge 865/71 per mettere a disposizione aree comunali fabbricabili e finanziamenti delle Stato per realizzare case pubbliche per affrontare la questione abitativa. Da metà degli anni novanta in poi, il modello sopra descritto è entrato in crisi: hanno iniziato a dare i primi effetti le politiche europeiste di privatizzazione, gli Enti previdenziali hanno dismesso la funzione di contenimento del mercato della casa a prezzi equi, gli Istituti per le case popolari sono stati trasformati in aziende economiche, non hanno avuto più gli strumenti necessari alla realizzazione di nuovi alloggi, né la possibilità di rispondere alle nuove esigenze che emergono dal contesto sociale urbano. La crisi di questo modello porta anche all’abbandono e alla non volontà di gestire il patrimonio pubblico fin ora realizzato, il quale è ormai divenuto dequalificato e fatiscente a causa dell’assenza di manutenzione ordinaria e straordinaria. Quella di svuotare gli strumenti pubblici messi in piedi fino a quel momento per affrontare il problema della casa, sempre più emergente, è stata una scelta ben congeniata per favorire le rendita parassitaria e il dominio sulle città dei costruttori e dei palazzinari. In Italia l’abitare si è schematizzato in un modello rigido che hanno imposto la rendita e i costruttori, soprattutto nelle aree metropolitane, dove l’abitante è solo una pedina che serve a giustificare nuove costruzioni. Che nel 2017 siamo all’anno zero del diritto all’abitare in Italia lo dimostra l’impegno finanziario degli ultimi governi su questo settore. Il Pil impiegato attualmente dallo Stato italiano per la costruzione di alloggi popolari è intorno allo 0,02 per cento, mentre la media europea è del 3,0 per cento In un alloggio sociale (casa popolare) in Europa ci vive un quinto delle famiglie, in Italia il 3,5 %. L’Italia infatti continua ad essere il paese europeo che spende poco o niente nei programmi di edilizia sociale, alimentando così penuria di alloggi con affitti accessibili, speculazione a tutto campo in materia di abitazioni e una conseguente ma perdurante emergenza sociale abitativa in tutti i grandi e medi centri urbani. La questione abitativa in Italia continua ad essere aggredita da ogni punto di vista dalle misure governative che favoriscono gli interessi degli speculatori privati. Dobbiamo quindi confrontarci con la seguente realtà: ci sono 3 milioni di famiglie italiane (11,7 % del totale) in difficoltà con le spese sulla casa, rate del mutuo, imposte, affitto e utenze, come certifica un’indagine ISTAT resa nota di recente e più di trecentomila sono sotto sfratto e rischiano di finire in mezzo alla strada. Migliaia di inquilini delle case popolari sono in estrema difficoltà e vittime dei processi di privatizzazione accelerati dal piano casa del governo Renzi (Decreto Lupi) e da alcune regioni che restringono sempre di più i criteri per l’edilizia pubblica; decine di migliaia di inquilini delle case degli enti previdenziali pubblici e privatizzati hanno visto raddoppiare o triplicare i canoni di affitto e vengono sfrattati se non sono in grado di pagarlo o sono vittime di dismissioni a prezzi speculativi. C’è, sottaciuto, lo scandalo di decine di migliaia di inquilini a cui sono stati affittati o venduti alloggi sociali a prezzi di mercato, truffati da cooperative e imprese, realizzati con finanziamenti e su terreni pubblici nei piani di zona di edilizia agevolata, per non parlare di milioni di famiglie che hanno acquistato la casa in cui abitano e contro cui i governi e gli enti locali si accaniscono con imposte, tasse, balzelli di ogni tipo mentre centinaia di migliaia di famiglie, di giovani, di single e migranti, non riescono ad avere un alloggio e spesso sono costretti ad occuparne uno. A questa moltitudine sociale, che riguarda il settore più precario e povero del nostro paese, tramite il Decreto Lupi sono oggi negati i diritti elementari come la residenza - e quindi il diritto alle cure -o l’iscrizione a scuola dei figli. Ma con il decreto Minniti, pensato proprio per punire questo disagio sociale, il governo Gentiloni supera ogni limite: si danno poteri ai Sindaci per perseguitare le vittime della cancellazione totale delle politiche sociali e non per eliminare le cause del malessere sempre più diffuso. Ma a fronte di tutto questo nel nostro paese almeno 3 milioni di alloggi e fabbricati sono tenuti vuoti (6 milioni se si considerano le seconde case), invenduti, inutilizzati, costruiti solo per le triangolazioni speculative tra costruttori, banche e fondi immobiliari. Chiunque viva nelle nostre città, più o meno grandi, sa che questa è la realtà dei fatti e che quotidianamente alimenta una emergenza abitativa dalle mille facce e, per fortuna, da mille conflitti e momenti di resistenza popolare. La cancellazione nel ’98 della legge dell’equo canone e l’approvazione della L. 431/98, che ha introdotto il libero mercato (legge che trova la benevolenza dei sindacati concertativi), è stata la cartina di tornasole della politica di privatizzazione del mercato della casa e la causa principale della situazione di emergenza in cui si trova ora l’Italia. Questo modello italiano di privatizzazione del problema abitativo (così come in Spagna) si sta rivelando un totale fallimento rispetto ad altri paesi europei dove buona parte del parco abitativo è pubblico o sociale, gli affitti sono accessibili, uscire da una casa per passare ad un'altra non è dramma che prevede l’intervento militare della polizia. Da decenni i governi italiani citano l’Europa per giustificare il lavoro sporco ma adottano solo le direttive europee o internazionali che vanno contro gli interessi popolari. Il diritto all’abitare è un fattore centrale dell’emancipazione sociale di tutti e non una bancarella in più per gli appetiti dei mercati e degli speculatori. E’ la difesa del bene comune, dell’idea del recupero urbano del patrimonio sfitto e abbandonato, del consumo zero del suolo. Ma anche l’affermazione del diritto all’accoglienza per i migranti e alla solidarietà. Sul diritto all’abitare come sull’emergenza sociale abitativa occorre cambiare completamente registro e costringere governo e speculatori a retrocedere, con ogni mezzo. Ecco quindi che la lotta per la casa oggi si intreccia con una battaglia più generale per una gestione democratica delle città, per riscrivere le agende delle priorità urbanistiche e di destinazione delle risorse. Si intreccia con la lotta contro i poteri finanziari che stanno imponendo il destino delle metropoli e negando ai cittadini il diritto a vivere in ambienti sani, accoglienti e dignitosi dove poter costruire una vita ricca di relazioni e di legami sociali. La lotta per la casa e il diritto alla città Da questione limitata alle fasce sociali più deboli il tema della casa è diventata via via negli anni una questione sempre più sentita da settori sempre più ampi della società. La precarizzazione del lavoro espone le famiglie dove pure si percepiscono redditi da lavoro al rischio di non poter più pagare il mutuo o l’affitto perché è intervenuto un licenziamento oppure per una riduzione secca del salario. Questo spiega la crescente difficoltà dei giovani ad autonomizzarsi dalle famiglie o l’obbligo di tornare a rifugiarsi dai genitori nel caso di separazioni o di difficoltà economiche. La sofferenza abitativa, inoltre, si sposa con una più ampia sofferenza sociale che investe un campo molto ampio di temi e abbraccia una popolazione assai diffusa. Le donne sole con i figli, i giovani e i migranti costituiscono senz’altro la parte più in difficoltà della nostra società sulla quale, quando si produce anche una difficoltà abitativa, la situazione diventa drammatica. Ma anche il mondo degli anziani a basso reddito quando incontra il problema della casa (rialzo degli affitti, privatizzazione degli Enti, ecc.) si trova di fronte a difficoltà insormontabili. Le politiche di completo abbandono di una gestione pubblica del fabbisogno abitativo hanno consentito non solo l’allargarsi del problema ma anche una completa cessione ai privati della gestione dei programmi di sviluppo delle città. I piani di urbanizzazione non rispondono più da decenni alle previsioni di incremento demografico della popolazione ed all’aumento delle fasce sociali a basso reddito, ma inseguono esclusivamente gli appetiti speculativi delle banche e delle imprese costruttrici (oltreché dei proprietari dei suoli). Questo ha avuto effetti anche sulla trasformazione delle città, dove è andata perduta completamente la bussola dell’interesse pubblico, del bene comune, nel disegno urbanistico e nei Piani regolatori. Questo insieme di processi colloca di fatto la lotta per la casa in un crocevia di questioni e favorisce la possibile alleanza tra chi lotta per un’abitazione dignitosa ed altri movimenti urbani che si battono per i beni comuni ed il controllo dal basso delle risorse dei Comuni. Di fatto la lotta per la casa ha assunto una doppia valenza: da un lato costituisce una delle facce della lotta contro la povertà, per il welfare e i diritti sociali; dall’altro è uno dei perni della battaglia più generale per rideterminare il controllo popolare sulle politiche pubbliche di gestione delle città. Questa vocazione ampia comporta un salto di qualità nel modo di intendere l’ASIA e la sua azione sul territorio e spiega le esperienze che si stanno portando avanti a Roma ed in altre città (recentemente anche a Torino) di costruzione di interventi nelle periferie, dando vita anche con altre realtà, a coordinamenti e soggetti con obiettivi e programmi che spaziano molto oltre la lotta per la casa. Queste esperienze, senza perdere il carattere sindacale e rivendicativo alla nostra azione, ci stanno permettendo di allargare l’orizzonte della lotta e di collegare alla nostra azione altri soggetti. La vicenda del terremoto e dei disastri ambientali Un esempio delle potenzialità che ci sono nella lotta per l’abitare è dato dalla vicenda del recente terremoto in Abruzzo e nelle Marche, dove stiamo tentando di promuovere un movimento sociale per la ricostruzione e per avviare un movimento nazionale di lotta per il lavoro per la salvaguardia del territorio, la tutela del paesaggio e la messa in sicurezza di tutto il patrimonio immobiliare, residenziale e non. Uno dei perni di questa lotta è costituito dalle famiglie del teramano che hanno perduto la casa e che sono rifugiate sulla costa abruzzese, in molti casi abitanti di case popolari e che possono rappresentare il volano di un movimento più ampio che veda coinvolti gli studenti, gli agricoltori, i disoccupati, ecc. per un rilancio economico di tutta la regione. Il tentativo che stanno portando avanti i compagni in Abruzzo va nella direzione giusta perché unisce la lotta per il diritto all’alloggio con una prospettiva più ampia sul destino delle risorse economiche in tutta la regione e allarga l’orizzonte della lotta. Un passaggio da seguire con attenzione e cercare di riprodurre, tenendo presenti le specificità di ogni territorio, anche altrove. La lotta dei braccianti e la questione abitativa Lo sviluppo recente della nostra organizzazione tra i braccianti in Basilicata e in Calabria, ed ora anche a Foggia in Puglia, ci sta facendo misurare con le condizioni drammatiche, anche dal punto di vista abitativo, di questo settore di nuova schiavitù che lavora nelle campagne italiane. Questi lavoratori, in parte stagionali in parte stanziali, abitano in alloggi di fortuna, in baracche di lamiera, in edifici semi diroccati o in roulotte, in condizioni ben al di sotto della dignità umana. Lì la lotta per la casa si intreccia immediatamente con la lotta per migliori condizioni di lavoro, giacché i contratti prevedono che siano gli stessi datori di lavoro a farsi carico dell’alloggio dei lavoratori (ma le autorità se ne infischiano e le leggi non vengono rispettate). Misurarsi con questa dimensione estrema della lotta per la casa è un imperativo della nostra organizzazione ma anche una grande occasione di rilancio della lotta per l’affermazione di nuovi diritti. Sono infatti questi lavoratori a rappresentare quella parte di società in grado di imprimere una spinta energica in avanti alle lotte per di diritti di tutti. Come sempre è dagli ultimi che viene la spinta più forte. Lo sviluppo dell’AS.I.A. e la Federazione del Sociale Il lavoro prodotto in questi anni da AS.I.A. per il diritto all’abitare, contro il consumo di suolo, per difendere i cittadini dagli sfratti e dalla rendita speculativa che ha steso le mani sulle città ci ha consentito di estendere il nostro intervento in molte città dove l’emergenza abitativa è più sentita ed acuta. Il nostro progetto, a cui lavoriamo da tempo, è quello della costruzione delle strutture di AS.I.A in ogni città contribuendo così anche alla crescita della Federazione del Sociale. La necessità di ricomposizione dei settori sociali in un progetto di rilancio della lotta per la riconquista del welfare, del diritto all’abitare e alla città ci deve vedere sempre di più protagonisti. La presenza stabile nei territori con le lotte e con gli sportelli è l’antidoto contro la disgregazione, l’avanzare della xenofobia e del razzismo, che affonda i suoi passi proprio nell’alimentazione della guerra tra poveri tanto cara alle destre, al pensiero dominante e a molti media mainstream. Ma se vogliamo avere la forza sufficiente ad affrontare la nuova situazione sociale che viviamo nelle città e nelle periferie, tenere assieme i settori colpiti dai processi di precarizzazione a tutto campo, non dobbiamo perdere la visione generale del nostro intervento, quindi va rafforzato il piano confederale, il lavoro nella Federazione del Sociale e il coordinamento con le Federazioni territoriali USB, partecipando alle attività di gestione del sindacato. L’AS.I.A., nella FdS, deve divenire qualcosa di più di un sindacato che tutela gli inquilini. Può e deve trasformarsi in uno strumento più efficace, in grado dentro le città e nei territori di rappresentare le nuove emergenze sociali che ruotano intorno alla condizione abitativa e più in generale guardare ad una qualità della vita degna. La difesa del patrimonio pubblico, il tema del riutilizzo delle case sfitte e la pubblicizzazione di quello soggetto a cartolarizzazioni o a valorizzazioni, a cominciare da quello degli Enti previdenziali e dei Fondi. Oggi le necessità della rendita devono mettere mano in profondità al consumo di suolo e la sua messa a valore rappresenta il nuovo orizzonte del profitto capitalista, per questo il conflitto aumenta laddove si limita il potere decisionale degli abitanti e si metta in produzione l’intera vita di ognuno in relazione ad uno sviluppo urbanistico condizionato dagli interessi delle banche e dei signori del mattone e dell’acciaio. Programma, per una vera politica della casa Edilizia pubblica -           Rilancio dell’edilizia popolare attraverso l’approvazione di un piano decennale straordinario per l’assegnazione di un milione di nuovi alloggi, da reperire attraverso piani di recupero urbano del patrimonio pubblico e privato tenuto sfitto e in disuso, usando anche lo strumento della requisizione del patrimonio sfitto dei grandi proprietari per rispondere alla drammaticità del momento e al diritto costituzionale all’abitare; -           Istituzione di uno strumento nazionale di finanziamento della politica della casa, una nuova Gescal, impegnando il 2% annuo del bilancio dello Stato, delle regioni e dei comuni; -           Gestione trasparente dei Piani di Zona e revoca delle concessioni alle ditte che non hanno rispettato le convenzioni, mettere fine alla truffa dei piani di edilizia agevolata e rilanciare questo strumento pubblico per mettere a disposizione dei lavoratori/trici con redditi medi alloggi sociali; -           Fermare i processi di privatizzazione degli alloggi E.R.P., il restringimento dei requisiti di permanenza, l’aumento degli affitti e gli sfratti; -           Arrestare il degrado e l’abbandono di questo importante patrimonio pubblico e avviare piani di risanamento e di riqualificazione energetica; -           Abolizione del decreto Lupi e del famigerato articolo 5 piano casa che non solo criminalizza chi lotta per una casa, ma apre ulteriori spazi alla speculazione privata ed alla svendita del patrimonio pubblico. Edilizia privata. -           Diminuzione dei canoni di locazione prendendo atto dell’abbassamento del valore degli immobili; -           Abrogazione della L.431/98 e approvazione di una nuova legge quadro sugli affitti che possa garantire una maggiore regolazione del mercato e quindi l’offerta di alloggi a canone equo e maggiori tutele per gli inquilini; -           Blocco di tutti gli sfratti, anche quelli per morosità incolpevole fino a garantire il passaggio da casa a casa; -           Cancellazione dell’istituto della finita locazione; -           Tutela dei proprietari mutuatari insolventi dell’unica casa che abitano, che abbia caratteristiche dell’edilizia pubblica e della civile abitazione, attraverso la cessione in proprietà agli ex-Iacp, comunque denominati o trasformati, così come prevede la legge 199/2008 all’art. 1-quater. Enti previdenziali. -           Fermare il processo di valorizzazione del patrimonio immobiliare degli Enti previdenziali, le dismissioni speculative, l’aumento degli affitti, gli sfratti e il conferimento ai Fondi immobiliari; -           Tutela di tutti gli inquilini colpiti dai processi di cartolarizzazione per salvaguardare le fasce sociali più deboli e di quelle del ceto medio. Terremoto e dissesti ambientali -           Messa in sicurezza del territorio nazionale attraverso un piano di finanziamento decennale di 20 miliardi annui; -           Utilizzo dei Fondi messi a disposizione dall’Europa e quelli che le regioni non hanno speso per la ricostruzione e l’adeguamento sismico delle case, delle scuole e degli edifici pubblici. Lavoratori agricoli -           Attuazione di un piano straordinario di costruzione di abitazioni, anche utilizzando prefabbricati, per i lavoratori agricoli dipendenti, da costruire, installare o recuperare nei comuni dove è presente questa mano d’opera spesso stagionale (così come previsto dalla L. 865/71 e dalla L. 1676/60). ASSOCIAZIONE INQUILINI E ABITANTI - USB

ROMA NON SI VENDE ATTO 2°. CORTEO CITTADINO SABATO 6 MAGGIO

Roma -

Sabato 6 Maggio 2017 - ORE 15 - Piazza Vittorio Emanuele MANIFESTAZIONE CITTADINA Il 19 marzo dello scorso anno una grande manifestazione ha invaso le strade del centro città e la Piazza Del Campidoglio al grido di Roma Non Si Vende. Movimenti sociali, associazionismo diffuso e lavoratori organizzati nel sindacalismo indipendente denunciavano il rischio che il patrimonio immobiliare della città, le aziende ex-municipalizzate e ciò che restava di pubblico a Roma venisse venduto per fare cassa, pagare il debito della Capitale ma soprattutto regalare ai grandi investitori privati tanta parte delle risorse cittadine. La sconfitta del Partito Democratico renziano alle elezioni amministrative di giugno e la fine della infausta fase commissariale sembravano aprire una fase nuova per la vita della città. La nuova giunta, del resto, sembrava aver recepito alcune delle rivendicazioni poste dagli stessi movimenti sociali, quali la difesa dei beni comuni, la ripubblicizzazione dei servizi, la messa in discussione del debito e delle politiche di austerità e l’apertura di una fase di partecipazione attiva dei cittadini. Nel giro di pochi mesi però, una buona parte di quelle aspettative è stata sistematicamente disattesa: la nuova giunta, prima si è avvitata nel vortice inconcludente dei continui ricambi nei diversi assessorati e poi ha finito per incanalarsi nella semplice applicazione del programma di gestione della città già impostato dalla precedente giunta e dal commissario Tronca. Del resto i continui tagli di risorse agli enti locali e l’insieme delle norme varate in questi anni fino al recente Decreto Madia, avevano esattamente l’obiettivo di esautorare le autorità locali, i Consigli Comunali ma anche i sindaci, della possibilità di promuovere politiche autonome, costringendoli a piegarsi alle voraci aspettative di banche ed imprese nel governo della città. E la vicenda dello Stadio a Tor di Valle è la dimostrazione concreta di questo percorso compiuto dalla giunta di Virginia Raggi, partita inizialmente dall’idea che siano altre le priorità di Roma e approdata poi ad un accordo che mette al primo posto gli interessi privati di banche e costruttori nella realizzazione di un’opera che non è certo quella di cui la città ha più bisogno. Ad un anno di distanza tutte le gravi questioni che attanagliano Roma non solo si presentano nella loro drammaticità, ma risultano aggravate anche dall’assenza di un piano per affrontarle. Anzi, le scelte che l’amministrazione continua a perseguire, o che non riesce a fermare, restano esattamente quelle della fase precedente. Dalla privatizzazione dei servizi pubblici, Atac in testa, allo smantellamento di grandi aziende come la Multiservizi, al coinvolgimento di grandi interessi privati nella gestione dei rifiuti, per finire all'assenza di una reale volontà di ripubblicizzare il servizio idrico. Dalla mancata internalizzazione di diversi servizi, a cominciare da quelli di cura, che produrrebbero anche innegabili risparmi ma soprattutto un salto di qualità nel livello dei servizi erogati, al permanere di enormi vuoti di organico in tutti i servizi collettivi, dal servizio giardini alla polizia locale ai servizi amministrativi. Anche nella gestione del patrimonio l’amministrazione è stata incapace di produrre una inversione di tendenza. Importanti esperienze sociali e culturali della città sono state sfrattate o rischiano di esserlo, mentre va avanti la persecuzione economica nei confronti di realtà che più che in debito risultano in forte credito nei confronti del Comune per la meritevole azione svolta in tanti anni non solo sul piano sociale ma anche della semplice cura e salvaguardia del patrimonio immobiliare abbandonato. Mentre crescono pericolosamente gli indici di povertà e di forte disagio sociale, anche a causa dell’inarrestabile chiusura o ridimensionamento di grandi aziende con conseguente perdita di migliaia di posti di lavoro, poco e niente è stato fatto o messo in cantiere per le periferie della città. Anzi, proprio quei settori che stanno subendo in modo più drammatico gli effetti della crisi economica vengono ulteriormente colpiti dagli sfratti per morosità o dall’accanimento con il quale si continuano a cacciare le famiglie povere dalle case popolari. Invece di allargare il patrimonio di case popolari per far fronte ad un fabbisogno crescente, l’amministrazione si preoccupa di punire l’accattonaggio o chi fruga nei cassonetti. Proprio le periferie, che erano state le maggiori sostenitrici del cambiamento politico, e dove si concentra la maggior parte del disagio, subiscono così gli effetti non solo dei tagli dei servizi, non solo dell’assenza di opportunità lavorative ma anche una vera e propria aggressione in nome del rispetto della legalità. Paradossalmente quando invece sono i cittadini che denunciano l’azione illegale dei poteri forti, come nella conclamata truffa dei Piani di Zona, allora il bisogno di legalità si affievolisce e l’amministrazione si dimostra pigra e lenta nel dare corso a quelle azioni che possano mettere in sicurezza gli interessi degli abitanti. Ma il tema sul quale si è resa più evidente la non volontà di voltare pagina da parte della giunta Raggi è stata la questione del debito di Roma, sul quale in tanti hanno chiesto da tempo un audit che renda trasparente chi sono i creditori, quanto grande sia effettivamente il debito e chi sono stati quelli che lo hanno creato. Sulla gestione del debito e la sua indispensabile ricontrattazione si gioca la possibilità per Roma ed il suo Consiglio comunale di ripristinare il diritto a decidere del futuro della città e stabilire l’agenda delle priorità. Ma proprio l’indisponibilità a misurarsi con questa sfida ha dimostrato che la nuova amministrazione sia decisa a ripercorrere la stessa strada delle giunte precedenti. Man mano che si è andato manifestando questo spirito continuista si è anche ridotto lo spazio per la partecipazione. La giunta ha dimostrato di non voler avviare un reale confronto con i movimenti sociali e con le organizzazioni indipendenti dei lavoratori, ma soprattutto di non sapere e voler riconoscere il loro ruolo di rottura dei vecchi equilibri di potere. Al contrario, rispetto a ciò, la giunta ha saputo produrre solo strappi e rotture. Per tutti questi motivi, a poco più di un anno da quella bella manifestazione, torniamo a convocare una mobilitazione generale che rilanci con ancora più forza il grido Roma Non Si Vende. Nel puntare l’indice contro l’attuale Giunta, non vogliamo però concedere niente a chi vorrebbe resuscitare le vecchie classi politiche, ansiose di tornare in sella. Per questo segnaliamo da un lato la complicità della giunta regionale nell’alimentare i drammi della città, dalla vergognosa vicenda delle “politiche attive”, autentica truffa ai danni di migliaia di disoccupati, all’immobilismo sulle politiche abitative, alla scelta di mettere in vendita l’ Ospedale Forlanini a fronte di un evidente stato di crisi di tutto il sistema della sanità regionale, per finire alla mancata attuazione della legge regionale per l'acqua pubblica del 2014. E dall’altra l’azione di sciacallaggio promossa dalle destre, che soffiano sulla guerra tra poveri e nell’alimentare il razzismo, e con il grido di “prima gli italiani” concentrano sui migranti una rabbia che andrebbe rivolta invece verso la logica affaristica di banche ed imprese. La mobilitazione che proponiamo per il prossimo 6 maggio vuole essere di denuncia ma anche di proposta. La denuncia è la sintesi di un coro a mille voci nel quale confluiscano i tanti problemi, piccoli e grandi, della città sui quali l’amministrazione si sta dimostrando insensibile e assente. Un percorso di mobilitazione sociale collettiva che agisca come una grande alleanza per i diritti, i beni comuni, la casa, i servizi e il lavoro. ADESIONI (in continuo aggiornamento): Decide Roma; Unione Sindacale Di Base (@USB); Carovana delle Periferie; SALVIAMO IL PAESAGGIO, DIFENDIAMO I TERRITORI; Asia Usb; Coord Romano Acqua Pubblica (CRAP); Attac Italia; Federazione del Sociale USB; Casa Della Pace Roma; Coordinamento Comitati, Associazioni e Cittadini per il Forlanini Bene Comune; Comitato per Costituzione Roma XII; Palestra Popolare ex-Baccelli; Rete Associazioni XI Municipio; Rete Sociale del III Municipio; Comitato Roma 12 Beni Comuni; Csoa Corto Circuito; Prc Federazione Romana; Sinistra Italiana Roma; ReTer; COBAS; Confederazione dei Comitati di Base; Coordinamento popolare PAC (Parco Archeologico Centocelle Bene Comune); SPM Villa Gordiani; Associazione Transglobal; Esc Atelier Autogestito; Communia; Nuovo Cinema Palazzo; Csa La Torre; Palpop Sanlorenzo; Acrobax; Il Grande Cocomero; Csa Astra; Lab Puzzle; Alexis Occupato; LSA 100celle; CIP - Centro d'Iniziativa Popolare; Strike spa Roma; Scup Sportculturapopolare.; Il sindacato è un'altra cosa, Opposizione CGIL, Coordinamento Lazio; Radiosonar.net; CSOA AURO E MARCO; Servizio Civile Internazionale Italia; Usi Unione Sindacale Italiana;

L'ABRUZZO CADE A PEZZI, BASTA MORIRE DI DISASTRI. MANIFESTAZIONE A L'AQUILA GIOVEDI’ 4 MAGGIO

L'aquila -

Manifestazione sit-in Consiglio regionale Abruzzo 4 maggio 2017, dalle ore 12 - Palazzo dell'Emiciclo, L'Aquila L'Abruzzo cade a pezzi: da tutta la regione davanti al Consiglio regionale Viviamo in una regione che cade a pezzi, letteralmente. A 8 anni dal terremoto dell'Aquila molte delle scuole e degli edifici pubblici non sono sicuri. A questo si sono aggiunte decine di scuole in tutto il territorio, come a Teramo, dove inoltre da mesi sono migliaia le persone sfollate e sgomberate. Per queste ed altre ragioni abbiamo deciso di scendere in piazza e incontrarci a L'Aquila, il prossimo 18 aprile, dalle ore 12, di fronte al Palazzo dell'Emiciclo, sede del Consiglio regionale, per presentare un documento contenente alcune specifiche richieste di interventi ineludibili da attuare in via prioritaria. Nelle aree interne i paesi rimangono isolati perché franano le strade, sulla costa si aprono voragini anche nei centri storici, come a Chieti. Migliaia di cittadini sono sfollati e sgomberati, mentre si pianificano e realizzano investimenti che portano al profitto di pochi. I territori sono stati messi a dura prova negli scorsi mesi, a causa di politiche pubbliche criminali, lasciate all'abbandono intere zone: in una regione dove terremoti, neve, frane e alluvioni non sono una novità, persino acqua e luce sono mancate per giorni interi a un terzo della popolazione. Le aree interne del paese soffrono di una forte depressione anche per i continui tagli delle risorse pubbliche e per l'atteggiamento predatorio delle imprese private, dedite più al saccheggio che al benessere delle economie locali. E così anche il Corpo dei Vigili del Fuoco è stato penalizzato in questi anni, con la precarizzazione del personale e la riduzione della capacità di intervento. L'Abruzzo è quella regione che si piega ad accettare che il suo territorio diventi terra di conquista di grandi aziende multinazionali, per mega-opere inutili a tutti, tranne ai pochissimi che ne traggono profitti: come nei casi del metanodotto Snam “Rete Adriatica” e dell'elettrodotto Terna, progetti che non producono “sviluppo” ma accrescono i rischi in un territorio già disastrato. A fronte dell'indifferenza di chi ci governa nei confronti della popolazione e del territorio che essa abita, a fronte dell'assenza di un piano di tutela ambientale, preservazione del suolo e messa in sicurezza dell’assetto idrogeologico, a fronte dei livelli drammatici di disoccupazione che subiamo sulla nostra pelle, chiediamo il rispetto del diritto alla vita nei nostri territori. Siamo donne e uomini, individui e associazioni, sindacati, comitati e movimenti, che non vogliono continuare ad essere vittime di mancata prevenzione, di interessi predatori, di risorse drenate verso grandi opere costose e inutili, di mancanza di lavoro. Le condizioni precarie di vita fa il paio con l'assenza di un progetto serio in tema di politiche sociali, del lavoro, della salute, del diritto agli studi. Deficienze che hanno generato solo nel primo trimestre dello scorso anno la perdita di oltre 14mila posti di lavoro. Sappiamo di vivere nei diversi territori quotidianità e peculiarità differenti, ma siamo determinati a non rassegnarci, a non arrenderci, a costruire ogni giorno alternative politiche e sociali. Conosciamo uno ad uno i responsabili dei disagi che vivono gli abruzzesi, ad ogni livello: dal governo centrale fino ai potentati locali. Vogliamo politiche radicalmente differenti e lo affermeremo chiaramente di fronte al massimo organo istituzionale della terra che ci unisce: il Consiglio Regionale. Per questo chiamiamo a raccolta le popolazioni abruzzesi: porteremo anche di fronte alla regione le nostre proposte per la messa in sicurezza del territorio, la redistribuzione delle risorse e la valorizzazione del nostro patrimonio naturalistico, ambientale e culturale. Usb, Asia Usb, Zona 22, Uallò Uallà, Uds L'Aquila, Link L'Aquila, 3e32, CaseMatte, CPC S. Santacroce Teramo, AltreMenti Valle Peligna, ass. Quasi Adatti, Appello per L'Aquila, L'Aquila che Vogliamo, Teramo al Plurale, Teramo Nostra, Officine Indipendenti, Paola Cardelli e Fabio Berardini (cons.ri comunali Teramo)

ABRUZZO: TERREMOTO E DISASTRI AMBIENTALI, APPELLO E PIATTAFORMA PER INIZIARE LA MOBILITAZIONE PER LA MESSA IN SICUREZZA DEL TERRITORIO

L'aquila -

ERA PREVISTA PER OGGI UNA PRIMA INIZIATIVA DAVANTI ALLE REGIONE ABRUZZO DURANTE I LAVORI DEL CONSIGLIO REGIONALE. In seguito alla mancata convocazione del consiglio regionale ci siamo trovati costretti a rinviare la data del sit-in al prossimo consiglio utile. Nel frattempo abbiamo inviato al Presidente del consiglio regionale ed a tutti i Presidenti di commissione una richiesta d'incontro. Riportiamo l'appello e la proposta di piattaforma per la prima iniziativa prevista all'Aquila: L'Abruzzo cade a pezzi: da tutta la regione davanti al Consiglio regionale Viviamo in una regione che cade a pezzi, letteralmente. A 8 anni dal terremoto dell'Aquila molte delle scuole e degli edifici pubblici non sono sicuri. A questo si sono aggiunte decine di scuole in tutto il territorio, come a Teramo, dove inoltre da mesi sono migliaia le persone sfollate e sgomberate. Per queste ed altre ragioni abbiamo deciso di scendere in piazza e incontrarci a L'Aquila, il prossimo 4 aprile, dalle ore 12, di fronte al Palazzo dell'Emiciclo, sede del Consiglio regionale. Nelle aree interne i paesi rimangono isolati perché franano le strade, sulla costa si aprono voragini anche nei centri storici, come a Chieti. Migliaia di cittadini sono sfollati e sgomberati, mentre si pianificano e realizzano investimenti che portano al profitto di pochi. I territori sono stati messi a dura prova negli scorsi mesi, a causa di politiche pubbliche criminali, lasciate all'abbandono intere zone: in una regione dove terremoti, neve, frane e alluvioni non sono una novità, persino acqua e luce sono mancate per giorni interi a un terzo della popolazione. Le aree interne del paese soffrono di una forte depressione anche per i continui tagli delle risorse pubbliche e per l'atteggiamento predatorio delle imprese private, dedite più al saccheggio che al benessere delle economie locali. E così anche il Corpo dei Vigili del Fuoco è stato penalizzato in questi anni, con la precarizzazione del personale e la riduzione della capacità di intervento. L'Abruzzo è quella regione che si piega ad accettare che il suo territorio diventi terra di conquista di grandi aziende multinazionali, per mega-opere inutili a tutti, tranne ai pochissimi che ne traggono profitti: come nei casi del metanodotto Snam “Rete Adriatica” e dell'elettrodotto Terna, progetti che non producono “sviluppo” ma accrescono i rischi in un territorio già disastrato. A fronte dell'indifferenza di chi ci governa nei confronti della popolazione e del territorio che essa abita, a fronte dell'assenza di un piano di tutela ambientale, preservazione del suolo e messa in sicurezza dell’assetto idrogeologico, a fronte dei livelli drammatici di disoccupazione che subiamo sulla nostra pelle, chiediamo il rispetto del diritto alla vita nei nostri territori. Siamo donne e uomini, individui e associazioni, sindacati, comitati e movimenti, che non vogliono continuare ad essere vittime di mancata prevenzione, di interessi predatori, di risorse drenate verso grandi opere costose e inutili, di mancanza di lavoro. Sappiamo di vivere nei diversi territori quotidianità e peculiarità differenti, ma siamo determinati a non rassegnarci, a non arrenderci, a costruire ogni giorno alternative politiche e sociali. Conosciamo uno ad uno i responsabili dei disagi che vivono gli abruzzesi, ad ogni livello: dal governo centrale fino ai potentati locali. Vogliamo politiche radicalmente differenti e lo affermeremo chiaramente di fronte al massimo organo istituzionale della terra che ci unisce: il Consiglio Regionale. Per questo chiamiamo a raccolta le popolazioni abruzzesi: porteremo anche di fronte al massimo organo istituzionale della regione le nostre proposte di redistribuzione delle risorse e di nuovi investimenti. Appuntamento il 18 aprile di fronte al Consiglio Regionale, a partire dalle ore 12. Sindacato di base Usb, As.i.a.-Usb, Zona 22 , Uallò Uallà, Uds L'Aquila, Link L'Aquila, 3e32 (AQ), CaseMatte, C.P.C. S. Santacroce Teramo, AltreMenti Valle Peligna, Paola Cardelli e Fabio Berardini (cons. comunali Teramo), etc. Piattaforma generale. Per intervenire in modo credibile nella messa in sicurezza del territorio dell'intero paese c'è bisogno dell'impegno del governo nazionale di un piano decennale di finanziamento straordinario di 20 miliardi annui. Senza una inversione di tendenza nelle scelte economiche nazionali difficilmente potremo rilanciare le zone del paese che periodicamente soffrono gli effetti di catastrofi naturali, sempre amplificate dalla mancata azione preventiva dell'uomo. Sul piano locale rivendichiamo: • Impegno da parte della Regione Abruzzo di fondi regionali per l’attuazione di un piano per la ricostruzione, per la messa in sicurezza del territorio a partire dagli edifici pubblici, le scuole e gli ospedali. Un piano di rilancio dei servizi pubblici e di ripristino delle infrastrutture primarie (strade, ponti, ecc.) costituisce la condizione indispensabile per rilanciare l’economia e lo sviluppo locale, favorendo la creazione di centinaia di migliaia di posti di lavoro e per bloccare la fuga delle giovani generazioni; • Utilizzo immediato dei 3,4 miliardi di fondi europei stanziati per il terremoto, spariti nella Legge di Bilancio per coprire invece i buchi provocati dal governo a causa dei regali fatti alle banche, per i quali la UE ha rinunciato al cofinanziamento da parte dell'Italia; • Piano per la ricostruzione delle città e dei paesi gravemente feriti dal terremoto e dai disastri ambientali; messa in sicurezza del patrimonio abitativo pubblico e privato con l'applicazione di criteri antisismici; bonifica delle discariche (a partire da quella di Bussi) che avvelenano centinaia di migliaia di cittadini abruzzesi; • Rientro nei luoghi di provenienza di tutti gli sfollati, requisendo nell’immediato gli immobili pubblici e privati sfitti e blocco delle ordinanze di sfratto; • Moratoria delle imposte e dei tributi nelle zone del cratere (Imu, tassa rifiuti, ecc.) per tutti i cittadini residenti e le piccole attività economiche; • Istituzione di un reddito sociale per tutti coloro che hanno perso il lavoro o le attività lavorative e per i disoccupati; • Valorizzazione del patrimonio paesaggistico e naturale incentivando la microeconomia agrituristica, l’allevamento e i pascoli di montagna, la cura dei boschi, per evitare i numerosi danni alluvionali che si ripetono spesso nel nostro paese e nella nostra regione; • Fermare la logica delle grandi opere e i progetti che mettono a rischio il territorio, come quelli presenti anche all’interno del Masterplan approvato dalla Regione Abruzzo. 18 aprile 2017

“BASTA MORIRE DI DISASTRI AMBIENTALI”, L'AQUILA: INCONTRO SABATO 4 MARZO ORE 17,00

Teramo -

CONCLUSIONI DELL'ASSEMBLEA DI TERAMO DEL 18 FEBBRAIO 2017 L’Assemblea riunitasi a Teramo, il 18 Febbraio 2017, ha discusso dei disastri ambientali che periodicamente investono l’Abruzzo e tutto il paese nella sistematica assenza di una politica incentrata sulla prevenzione e la tutela del territorio in cui si vive, si cresce e si lavora: DI FRONTE all’abbandono nel quale sono state lasciate intere zone a forte rischio sismico, neve, frane e alluvioni dove il sistema di approvvigionamento elettrico, acqua e comunicazioni è venuto meno anche a causa della gestione dei già esigui fondi per la ricostruzione erosi da ripetuti episodi di corruzione; DI FRONTE all’indifferenza della politica nei confronti della tutela ambientale, del suolo e alla salvaguardia dell’assetto idrogeologico; DI FRONTE all’assenza di una programmazione politica di sviluppo organico del territorio e al conseguente spopolamento delle zone interne, al deperimento delle infrastrutture, all’abbandono dei terreni agricoli e alla scarsità dei servizi essenziali (scuole, sanità, ecc); DI FRONTE all’allontanamento della politica rispetto alla crisi delle attività produttive dell’entroterra abruzzese stiamo assistendo al tracollo delle stesse e all’incremento di insostenibili percentuali legate alla disoccupazione strutturale con particolare tragicità rispetto a quelle giovanili; DI FRONTE alla precarizzazione del corpo dei Vigili del Fuoco, alla marginalizzazione della loro funzione nel contesto della protezione civile e della mancata programmazione di una puntuale politica sulla prevenzione pubblica … L’ASSEMBLEA CONVOCA UNA RIUNIONE A L’AQUILA SABATO 4 MARZO ALLE ORE 17,00 NELLA SEDE DEL C.S. CASEMATTE (COMITATO 3 E 32), VIALE COLLEMAGGIO, CON IL SEGUENTE O.D.G.: - Costruzione di una piattaforma di lotta con al centro i temi dell’agricoltura, della salute, della scuola e della viabilità e contro i megaprogetti (Terna/Snam/Bussi, ecc) che non producono “sviluppo” ma accrescono i rischi rendendo ulteriormente insicuro un territorio già disastrato. L’obiettivo è quello di realizzare un grande piano del lavoro per la tutela e il risanamento del territorio e delle sue infrastrutture; - strutturazione di una rete regionale e interregionale nella quale possano organizzarsi comitati, associazioni, sindacati e realtà popolari conflittuali che operano in zone a rischio di disastro ambientale o che ne siano già state vittime; - programmazione di iniziative e mobilitazioni che rimettano al centro dell’agenda REGIONALE e NAZIONALE le rivendicazioni dei cittadini colpiti da eventi meteorologici e sismici avversi con la prioritaria richiesta di interventi strutturali risolutivi! SONO INTERVENUTI: Ing. G. Miconi VVFF Abruzzo; Ing. Giambuzzi Nuovo Senso Civico Lanciano; A. Bonanni 3.32 Aq; Prof. Farabollini Geologo Univ. Camerino; G. Lutrario USB Rm; R. Di Nicola Forum Acqua PE; T. Andrisano Parco della Majella Sulmona Aq; P. Cardelli Consigliere Comune di Teramo; V. Di Girolamo Centro Politico Santacroce TE; G. Cremaschi Eurostop; L. Iasci Zona22 Lanciano; N. Commentucci Operatrice Agriturismi Aq; I. Castelnuovo Banca Etica; F. Valente Agricoltore Tagliacozzo Aq; G. Marcadonna Comitato Cittadini per l'Ambiente Sulmona Aq; A. Nevoso Asia Abruzzo; S. Zampardi Ass. Via del Sale Onlus; M. Fars Brigate di Solidarietà Attiva; D. Cacchioni Altrementi Valle Peligna.

A FIANCO DEI COMPAGNI DI LIVORNO: ASSEMBLEA CITTADINA SABATO 11 FEBBRAIO

Livorno -

A fine dicembre la Procura di Livorno ha denunciato 13 attivisti dell’ASIA/USB, da tempo impegnati nelle lotte per la casa ed in difesa dei precari e disoccupati della città. Le denunce sono arrivate a conclusione di una dettagliata indagine condotta dalla DIGOS cittadina e costruita attorno alla denuncia di due donne che si sono rivolte alla questura in seguito al fatto che erano state allontanate da una delle occupazioni di Livorno. Dalla lettura del voluminoso fascicolo che la questura di Livorno ha confezionato attorno a questa indagine si intuisce come una parte cospicua del personale sia stato dedicato all’inchiesta: hanno cioè deciso di investire uomini e risorse senza badare a spese, nella convinzione della grande rilevanza del tema. Pedinamenti, appostamenti, intercettazioni telefoniche e reperimento di testimonianze: un’attività investigativa in grande stile. La domanda che viene spontanea è: perché? Perché si decide di dedicare tanto tempo e tante risorse ad una questione di così poca rilevanza? La risposta sta nel crescente protagonismo della federazione USB di Livorno, nella sua capacità di misurarsi con la questione abitativa ma contemporaneamente di allargare lo sguardo al mondo della disoccupazione e della precarietà. In una città in fortissima crisi come Livorno, con un tasso di disoccupazione alle stelle, questo attivismo e questa capacità attrattiva spaventano gli organi di sicurezza e costringono a correre ai ripari. L’affermazione nelle ultime elezioni comunali del 2014 di un sindaco Cinque Stelle era già stato un segnale che nella città sono crescenti sia il disagio sociale che la disaffezione nei confronti delle forze che risultano compromesse con il sistema. Ora che il cambiamento sul piano amministrativo è risultato incapace di produrre significative novità sul piano sociale, la soluzione “di polizia” diventa l’unica strada per contenere la rabbia ed impedire che crescano le simpatie verso l’organizzazione sindacale indipendente. Peraltro le modalità dell’inchiesta e soprattutto i reati ipotizzati segnalano il tentativo di ulteriore torsione delle norme penali all’interesse tutto politico del soffocamento del conflitto sociale. Come a Roma o in altre città si sta ricorrendo all’uso del codice antimafia per comminare misure di sorveglianza speciale agli attivisti del movimento per la casa, così a Livorno si ricorre alle norme anti stalking, contro la violenza sulle donne, per limitare l’agibilità politica del sindacalismo indipendente. Non c’è limite alla fantasia ed alla creatività di giudici che con grande scioltezza utilizzano fattispecie di reato elaborate per ben altri contesti. Cosa c’entra la legge contro la violenza sulle donne con le forme di autogestione che le famiglie di inquilini/occupanti si danno dentro le occupazioni? Eppure, non potendo intervenire per sgomberare un palazzo costruito su una falda acquifera, costato centinaia di migliaia di euro alle casse pubbliche e sostanzialmente inutilizzabile, e nel quale sono riparate famiglie senza casa, la procura inventa un nuovo teorema per provare a mettere in cattiva luce chi lotta per il diritto all’abitare. ASIA/USB è impegnata in moltissime città a contrastare sfratti e sgomberi e a difendere il diritto ad un alloggio decente. Sabato 21 gennaio si è tenuta a Roma l’Assemblea cittadina dei delegati e ha deciso i prossimi passaggi del nostro lavoro e per promuovere, tutti assieme, la risposta più adeguata a questo infame tentativo di criminalizzare chi lotta per i diritti e la giustizia sociale. Il primo appuntamento lanciato: ASSEMBLEA CITTADINA SABATO 11 FEBBRAIO ORE 16,00 PRESSO ARENA ASTRA PIAZZA LUIGI ORLANDO LIVORNO

ROMA E’ SBILANCIATA, 7 FEBBRAIO ASSEMBLEA IN CAMPIDOGLIO. QUANTO PESANO I DIRITTI?

Roma -

E' stato da poco approvato il bilancio della città di Roma con grande soddisfazione della giunta. Noi invece siamo preoccupati perché riteniamo che i diritti, soprattutto quelli sociali, abbiano pesato troppo poco nei conti del più grande Comune d'Italia. Le raccomandazioni dei revisori dell'OREF e la spinta a stare dentro i vincoli l'hanno fatta da padrone ancora una volta, costruendo un bilancio in piena continuità con quelli degli ultimi anni. Perché le questioni sociali, dalla casa al lavoro, i due grandi temi che stanno a cuore a migliaia di romani, non entrano dentro i calcoli della giunta? Il 4 ottobre si organizzò una grande assemblea popolare in Campidoglio che voleva essere un invito all'amministrazione a collaborare con i cittadini ed i movimenti sociali per provare a cambiare il volto della città. La giunta rispose chiudendo le porte e la sala della Protomoteca. Dopo altri quattro mesi purtroppo i segnali di un cambiamento vero non si sono avvertiti, mentre i drammi sociali continuano a mordere. Non basta il rispetto delle procedure per produrre un'inversione di tendenza rispetto ai tagli ai servizi sociali, ai licenziamenti, alla disoccupazione di massa, agli sfratti ed alla disperazione delle periferie. Più legalità non si traduce automaticamente in maggiore giustizia sociale e questo comporta un pericoloso sentimento di disillusione. Cittadini e lavoratori aspettano segnali forti di controtendenza e questi non si sono ancora manifestati. Anzi. La vicenda Almaviva così come il rischio di nuovi forti esuberi in Alitalia segnalano che la tendenza alla perdita di posti di lavoro non si è arrestata, né del resto è cominciata una nuova politica di investimenti nei servizi pubblici che potrebbe non solo risanare il cattivo funzionamento degli stessi ma anche ridurre i numeri di una disoccupazione dilagante. Sul fronte abitativo tutto è fermo tranne la politica degli sfratti. Non si interviene per fermare la politica speculativa sul patrimonio degli enti privatizzati e dei fondi immobiliari. I soldi destinati all’emergenza casa non vengono utilizzati, il patrimonio di case popolari resta esiguo e invece di allargarlo si alimenta la guerra tra poveri con la politica degli sgomberi. Sui Piani di Zona infine, dove il ripristino della legalità potrebbe effettivamente garantire più giustizia sociale, l’amministrazione si muove con imbarazzante lentezza, che finisce per favorire chi ha speculato. Serve un grande movimento che rimetta il tema dei diritti e delle questioni sociali al centro dell’agenda cittadina. Occorre che le tante vertenze sociali, ambientali e culturali della città trovino la modalità giusta per collegarsi e invertire l’ordine dei fattori: prima i diritti, poi l’equilibrio di bilancio. L’assemblea di martedì 7 febbraio nella sala della Protomoteca in Campidoglio è promossa oltre che dall’USB, anche dalla Carovana delle Periferie, da Diritto alla Città e da Salviamo il Paesaggio. Appuntamento alle ore 15.30 ROMA E’ SBILANCIATA Martedi 7 febbraio torniamo im Campidoglio Sulle priorità e le scelte sulla città pesano ancora troppo gli interessi dei poteri forti e poco o nulla le esigenze popolari. Il bilancio e le scelte della giunta comunale lasciano troppe cose come stavano prima. L’aria a Roma deve cambiare. MARTEDI 7 FEBBRAIO TUTTE E TUTTI IN CAMPIDOGLIO Le forze che hanno promosso l’assemblea del 4 ottobre scorso in Campodoglio, danno appuntamento per una Assemblea popolare, martedi 7 febbraioo alle ore 15.30 alla Sala della Protomoteca convocata da Carovana delle Periferie, Decide Roma, Unione Sindacale di Base, Forum Salviamo il Paesaggio.

BASTA IPOCRISIA E RETORICA SU TERREMOTO E NEVE: ORGANIZZIAMO UN CONFRONTO SULLE COSE DA FARE

Roma -

Appello dell'Unione Sindacale di Base Non solo terremoti e nevicate eccezionali ma anche e soprattutto un territorio devastato e violentato da abusi edilizi, disboscamenti, piani regolatori non rispettati o inesistenti, e poi procedure, sistemi e mezzi di emergenza assolutamente inadeguati. Questo è il “bel paese” sotto i nostri occhi in questi giorni e diventa sempre più insopportabile l'ipocrisia e la retorica del “ora è il tempo di salvare le vite, poi discuteremo delle responsabilità” che si leva da governo, istituzioni e gran parte delle forze politiche e dei media. Quel “poi” non arriva mai e ogni volta si ripete sempre la stessa storia: promesse, dichiarazioni roboanti, patetici appelli alla solidarietà e poi tutto nel dimenticatoio. Noi non ci stiamo. Certo all'inizio si devono salvare le vite e siamo stati tutti felici di vedere quei bambini uscire dalla montagna di neve che li aveva seppelliti. Certo siamo orgogliosi di avere dei vigili del fuoco e dei soccorritori che si sacrificano giorno e notte, spesso scavando con le mani. Non ne possiamo più però delle raccolte di soldi per i terremotati: le abbiamo organizzate anche noi ma siamo convinti che uno stato che spende 20 miliardi per salvare qualche banca non dovrebbe aver bisogno delle “collette” di privati cittadini, non dovrebbe far passare 6 mesi per montare 25 (venticinque) casette di legno ad Amatrice, non dovrebbe attendere giorni (e neanche tante ore) per far arrivare mezzi di soccorso in un territorio dove nevicava da giorni e a forte rischio sismico, non dovrebbe permettere la distruzione delle economie locali come sta avvenendo in quei territori dove gli allevament di animali che rappresentano per molti l'esclusivo sostentamento, sono abbandonati al loro destino. La magistratura indagherà su eventuali responsabilità specifiche ma quelle che denunciamo sono responsabilità politiche che coinvolgono i governi degli ultimi decenni. Se in Giappone un terremoto del 7° grado produce qualche lieve ferito e da noi eventi molto meno gravi fanno centinaia di vittime, significa che è il sistema di prevenzione che non funziona. Sarebbe necessario un piano decennale di risanamento complessivo del territorio, di rimboschimento, di manutenzione dei sistemi idrici, di verifica preventiva dello stato degli edifici nelle zone a rischio sismico. Una verifica che dovrebbe poi produrre lavori di adeguamento sismico quando possibile e di ritiro dell'abitabilità quando impossibile con costruzione di altre abitazioni a carico dello stato. Si dovrebbero dotare gli enti locali, magari consorziandoli, di mezzi adeguati per gli interventi preventivi senza aspettare che gli spazzaneve arrivino da centinaia di chilometri di distanza. Anche l'emergenza dovrebbe essere riportata ad un sistema totalmente pubblico, efficace ed adeguato, basato non sull'attuale “protezione civile” che per molti versi è legato ai partiti e alla burocrazia ma principalmente sul corpo dei vigili del fuoco che dovrebbe essere fortemente rinforzato in mezzi moderni e uomini, con presidi fissi sul territorio, con strumenti e procedure adeguate a tutte le emergenze. Tutto ciò produrrebbe decine di migliaia di posti di lavoro stabili, contribuendo così anche alla ripresa economica di territori che in molti casi vivono in situazioni di forte disagio sociale, di sottosviluppo e di fortissima disoccupazione. Se i soldi si trovano per le banche, a maggior ragione devono essere trovati per rendere vivibile il paese, per prevedere un risanamento complessivo dell'ambiente e degli edifici, per costruire un sistema di emergenza realmente efficace e legato al territorio. USB ha elaborato una proposta di legge, gia depositata alla camera, sulla protezione civile e la prevenzione e nella quale proponiamo l'avvio di una massiccia opera di risanamento idrogeologico a livello nazionale e messa in sicurezza del tertitorio prevalentemente sismico assumendo giovani con le professionalità necessarie e utili come geometri, ingegneri, architetti, geologi etc. Di tutto questo vogliamo parlare e per questo organizzeremo presto un confronto pubblico che vorremmo si tenesse in contatto diretto con quei territori violentati dal terremoto e dall'ingordigia dell'uomo e dalla ricerca del profitto a tutti i costi. Un confronto al quale chiederemo di partecipare anche esperti geologi e ricercatori e i vigili del fuoco, i veri professionisti dell'emergenza.USB Confederale

LA LOTTA PER LA CASA NEL MIRINO DELLA REPRESSIONE E NON DELLA POSSIBILE SOLUZIONE. DIRIGENTI SINDACALI USB VVF IDENTIFICATI.

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DIRIGENTI SINDACALI USB VVF IDENTIFICATI E DENUNCIATI A SAN BASILIO. Questa mattina intorno alle ore 10.15 sono arrivati i vigili del fuoco con tanto di mezzi pesanti (Autopompa) accompagnati dalla Digos e dal commissariato PS di San Basilio, presso l'occupazione abitativa di via Tiburtina 1064 per svolgere un sopralluogo sulla 'stabilità' del palazzo, nuovo di zecca. Questa visita era stata preannunciata nei giorni scorsi, ma proprio per la sua stranezza gli abitanti del residence si sono insospettiti ed hanno richiesto il sostegno dell'USB. Infatti il sospetto era fondato perché la squadra dei veigili del fuoco è intervenuta come se avesse dovuto spegnere un incendio e quindi distorta da eventuali necessità di soccorso. Alcuni dirigenti sindacali di USB VVF sono intervenuti per verificare l'uso corretto degli operatori del soccorso pubblico e della difesa civile, che spesso vengono adoperati per operare sgomberi o sfratti, in difformità con la loro naturale funzione, quella di garantire la salvaguardia dei cittadini. Questa presenza ha irritato i funzionari di polizia che hanno identificato e denunciato i dirigenti sindacali di USB VVF che chiedevano semplicemente delle spiegazioni sul motivo dell'intervento dei vigili del fuoco, quando ci sono aree del nostro paese che avrebbero certamente necessità di sopralluoghi di stabilità, prima che i palazzi crollino. ASIA-USB ROMA

LO SFRATTO E' UN'INFAMIA SOCIALE. IL 15 DICEMBRE PRESIDIO PER DIFENDERE MARIA, ANZIANA E MALATA!!

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DOMANI 15 DICEMBRE PRESIDIO PER IMPEDIRE LO CHE LA SIGNORA MARIA (NELLA FOTO), VITTIMA DELLA  VORACITA' DELLE BANCHE E DEGLI SPECULATORI, FINISCA IN MEZZO AD UNA STRADA.APPUNTAMENTO ALLE ORE 8,30 IN VIA RADDUSA 9 A TOR BELLA MONACA.RICORDIAMO LA STORIA DI MARIA.La signora Maria si è fatta garante presso la banca del mutuo concesso al figlio per l'acquisto delle sua casa. Per problemi economici sopraggiunti lo stesso figlio non è stato più in grado di pagare tutte le rate del mutuo.La banca ha mandato la casa all'asta ed è finita nelle mani del solito speculatore di turno. Questo 'nobile signore' ha proposto alla famiglia di Maria di ricomprarsi la casa al doppio del valore pagato.A questo punto interviene la "giustizia" italiana e con celerità ha sentenziato il rilascio dell'immobile: domani 15 dicembre dovranno lasciare la casa anche se la signora è in gravissime condizioni di salute, come si può vedere dalla foto.Il problema della casa è diventato una calamità sociale che nessuna istituzione sta affrontando. Grave è la latitanza della Regione Lazio che non affronta il tema, sollevato più volte da Asia-Usb, del blocco degli sfratti. Altrettanto grave è l'atteggiamento della nuova Giunta Raggi che ha 'risolto' il problema non istituendo neanche l'Assessorato alla casa (per la prima volta dal dopoguerra) e lascia per strada chi viene sfrattato, come è successo per i coniugi anziani dal PdZ Longoni.Quindi, si crea emergenza su emergenza abitativa, senza che nessuno intervenga.Al contrario chi continua a guadagnare sono gli avvoltoi delle aste, che con sistemi collaudati, sono in grado di acquistare e quindi speculare sui sacrifici della povera gente, con le connivenze delle banche e dei grandi speculatori. E in modo inumano, non si guarda a chi vive in situazioni di gravità come la signora Maria.

ROMA, LA CITTÀ È DI CHI CI VIVE. LUNEDI' 21 OTTOBRE ASSEMBLEA AL NOMENTANO

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Trasporti, sanità, scuola, partecipate, municipalizzate, servizi, inquinamento, spazi sociali, casa, qualità della vita... SONO AFFAR NOSTRO COSTRUIAMO LE CONSULTAZIONI POPOLARI ROMA VUOLE CAMBIARE Nel pomeriggio del 4 Ottobre scorso centinaia di cittadini e lavoratori di Roma si sono riuniti in assemblea nella piazza Campidoglio a cento giorni dall’insediamento della giunta a cinque stelle. L’assemblea ha riunito tanti comitati, associazioni, collettivi territoriali, lavoratori sindacalizzati e non, spazi autogestiti, reti sociali e sindacali per discutere insieme e pubblicamente del cambiamento che era stato annunciato, un cambiamento sperato da molti e da tanti (sia singoli che realtà collettive) creduto possibile con l’elezione della sindaca Raggi. Per chi ha partecipato in piazza del Campidoglio, “cambiare” non significa entrare al posto di qualcun altro nelle stanze dei bottoni ma rompere decisamente con i principi che hanno determinato fino ad oggi il governo di questa città: cambiare significa rifiutare i vincoli imposti dal patto di stabilità, praticare immediatamente un audit pubblico del debito di Roma (8,6 mld di cui non si conoscono più neanche i creditori), fermare ogni privatizzazione in corso o annunciata dei servizi essenziali di questa città, riempire la scatola vuota del NO alle olimpiadi con politiche concrete sulle periferie, con la redistribuzione delle risorse cittadine, con uno stop deciso al consumo di suolo urbano e non solo, con la fine della cementificazione dei territori. Cambiare significa dare voce a chi vive il problema dell’emergenza abitativa causato dalle speculazioni sull’edilizia pubblica (vedi la truffa dei piani di zona) e sul patrimonio degli enti previdenziali, a chi passa metà della propria giornata sui mezzi pubblici, a chi lavora dodici ore al giorno, a chi paga tariffe sempre più alte per servizi (luce, acqua, trasporti, rifiuti, ecc.), perennemente in emergenza e con la beffa concreta di ritrovarsi l’ennesimo inceneritore o l’ennesima colata di cemento dietro casa. Cambiare deve significare valorizzare gli spazi e i percorsi di partecipazione dei cittadini, di solidarietà sociale, di mutualismo e questo passa per la fine delle minacce di sfratto per centinaia di famiglie, per la fine delle minacce di sgombero ai centri antiviolenza, agli spazi sociali autogestiti in stabili pubblici e privati altrimenti abbandonati, alle centinaia di associazioni e progetti sociali e culturali cui da mesi l’amministrazione (senza soluzione di continuità fra gestione commissariale e gestione “a 5 stelle”) chiede milioni di euro di arretrati, ma senza i quali la città di Roma perderebbe uno dei pochi patrimoni di cultura, solidarietà e socialità che le sono rimasti. Cambiare insomma, significa fare scelte politiche che trascendono, e di molto, la tecnica, la procedura, la lunghezza dei curriculum. Centinaia di persone in Campidoglio hanno reso evidente, alla città e a questa amministrazione, qual è il vero significato della tanto enunciata partecipazione, ribadendo che oggi in Italia “cambiare” significa rompere con il governo Renzi: rifiutare a livello locale, territorio per territorio, città per città, l’applicazione del decreto Madia e delle conseguenti privatizzazioni; mobilitarsi contro il crollo di diritti e salari (persino pubblicizzati senza pudore dal governo), contro il Jobs Act e la sanità a pagamento. Sarà la partecipazione democratica dei cittadini e delle cittadine a far dire alla città di Roma NO alla riforma costituzionale. Dopo l’assemblea del 4 Ottobre si ritorna nei territori, in ogni quartiere, con assemblee, per costruire una sempre più ampia discussione e per continuare la scrittura delle proposte e delle idee di gestione della città, dei suoi servizi e del suo patrimonio attraverso momenti pubblici di approfondimento tematico. Nel zona del nomentano l’assemblea si terrà lunedì 31 alle ore 17.00 in Piazza Sempione nella Sala del Consiglio del III Municipio. Al centro della discussione ci saranno sia le questioni principali che già abbiamo esposto l’incontro in Campidoglio, sia i temi più locali. Il tema resta la capacità della giunta comunale di rispondere alle aspettative suscitate sui temi forti: debito, partecipate/servizi, casa, cementificazione, spazi sociali, periferie. ROMA VUOLE CAMBIARE, PER DAVVERO!

ROMA VUOLE CAMBIARE. ASSEMBLEA MERCOLEDI' 16 AL VII MUNICIPIO

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Nel pomeriggio del 4 Ottobre scorso centinaia di cittadini e lavoratori di Roma si sono riuniti in assemblea nella piazza Campidoglio a cento giorni dall’insediamento della giunta a cinque stelle. L’assemblea ha riunito tanti comitati, associazioni, collettivi territoriali, lavoratori sindacalizzati e non, spazi autogestiti, reti sociali e sindacali per discutere insieme e pubblicamente del cambiamento che era stato annunciato, un cambiamento sperato da molti e da tanti (sia singoli che realtà collettive) creduto possibile con l’elezione della sindaca Raggi. Per chi ha partecipato in piazza del Campidoglio, “cambiare” non significa entrare al posto di qualcun altro nelle stanze dei bottoni ma rompere decisamente con i principi che hanno determinato fino ad oggi il governo di questa città: cambiare significa rifiutare i vincoli imposti dal patto di stabilità, praticare immediatamente un audit pubblico del debito di Roma (8,6 mld di cui non si conoscono più neanche i creditori), fermare ogni privatizzazione in corso o annunciata dei servizi essenziali di questa città, riempire la scatola vuota del NO alle olimpiadi con politiche concrete sulle periferie, con la redistribuzione delle risorse cittadine, con uno stop deciso al consumo di suolo urbano e non solo, con la fine della cementificazione dei territori. Cambiare significa dare voce a chi vive il problema dell’emergenza abitativa causato dalle speculazioni sull’edilizia pubblica (vedi la truffa dei piani di zona) e sul patrimonio degli enti previdenziali, a chi passa metà della propria giornata sui mezzi pubblici, a chi lavora dodici ore al giorno, a chi paga tariffe sempre più alte per servizi (luce, acqua, trasporti, rifiuti, ecc.), perennemente in emergenza e con la beffa concreta di ritrovarsi l’ennesimo inceneritore o l’ennesima colata di cemento dietro casa. Cambiare deve significare valorizzare gli spazi e i percorsi di partecipazione dei cittadini, di solidarietà sociale, di mutualismo e questo passa per la fine delle minacce di sfratto per centinaia di famiglie, per la fine delle minacce di sgombero ai centri antiviolenza, agli spazi sociali autogestiti in stabili pubblici e privati altrimenti abbandonati, alle centinaia di associazioni e progetti sociali e culturali cui da mesi l’amministrazione (senza soluzione di continuità fra gestione commissariale e gestione “a 5 stelle”) chiede milioni di euro di arretrati, ma senza i quali la città di Roma perderebbe uno dei pochi patrimoni di cultura, solidarietà e socialità che le sono rimasti. Cambiare insomma, significa fare scelte politiche che trascendono, e di molto, la tecnica, la procedura, la lunghezza dei curriculum. Centinaia di persone in Campidoglio hanno reso evidente, alla città e a questa amministrazione, qual è il vero significato della tanto enunciata partecipazione, ribadendo che oggi in Italia “cambiare” significa rompere con il governo Renzi: rifiutare a livello locale, territorio per territorio, città per città, l’applicazione del decreto Madia e delle conseguenti privatizzazioni; mobilitarsi contro il crollo di diritti e salari (persino pubblicizzati senza pudore dal governo), contro il Jobs Act e la sanità a pagamento. Sarà la partecipazione democratica dei cittadini e delle cittadine a far dire alla città di Roma NO alla riforma costituzionale. Dopo l’assemblea del 4 Ottobre  si ritorna nei territori, in ogni quartiere, con assemblee, per costruire una sempre più ampia discussione e per continuare la scrittura delle proposte e delle idee di gestione della città, dei suoi servizi e del suo patrimonio attraverso momenti pubblici di approfondimento tematico. Nel zona del tuscolano l’assemblea si terrà mercoledì 16 alle ore 16,30 in Piazza di Cinecittà nella Sala Rossa al 4° piano nella sede del VII Municipio. Al centro della discussione ci saranno sia le questioni principali che già abbiamo esposto l’incontro in Campidoglio, sia i temi più locali. Il tema resta la capacità della giunta comunale di rispondere alle aspettative suscitate sui temi forti: debito, partecipate/servizi, casa, cementificazione, spazi sociali, periferie. ROMA VUOLE CAMBIARE, PER DAVVERO!

Lo sgombero del Corto Circuito è un atto politico mascherato da motivazioni giudiziarie fasulle

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COMUNICATO STAMPA Lo sgombero del Corto Circuito è un atto politico mascherato da motivazioni giudiziarie fasulle ore 17.00 Piazza Cavalieri del Lavoro manifestazione cittadina “26 anni di storia non si cancellano. Giù le mani dal Corto” Alle sei del mattino hanno chiuso tutti gli accessi al quartiere Lamaro con centinaia di celerini, carabinieri e vigili del gruppo di pronto intervento di Di Maggio. L'ordine è quello di mettere sotto sequestro l'area di via Filippo Serafini dove da più di 26 anni è attivo il centro sociale Corto Circuito. Intervengono sulla spinta della magistratura che intima di rimuovere gli abusi edilizi e gli illeciti amministrativi. Le scuole della zone restano semideserte e il traffico è paralizzato per chilometri. Vediamo di cosa si tratta. Concretamente il sequestro riguarda un tendone che il collettivo del Corto ha posizionato nell'area dopo che nel 2012 un incendio ha completamente distrutto uno dei padiglioni dove si svolgeva la gran parte delle attività. A nulla sono valse le richieste di ricostruzione debitamente depositate presso gli uffici competenti e la raccolta dei fondi completamente autogestita che doveva consentire di rimettere in piedi la struttura incendiata. Tutto fermo da anni a causa di una colpevole volontà di impedire che il centro sociale continuasse a vivere. Che il tendone non possa configurarsi come abuso edilizio lo capisce anche un bambino, paradossale che a capirlo non sia un magistrato. Peraltro le cubature che insistono sull'area di via Serafini sono state abbondantemente ridotte dai due incendi che hanno riguardato nel tempo due dei tre padiglioni che originariamente erano presenti. Questo significa che anche l'altra struttura in legno che pure oggi è stata sequestrata, un prefabbricato posizionato qualche anno fa come spazio per dibattiti e attività di doposcuola, fa rimanere gli stabili esistenti ben al di sotto dei volumi che un tempo occupavano l'area. Il Corto però in questi anni non poteva accettare l'inerzia delle varie amministrazioni. Poiché non poteva sperare che Alemanno intervenisse o che lo facesse Marino (che invece con la delibera 140 ha complicato la vita per centinaia di associazioni e centri sociali), ci siamo predisposti ad una ricostruzione coraggiosa quando una nuova amministrazione si è presentata alla città. La ricostruzione è ancora in corso ma sta avvenendo con una tecnica ultramoderna che consente di realizzare uno stabile ignifugo con materiali di bioedilizia ed un avveniristico sistema di scarico delle acque. Un esempio da seguire e riprodurre, non certo una esperienza da cancellare o demolire. Sono venuti questa estate ad imparare questa tecnica giovani neolaureati da tutta Italia ma perfino dalle università statunitensi. Abbiamo mostrato quello che stavamo facendo anche ad alcuni amministratori della nuova giunta ed abbiamo confidato nel fatto che la ragione e la conoscenza potessero avere la meglio sulla grigia prassi amministrativa, completamente svuotata di senso. Prendiamo atto che non è così, ma certamente non ci arrendiamo. L'area di via Filippo Serafini è stata occupata 26 anni fa quando i tre padiglioni di allora erano stati completamente abbandonati al degrado dalle amministrazioni di allora. Questi anni sono stati ricchi di tantissime esperienze e conquiste. Sono passati di qua migliaia di giovani e il Corto Circuito oggi fa parte integrante del Lamaro e della città di Roma. Cancellarlo non è solo un'idiozia, non è possibile. La nuova amministrazione dispone degli strumenti per fermare questa oscenità. Innanzitutto far sentire il suo ruolo di proprietario dell'area e degli stabili. Fermare il sequestro e consegnare definitivamente la struttura a chi l'ha gestita in tutti questi anni, consentendo che si ricostruisca (o finisca di ricostruire) quello che andò distrutto più di 4 anni fa. Poi superare definitivamente il contenzioso con la Corte dei Conti, questa storia kafkiana che riguarda centinaia di realtà di Roma e che solo atti politici dovuti da parte della nuova giunta può risolvere. I centri sociali sono autentici beni comuni che appartengono alla città, costituiscono un bene prezioso da difendere e sviluppare. A tutti quelli che in questi anni hanno creduto nelle ragioni dell'autogestione e dell'organizzazione dal basso chiediamo un nuovo sforzo di amore e di lotta. Riprendiamoci quello che è nostro, riprendiamoci il Corto Circuito.

OMICIDIO ABD ELSALAM AHMED ELDANF: DOMANI MANIFESTAZIONE A PIACENZA – ORE 14.00

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Dopo l’omicidio di Abd Elsalam Ahmed Eldanf l'Unione Sindacale di Base organizza la manifestazione che si terrà a Piacenza domani, 17 settembre, dalle ore 14.00, con partenza dal piazzale della stazione ferroviaria. Abd Elsalam è stato assassinato la notte del 14 settembre mentre manifestava con il proprio sindacato in difesa dell'occupazione e contro gli accordi non rispettati dall'azienda, mentre difendeva i diritti di tutti. E' stato assassinato perché qualcuno ha deciso che il dio mercato debba prevalere su tutto, che il profitto sia l'unico elemento attraverso il quale valutare gli uomini e le donne che vivono e lavorano in questo Paese. Noi non ci stiamo e continueremo a batterci contro le ingiustizie e per il rispetto della dignità di chi lavora, di chi il lavoro non lo trova e di chi lo perde in una crisi senza fine che viene pagata giorno dopo giorno, anche con la vita, dalle fasce più deboli della popolazione. Per questo l’USB ieri ha indetto uno sciopero di 24 ore nel settore della logistica ed oggi uno sciopero di due ore a fine turno di tutte le aziende private non soggette alla legge 146, al quale stanno dando la loro adesione anche RSU e lavoratori di altre organizzazioni sindacali. Per questo domani, 17 settembre, sarà in piazza a Piacenza con determinazione, per affermare che non accetteremo indagini superficiali o sentenze preventive da parte di nessuno. Innumerevoli le prese di posizione di organizzazioni sindacali nazionali ed internazionali contro l'omicidio di Abd Elsalam Ahmed Eldanf; innumerevoli le attestazioni di solidarietà pervenute ai familiari della vittima anche attraverso il nostro sindacato e decine di migliaia i commenti sui social network colmi di dolore e di rabbia. Per sostenere le istanze del mondo del lavoro e difendere lo stato sociale è stato indetto per il 21 ottobre lo Sciopero Generale che sarà seguito, il giorno seguente da una grande Manifestazione Nazionale a Roma.

1974 – 2016 Fabrizio Ceruso Vive, San Basilio non dimentica!

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1974 – 2016 FABRIZIO VIVE, SAN BASILIO E ROMA NON DIMENTICANO! L’8 Settembre di quest’anno ricorrerà il 42° anniversario della morte di Fabrizio Ceruso, 19enne di Tivoli accorso a San Basilio per supportare la lotta per la casa degli abitanti del quartiere. Nei primi giorni di settembre del 1974 a S. Basilio la polizia interviene per sgomberare 150 famiglie che da più di un anno avevano occupato alcuni appartamenti IACP in via Montecarotto e via Fabriano. Il quartiere vive giorni di dura resistenza dagli assalti delle forze dell’ ordine, durante i quali, l’8 settembre, Fabrizio viene ucciso dal fuoco della polizia. Da tre anni il progetto “San Basilio, storie de Roma”, composto da varie realtà sociali della zona, sta riattualizzando la storia del quartiere e di quelle giornate, cercando di renderli patrimonio di San Basilio e non solo. Gli avvenimenti del settembre ’74 sono parte di una memoria da far rivivere non come rito di consuetudine, ma come interpretazione e organizzazione di una comunità di fronte a bisogni, problemi e contraddizioni più che mai attuali come quello della casa. Lo sfruttamento dei territori e dei quartieri segue un filo che da allora arriva ad oggi, dove in nome dei profitti di pochi si continuano a sfruttare coloro che combattono quotidianamente per la sopravvivenza. Come 42 anni fa, molte persone decidono di alzare la testa e di riprendersi ciò che viene sottratto in nome della rendita e della speculazione edilizia: solo chi vive un territorio può determinare la dignità della propria vita. Ed è proprio da qui che si svilupperà la commemorazione di quest’anno: la figura di Fabrizio come patrimonio di tutte le realtà, i movimenti, i singoli che ogni giorno lottano per un’esistenza degna, in particolar modo quelli che, come nelle giornate del ’74, si battono per il diritto alla casa e la difesa del territorio.  Progetto “San Basilio, storie de Roma”Nodo Territoriale Tiburtina info e contatti: www.progettosanbasilio.org Programma (in aggiornamento): ◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆ LUNEDì 5 SETTEMBRE h. 17 @ PIAZZALE RECANATI (Balena, San Basilio): Prima Assemblea di lancio della mobilitazione ◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆ MARTEDì 6 SETTEMBRE h.17 @ VIA DELLA VANGA (Tiburtino III): Seconda Assemblea di lancio della mobilitazione ◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆ GIOVEDì 8 SETTEMBRE h. 9 UN FIORE PER FABRIZIO @ Lapide via Fiuminata (San Basilio) h. 11 UN FIORE PER FABRIZIO @ Lapide Piazza Santa Croce (Tivoli) h.17 CORTEO CITTADINO Partenza da via Elena Brandizzi Gianni (Angolo via Tiburtina 1020) ◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆ SABATO 10 SETTEMBRE h.18 @ CASALE ALBA 2: Presentazione del progetto di memoria storica e dell’opuscolo “San Basilio, storie de Roma” “QUALI ESPERIENZE E QUALI PROSPETTIVE PER LA NARRAZIONE STORICA DAL BASSO?” Ne parliamo con: – “Quarticciolo storia di una borgata”, progetto di narrazone storica dal basso della resistenza al Quarticciolo, zona est di Roma, con i ragazzi delle scuole nel quartiere – Ribelli in Zona Universitaria, progetto di public history attivo nella Zona Universitaria bolognese – Comitato di quartiere Villa Certosa – Centro di Documentazione Territoriale Maria Baccante – Roma Est – Cristiano Armati, scrittore – Luciano Villani, storico a seguire cena popolare ◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆ SABATO 17 SETTEMBRE DALLE 16 @ LARGO ARQUATA DEL TRONTO (San Basilio) SPORT POPOLARE con le palestre popolari romane Esibizioni di sport da combattimento Rugby touch Basket 3vs3 Calcetto ALLE 20 CENA POPOLARE A SEGUIRE PRESENTAZIONE E PROIEZIONE DEL DOCU-FILM AUTOPRODOTTO “SAN BASILIO, STORIE DE ROMA” Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=vikXxZQD94Y ◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆◇◆

AVVISO ORALE A GUIDO LUTRARIO (USB): GRAVE PROVOCAZIONE E INTIMIDAZIONE AL SINDACATO CONFLITTUALE

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Sindacato sotto sorveglianza: democrazia a rischio! Giovedì 14 luglio ore 17 Sala delle Carte Geografiche - via Napoli 36 Roma L’utilizzo del Codice antimafia, Decreto legislativo 159 approvato nel 2011, per intimidire e limitare la libertà di azione di attivisti e militanti sindacali, politici e sociali, sta diventando ormai una prassi consolidata che si va diffondendo nelle questure della penisola.  E’ grave che questo utilizzo improprio di misure di polizia, pensate dal legislatore per fattispecie completamente diverse da quelle legate al dissenso politico ed al conflitto sociale, diventi uno strumento usuale per reprimere il dissenso, indipendentemente dall’effettivo riscontro giudiziario dei reati ipotizzati e dalla celebrazione dei corrispettivi processi. Questo autentico abuso delle misure di prevenzione non sembra finalizzato alla diminuzione dei reati quanto invece al controllo ed al soffocamento delle azioni di protesta. E’ come se si giustificasse un’azione preventiva a largo raggio sulla base della consapevolezza che la conflittualità sociale è destinata ad aumentare in considerazione delle misure fortemente restrittive che si stanno abbattendo sui settori più disagiati del paese. In questo clima, colpisce il nuovo salto di qualità registratosi con l’invio dell’avviso orale da parte del Questore di Roma finanche ad un dirigente nazionale del sindacato USB, Guido Lutrario, reo di aver realizzato, nel corso di questi anni, nient’altro che una intensa attività sindacale.  Che si minacci di adottare le misure della sorveglianza speciale nei confronti di chi agisce il conflitto sindacale è il segnale di un ulteriore deterioramento degli spazi di libertà e di democrazia, un nuovo attacco anche ai principi sanciti nella nostra Costituzione, già a repentaglio a seguito della recente controriforma. La libertà di azione sindacale ed il diritto ad agire il conflitto in un momento nel quale il mondo del lavoro vive una gravissima condizione di ricattabilità ed in cui tutta la legislazione del lavoro sta subendo un forte ridimensionamento, costituiscono una condizione indispensabile affinché la parte debole che sta sul mercato, cioè i lavoratori, dispongano degli strumenti minimi di difesa. Se si impedisce al sindacato di svolgere il proprio ruolo si attenta alla stessa democrazia e si rendono i lavoratori completamente inermi di fronte all’arbitrio delle aziende e dei poteri forti. Attorno a questa autentica emergenza politica e culturale crediamo sia indispensabile unire le forze per denunciare e contrastare il disegno antidemocratico che nasconde. Su questi temi invitiamo al confronto pubblico giovedì 14 luglio, dalle ore 17.00 presso la Sala delle Carte Geografiche in via Napoli 36 a Roma.                                                                                                     Unione Sindacale di Base           Prime adesioni Nicoletta Dosio Attivista NO TAV Forum Diritti Lavoro Carlo Guglielmi     Franco Russo  Arturo Salerni  Riccardo Faranda  Giovanni Russo Spena  Stefania Trevisan, Maria D. Fornari Vincenzo Robustelli RSA Coop - Roma Paolo Ottavi RSU Coop - Roma  Giorgio Cremaschi   Prof Antonio Di Stasi Marco Lucentini Nunzio D’Erme Carovana delle Periferie Italo Di Sabato Osservatorio sulla Repressione Cinecittà Bene Comune CSOA Corto Circuito CSOA Spartaco Banda Bassotti Militant A (assalti frontali) Coord. Lavoratori autoconvocati Marco Bersani attac Italia Rossella Marchini e Antonello Sotgia Carovana delle Periferie Collettivo Militant  Communia Stefania Trevisan, Maria D. Fornari, Maria Sarsale, Adriana Serpi RSA ZARA -  Roma Pamela De Santis RSU - ZARA  Roma  Vincenzo Robustelli RSA Coop – Roma, Paolo Ottavi, Maria Borgognoni RSU Coop - Genzano Maria Sarsale, Adriana Serpi RSA ZARA -  Roma, Pamela De Santis RSU - ZARA  Roma Cinzia Colagrande RSU Comune di Terni, Maria Lelli RSU ENEA – Casaccia Circolo ARCI ‘La Poderosa’ -  Vasanello  VT, Federico Bozzo disoccupato Viterbo Giorgio Salerno RSU-USI Roma Capitale,  Stefano Gianandrea de Angelis  RSU USB Roma capitale Daniela Pitti  RSU USB Roma Capitale Tommaso Grossi Capogruppo ‘Firenze riparte da sinistra’ Comune di Firenze Ornella de Zorzo  ‘Un’altra Città – Laboratorio politico – Firenze Tiziano Cardosi  NO TUNNEL TAV - Firenze  Silvia Noferi Consigliera Comunale Movimento 5 Stelle -  Firenze A.Ferrarese, R. Tamborrino, M. Lagioa, M.Bozzo  Coordinamento Vigili Urbani- Taranto  L. Mazzoccoli, G.Maniglia, D.Cicorella, G.Portulano, I.Nettis, G. Cannarile, G.Graziano  Coordinamento Telecomunicazioni- Taranto Francesco Marchese RSU/RLS Teleperformance – Taranto Gianluca Merlonghi, Irene Andretti RSA Burberry- Roma F.Rizzo, F.Intelligente, V. Mercurio, D.Novellino, C.Todaro, R.Catello,  RSU ILVA – Taranto G.Scarci, U.Andriani, A. Semeraro, L. Falco,G. Nappi     RSU ILVA – Taranto S.Pimpinella, S.Gobbo, F. Pansini,  L.Zanbon  RSU Gucci – Roma ESC Atelier CLAP Camere del Lavoro Autonomo e Precario HIERBA MALA P.R.C. : Paolo Ferrero e Roberta Fantozzi Lista disoccupati Ponte di Nona, centro polivalente popolare NIno Moroni Ponte di Nona, SCUP, csoa Sans Papier, Radio Sonar, Sissoko Anzoumane CISPM Coalizione Internazionale Sans Papiers, Migranti, Rifugiati e Richiedenti Asilo G.Garetti Medicina Democratica Firenze R. Budini Gattai Urbanista Firenze G. Barbera Rsu IBM Roma, A. Rotunno RSU MODIS Roma, G. Cetorelli RSU Provincia Terni, L. Nencini USB ENEA Miriam Amato Consigliere Comunale Firenze Alternativa Libera Associazione Fight for Love, Lavoratori  Parco Marturanum - Barbara Romano VT Emiliano Polidori, Viviana Ruggeri, Gualtiero Alunni, Consiglio Metropolitano Partecipato Sergio Bellavita Giuliana Righi Cantoni Calimaco rsu san polo lamiere Leonardo de Angelis rsu sistemi informativi Antonio Fiorentino Urbanista Firenze Silvia Coppa Rsa Coop Civitavecchia Brunella Serafini Rsa Coop Civitacastellana gruppo lavoratori USb SEKO S.p.A.  Rieti (metalmeccanici) Luca Paolocci USB Lavoro Privato Paola Celletti USb Lavoro Pubblico  Olindo Cicchetti USB Inps Alessandro Giuliano Disoccupato  Pino Missori USb Regione Lazio Sergio De Paola USb Pubblico Fabrizio Pinardi USb Sanità Pubblica Simona Moretti disoccupata Aurelio Neri Pensionato Brunella Serafini USb privato Valentina Sposetti USb Privato Silvia Coppa USb Privato Circolo Arci Capranica " Claudio Zilleri" Rosita Zampolini RSu Pubblico ( Prefettura di Viterbo) Cossu Giandomenico Aucello Paola Attolico Valeria Miccoli Enzo RSA USB REGGIA DI VENARIA  Matteo Stoico RSU USB Provincia di Terni  firme internazionali LAB Euskadi PAME Grecia EUROF-WFTU Europa FNSTFPS Portugal CWF India CIG Galizia PSYEK-PEO Cipro FISE-WFTU Sindacato Internazionale Scuola VINCENT KAPENGA SGA/CTP Repubblica Popolare del Congo

NAPOLI, 9 LUGLIO. LEPERIFERIE RIBELLI SI INCONTRANO

Napoli -

ORA TOCCA ALLE PERIFERIE. SABATO 9 LUGLIO UN INCONTRO NAZIONALE A NAPOLI Il voto alle amministrative del 19 giugno con la pesante sconfitta del PD e del governo Renzi e la vittoria in alcune delle aree metropolitane più importanti del paese, Roma, Napoli, Torino, dei candidati sindaci anti austerity, hanno aperto una nuova fase politica. La vittoria della Raggi e dell’Appendino e la riconferma a Napoli del sindaco De Magistris, ci dicono chiaramente che le masse popolari non ne possono più del programma di svendita del patrimonio pubblico, delle privatizzazioni, della spada di Damocle del debito, dei patti di stabilità che stanno degradando la vita sociale delle nostre città e dell’intero paese. Quella parte di popolo che è andata a votare ha mandato un segnale forte e chiaro al governo Renzi e alle amministrazioni prone ai diktat del governo centrale e dell’UE: non si può continuare sulla strada della svendita del patrimonio, della desertificazione dei diritti sociali. C’è una sfida importante che hanno di fronte sia le nuove giunte, votate soprattutto nelle periferie per il loro programma di opposizione alla solita politica di appropriazione privatistica del bene pubblico sia i movimenti sociali che da anni lavorano per fermare lo smantellamento dei diritti sociali. La sfida è andare fino in fondo nel programma antiliberista e di rilancio dell’economia pubblica. Le nuove amministrazioni dovranno mettere in pratica i propositi politici-elettorali non chiudendosi nel fortino della propria raggiunta legittimità istituzionale ma applicare nel prossimo futuro provvedimenti di rottura con la filosofia dell’ordine liberista: bloccare a tempo indeterminato la pratica degli sgomberi e degli sfratti, mettere in discussione il meccanismo del debito, violare la supposta legalità del pareggio di bilancio, impedire la privatizzazione dei servizi pubblici locali e dove sono già privatizzati procedere verso la loro ripubblicizzazione, mettere in corso programmi metropolitani del lavoro a partire dall’ampliamento delle piante organiche dei servizi pubblici. Il movimento delle periferie ribelli vuole esercitare dal basso un’azione di controllo e promuovere forme di democrazia partecipata, perché il cambio nelle istituzioni non basta se poi manca la capacità di sostenere le trasformazioni attraverso una pressione quotidiana e popolare. E’ questo il modo in cui intendiamo produrre anche un aggiornamento degli Statuti Comunali, dando più spazio alla democrazia ed alla partecipazione diretta, in netta controtendenza con la controriforma della Costituzione promossa dal governo Renzi- Il nostro ruolo è promuovere e organizzare la partecipazione nelle periferie su un programma di difesa dei diritti sociali: diritto al lavoro, alla casa, alla salute, alla mobilità, alla conoscenza. Siamo chiamati ad essere, oggi più che mai, una sentinella sociale, alla funzione di pressing, di vigilanza per cambiare verso alla vita delle nostre periferie. E’ il momento della partecipazione, della speranza, della concreta possibilità di rompere la politica dei comitati di affari sulla pelle della gente delle periferie. Le periferie ribelli di questo paese vogliono andare fino in fondo, non cederemo sul nostro programma. Per questo chiamiamo tutti a un’assemblea pubblica nazionale presso il Polifunzionale di Soccavo (Napoli) sabato 9 luglio alle ore 11. Periferie ribelli in marcia!

Tor Bella Monaca: si cambia davvero? Venerdì 8 luglio incontro nel quartiere!

Roma -

ASSEMBLEA POPOLARE Venerdì 8 luglio ore 18 Piazza Castano (vicino sede ASIA) I risultati elettorali hanno dato uno scossone al sistema di potere. Tante vecchie facce sono state mandate a casa e una nuova sindaca è al vertice della Giunta. Molti romani non hanno votato, ma in tanti, soprattutto nelle periferie come Tor Bella Monaca, siamo andati a votare massicciamente per Virginia Raggi. Quindi, per una volta le periferie sembrano aver vinto le elezioni! Ma se hanno vinto le periferie vuol dire che le nostre ragioni dovranno trovare finalmente ascolto! E’ il momento della speranza e della partecipazione. Abbiamo una grande occasione per discutere del quartiere e per segnalare le tante difficoltà che viviamo. Forse uno spiraglio si è aperto, ma come sempre dipende anche da noi. Apriamo la discussione e mettiamo in piazza i problemi. Innanzitutto la casa, come sempre verrebbe da dire qui a Tor Bella Monaca. Voltare pagina nella gestione del patrimonio abitativo, riconoscere il diritto alla casa ai senza titolo delle case popolari che hanno i requisiti di legge, una vera manutenzione, l’allargamento del patrimonio abitativo perché c’è tanta gente in difficoltà, l’assegnazione dei tanti alloggi tenuti vuoti. E poi il lavoro che non c’è. E i servizi, a cominciare dagli asili. E poi…… La lista è lunga. Costituiamo il Comitato di Controllo Popolare di San Basilio. Questa volta non ci facciamo fregare. Per realizzare questi obiettivi si potrebbero utilizzare subito i 500 milioni stanziati dal governo per le città metropolitane proprio per il recupero urbano. Costituiamo il Comitato di Controllo Popolare di Tor Bella Monaca. Questa volta non ci facciamo fregare. Carovana delle Periferie – ASIA

ROMA, LA SFIDA DI USB

Roma -

Il lavoro, la casa, i servizi, la città Lunedì 16 maggio Campidoglio sala della Protomoteca ore 15-19.30 E’ dai lavoratori che arrivano...