L’Abitare Popolare

di Antonello Sotgia

Ultima modifica il Lunedì, 24 Novembre 2014 17:03

Roma -


Renzi e Lupi vogliono cancellare la vita di chi abita le case popolari per consegnare quelle stanze alla finanza che costruisce la città contro l’abitare. Si brucia il patrimonio pubblico per consegnarlo ai privati.

Poco più di 800 mila famiglie abitano, in tutta Italia, in una casa popolare. Oltre 700 mila sono in lista d’attesa per averla. 40 mila case popolari sono vuote. A Roma gli alloggi di edilizia residenziale pubblica (ex IACP, Comuni, Agenzie regionali varie) sono 80 mila. 50 mila quelli dell’ATER. Buona parte di questi alloggi che segnano l’abitare romano versa in condizioni drammatiche. La mancata manutenzione e l’età degli edifici in quelli più antichi, l’utilizzo di materiali scadenti unito a qualche disinvoltura costruttiva di troppo in quelli relativamente più recenti, fa si che quest’individui edilizi appaiano quali rovine nel panorama urbano. Fossili edilizi.

Si può abitare così? Si può seguire con terrore l’apparire di ogni nuvola, che aprendosi vorrà dire tentare di arginare l’assalto dell’acqua per cercare di salvare, oggetti, mura, infissi appena asciugati dalla precipitazione precedente? Si possono guardare, senza sapere cosa fare, crescere crepe che, come tagli di una spada, incidono i muri? Sentirsi insicuri? Aspettare per mesi (anni?) la riparazione di un ascensore? Vedere il cemento diventare fragile e sbriciolarsi, spuntare pezzi di ferro arrugginito ed ossidato dai frontalini dei balconi e dai cornicioni, rivestimenti di ogni tipo staccarsi dalle pareti esterne, salire scale sconnesse ….?

Tutto questo si chiama manutenzione e dovrebbe essere una voce ben precisa del Welfare. La privatizzazione del Welfare ha fatto si che oltre la manutenzione generalizzata per le città, saltasse anche quella particolare per le case di chi la città abita. Troppo poco per il ministro Lupi. Così ha pensato bene di inserire nel suo “Piano casa” un principio elementare: la manutenzione costa, togliamo le case -quelle case- a chi le abita e diamole a chi comprandole, le rimetterà sul mercato privato.

Lupi ha dichiarato guerra all’abitare popolare indicando dove colpire: condomini “misti”(quelli dove il numero degli appartamenti pubblici risulta inferiore al 50% del totale), il patrimonio fatiscente e quello che presenta un altissimo costo di manutenzione. Tutto da vendere all’asta con una base di partenza stimata dal’OMI (Agenzia del Territorio). Quindi al prezzo corrente di mercato.

Per chi le abita, pensionati sociali, famiglie monoreddito, fasce deboli, segmenti della popolazione sempre più stremate dalla crisi, Lupi assicura il diritto di prelazione!. Potranno, entro 45 giorni dalla chiusura dell’asta, versare loro quella cifra. 45 giorni di tempo per trasformarsi da pensionato minimo in…Caltagirone. Se l’incantesimo non avverrà, sempre che gli stessi risultino in regola con i pagamenti, saranno coercitivamente trasferiti in altri alloggi “idonei”. Quali? Dove?

Il programma ha già ricevuto l’avvallo della conferenza Stato Regioni. Alcune regioni, tra queste il Lazio, sembra intenzionato a chiedere di rimetterlo in discussione. Fin’ora non è arrivato nessun atto così sono numerose le assemblee e le manifestazioni che, quotidianamente, si svolgono in ogni città, quartiere per quartiere.

A Roma le assemblee si susseguono. Ovunque, soprattutto in quella parte della città che è segnata dall’ultima stagione dell’abitare popolare : Vigne Nuove Tufello, Tiburtino, Tor Sapienza, Tor Bella Monaca, Casilino, Laurentino, Corviale. Nei grandi immobili con cui Roma ha cancellato le baracche.

Sono proprio alcuni di questi edifici che sono oggi diventati improvvisamente “famosi”, che i giorni di fuoco di Tor Sapienza hanno tirato fuori dalla topografia della città. Sono le case della periferia. L’ultimo esempio di edilizia pubblica. Insieme si sono, la scoperte quelle architetture. Come se le vedessimo per la prima volta. Allora non c’è solo Corviale? Quei segni che spesso emergono accanto alla melassa di case a cavallo del GRA o, ancor prima, della Palmiro Togliatti cosa sono? Perché si parla di corti a Tor Sapienza? di square a Vigne Nuove? di stecche disposte a raggiera al Casilino, di ponti al Laurentino? di torri un po’ ovunque? Ma è vero (ancora) che l’architetto del Corviale dopo aver finito il progetto si è suicidato? No non è vero, ma che importa.

Serve anche questo per non chiederci chi quelle case abita, come è stato costretto ad abitarle.

Serve per convincerci che non potrà/dovrà abitarle ancora. Succede a Roma, sta succedendo a Milano dove le case pubbliche tenute sfitte sono 9 mila. Si tengono vuote con la scusa che non si possono mettere a posto. Chi vorrà, dice ora Lupi, se le venga a prendere per farci quello che vorrà.

Lupi che di mestiere le case dovrebbe dire come realizzarle si guarda bene dal farlo. A lui che viene da Comunione e Liberazione i miracoli piacciono. Con il suo Piano Casa vuole infatti realizzarne uno: quello capitalistico. Costruire due volte quelle stesse case. Prima con quelle case, con quegli interventi, si era riusciti, per esempio, a dare una stanza ai centomila romani che abitavano in baracche. Non si riuscì a fare città. Anche per responsabilità delle amministrazioni di sinistra (prima e dopo il periodo democristiano/socialista che ha diviso quelle due stagioni) incapaci di darsi un’idea generale dell’abitare e di colpire la rendita immobiliare, vero elemento di costruzione della città.

Adesso quelle stesse stanze che si pretende di ottenere vuote, un paradosso crudele, servono proprio a non fare città. Sono da spacchettare, per, una volta ripulite da chi le abita, consegnarle e metterle al centro del progetto di finanza che tende a cancellare ogni residua parte della città pubblica, a ghermire questa residua risorsa, ad abbatter ogni forma d’identità, l’orgoglio di far parte di una comunità che in qualche modo anche con le lotte era riuscita a conquistare il diritto alla casa.

Renzi e Lupi vogliono strappare le case a chi lottando e lavorando le ha conquistate perché le città, devono essere sempre di più luoghi indifferenziati. Roma deve assicurare alla finanza il suo essere se stessa, solo una continua “offerta”.

Non si tratta di applicare l’articolo 3 del Piano Casa contestualmente al 5 che cancella la possibilità di residenza a chi abita occupando un immobile fatiscente ora rimesso in piedi. Si tratta di far diventare quella ricchezza dell’abitare che ha contraddistinto la stagione pubblica, in altro.

Lupi non vuole persone, non vede pareti, muri, finestre stanze. Sa bene che quel patrimonio senza essere ristrutturato, senza che nessun progettista o geometra firmi un inventario delle cose da fare, senza muovere neppure un mattone produce non solo un reddito immediato, ma soprattutto permette ai grandi gruppi finanziari di impossessarsene per farne un fondo, strapparne il valore originario per farlo diventare strumento per il mercato finanziario.

Per questo la difesa di queste stanze è importante, perché sono gli ultimi luoghi dove poter praticare forme di resistenza al diritto di tutti ad abitare. Ancora una volta si tenta di spalmare il debito delle città su chi abita. Non si tassano i patrimoni, ma si vuole distruggere la vita stessa delle persone. E’ la finanza. C’è solo da tenere a bada chi crede che basta non parlarne per sentirsi innocente.vE’il caso del Sindaco Marino che ancora non ha detto nulla su questa storia visto che da tempo ha deciso di alienare il patrimonio immobiliare della città per far cassa. Bisogna riuscire ad impedire questo massacro, bisogna dire no alle deportazioni. Ad iniziare proprio dal richiedere che Regione e Comune dichiarino Roma e il Lazio territorio aperto, da sottoporre ad un restauro territoriale che passa innanzitutto dal recupero del patrimonio edilizio.

Il recente segnale di Zingaretti con la riproposizione del Piano Casa della Polverini non va certo in questa direzione.

Sta a chi abita e viene cacciato e a chi vuole abitare e non lo può fare lottare per invertire questa deriva devastante impegnando la Regione Lazio a rigettare l’applicazione dell’articolo 3, a recuperare a fini abitativi anche gli immobili destinati a finalità diverse da quelle di edilizia residenziale pubblica.

Salveremo le case pubbliche che abitiamo solo se riusciremo ad averne altre, ad estendere il diritto alla città. Se imporremmo a Comune e Regione, al fine del perseguimento dell'integrazione sociale, che, in ogni progetto di trasformazione a fini residenziali dei tessuti urbani, sia garantita la realizzazione di una quota di edilizia residenziale pubblica sovvenzionata nella misura minima del 30%. Che venga respinta la truffa della cosiddetta Housing sociale. A far diventare la rigenerazione urbana non una parola per far costruire stadi, ma una pratica capace di far vivere in una città diversa, persone diverse, con relazioni diverse, con rapporti differenti.

A noi riprenderci lo spazio pubblico, la bellezza dell’abitare e, con questo, la città.