Roma si racconta con 'stupore': le parole della città e quelle dell'ingegnere

Abitare Roma: le parole per dirlo

A cura di Antonello Sotgia
RomaToday, 16 settembre 2015

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Roma -

Antonello Sotgia. Architetto. Convinto che la "città è opera collettiva per eccellenza", non riesce a darsi una ragione del perché si permetta alla rendita dei "pochi" di cancellare l'abitare dei "molti".

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E’ passato più di un anno da quando ho accolto, con piacere, l’invito della redazione ad “animare” questo blog parlando di case e città. Scegliendo come titolo “le parole per dirlo” alludevo proprio alla fatica di raccontare le relazioni che, intrecciandosi tra loro, danno vita all’abitare e quando ci riescono a definire le città.

Roma in questo è un campo di ricerca formidabile. A Roma le parole servono perché è anche con loro che si costruiscono le relazioni. A volte (spesso) è difficile trovarle. Domenica 13 settembre una trasmissione televisiva, Speciale TG1 a cura di Alessandro Gaeta, è sembrata riuscirci. Il servizio, che si è avvalso di una splendida quanto raffinata fotografia capace di “misurare” come le ombre di quanto si è costruito si staglino su i tanti vuoti dove si sarebbero dovuti realizzare gli altrettanti i servizi che non sono stati fatti, ha infatti compiuto la propria ricerca assumendo come bussola la parola “stupore”. 

Uno stupore con cui guardare Roma. E’ mai possibile che, dopo venti anni d’affitto, tu debba andare a vivere su di una panchina perché il nuovo padrone di casa al termine di un tourbillon finanziario immobiliare ti ha sfrattato perché non paghi da alcuni mesi e, in attesa che il Giudice decida se il tuo affitto è determinato equamente, te ne devi andare sloggiato da poliziotti e carabinieri? (la storia di Giorgio a Talenti). E’ mai possibile che ad anni di distanza manchino scuole e ambulatori, che i parchi promessi siano sterpaglia? (Ponte di Nona) E’ mai possibile che le case si affastellino le une sopra le altre ma per uscire ed entrare a casa propria si debba pagare la “gabella” imposta da un privato che ha fatto (male) una strada che avrebbe dovuto fare il Comune? (Torresina due).

E’ mai possibile che funzionari dello Stato debbano pagare il doppio del canone d’affitto perché i costruttori che quelli alloggi hanno realizzato si sono “scordati” di detrarre dai conteggi i soldi pubblici che hanno ricevuto per costruire quelle case? E’ mai possibile che una “guardia” intervistata all’interno del salotto della casa per cui paga un affitto sproporzionato, debba dire che la Prefettura non ha vigilato?  (la vicenda della determinazione dei costi nei piani di zona e del conteggio dei canoni d’affitto al netto dei finanziamenti pubblici).

E’ mai possibile che l’ing. Niccolò Rebecchini, Presidente del comitato Promotori  dell’ACER, la potentissima associazione dei costruttori romani, candidamente dichiari “è sempre stato fatto così  all’interno di una situazione amministrativa difficile e delicata (Sic!) che va avanti da trent’anni, le ultime sentenze del Tar hanno dato un’interpretazione alla normativa del tutto nuova rispetto a quella che gli enti pubblici preposti al controllo  hanno applicato” .

Un esercizio d’ interpretazione a fronte di quanto sostiene il TAR che in più sentenze ha ribadito come i soldi provenienti da finanziamenti pubblici relativi ai piani di zona non possono concorrere alla determinazione di costi di vendita o a quelli del canone d’affitto.

Siamo in tanti a cercare le parole per dire come le città sono state fatte e come vorremmo che si trasformassero. A partire da come le abitiamo. L’imperturbabile ingegnere dell’ACER neanche ha fatto lo sforzo di cercarle. Le aveva belle e pronte: quelle della rendita e del profitto, del cemento e della devastazione. Il vocabolario che ci ha dato la città in cui siamo costretti a vivere.