ENASARCO: ARRIVA LA MAGISTRATURA

Milano -

Verrà messa fine alla grande speculazione delle Fondazioni, delle Casse??
Questi Enti previdenziali hanno sottratto denaro pubblico, quello dei contribuenti, facendolo evaporare attraverso investimenti in fondi spazzatura nei paradisi fiscali. Per recuperare i soldi persi in questo impiego fallimentare di soldi pubblici hanno trasformato gli inquilini, con la complicità di quei sindacati accondiscendenti, nel loro bancomat, hanno aumentato gli affitti, stanno dismettendo gli alloggi a prezzi speculativi, stanno alimentando l'emergenza casa e gli sfratti a Roma e in altre città d'Italia.


La Corte dei conti incrimina Brunetto Boco, padre-padrone di Enasarco


MILANO - Brunetto Boco, presidente uscente, dell'Enasarco, Carlo Felice Maggi, ex direttore generale; Marco Di Vito, ex direttore finanziario: sono i tre alti dirigenti della Cassa previdenziale dei 230 mila agenti di commercio italiani citati dalla Procura Regionale presso la sezione giurisprudenziale della Corte dei conti per la Regione Lazio per un'udienza fissata il 24 maggio prossimo per "ivi sentirsi condannare al pagamento in favore di Enasarco" di 11,5 milioni di euro", più gli interessi. All'origine, un'intricata serie di vicende legate all'investimento che il fondo decise di fare in alcune attività finanziarie all'estero piene di derivati che avrebbero causato un danno alle casse.

E' una svolta, sia pure naturalmente ancora provvisoria, di una vicenda ormai annosa che dovrebbe portare all'accertamento della verità nel gioco istituzionale di difesa e accusa ma che certo allunga un'ombra sulle elezioni in corso dei nuovi vertici di una delle più grandi casse previdenziali private italiane. Elezioni in corso da pochi giorni on-line e aperte fino al 14 aprile prossimo, le prime mai svolte nell'ente dall'anno di Fondazione, il 1938, perchè finora erano state le varie associazioni (datoriali e sindacali) a nominare i vertici di Enasarco. Elezioni delicate, insomma: anche perche' la situazione patrimoniale di Enasarco è stata sicuramente deteriorata negli ultimi anni, come la Corte fa notare, da scandali e cattiva gestione.

L'atto di citazione è della fine del 2015 ma il testo – secondo un servizio dell’agenzia Agi - è interessante perchè ricostruisce una vicenda lunga e complessa, di non facile decifrazione, che ora verrà dibattuta nella ufficialità di un severo procedimento amministrativo. L'ultimo scandalo, di cui si parlerà il 24 maggio, è legato all'acquisto-monstre fatto da Enasarco di strumenti finanziari emessi dal Fondo Antrhacite, garantiti dalla banca americana, fallita nel 2008, Lehman Brothers. Dopo il fallimento, Enasarco aveva chiesto e ottenuto - in prima battuta - il riconoscimento del proprio credito nei confronti della banca. Ottenutolo, aveva venduto questo credito alla Elliot Management, per un valore pari al 49,76% di quello nominale, incassando anche una prima rata da 13,8 milioni di euro.

Ma al decisivo consiglio d'amministrazione del dicembre 2011 - secondo l'accusa - venne prospettato che questa cessione di credito fosse avvenuta "pro-soluto" per il 70% dell'importo, cioè senza possibilità di rivalsa da parte dell'acquirente. Invece la Elliot, dopo la dichiarazione di insolvenza del garante Lehman, aveva chiesto la restituzione all'Ensarco dell'intera rata, maggiorata dagli interessi, ottenendola.

Nell'aprile del 2013, infatti, il consiglio di Enasarco ha deliberato di restituire la somma, lievitata a 14,7 milioni di euro per gli interessi, avendo riscontrato – anche con la consulenza degli studi Sidley Austin e Gianni-Grippo-Cappelli - che effettivamente il contratto di cessione del credito non conteneva in realtà la clausola "pro soluto" presentata al consiglio Enasarco. Nella sua audizione di difesa, il presidente Boco si era scusato spiegando di non conoscere l'inglese, di non essere stato in grado di leggere da solo il contratto e di essersi fidato del direttore generale Maggi e amministrativo Di Vito. Inoltre ha sostenuto che la restituzione della rata non ha costuito un danno perchè è avvenuta a fronte del recupero dell'intero credito. Ma la Procura presso la Corte non ha considerato sufficienti nè questa difesa nè quelle, più o meno allineate, di Maggi e Di Vito. Il documento dell'accusa si dilunga sulla circostanza che Boco, non conoscendo l'inglese, aveva firmato "sulla fiducia che riponeva negli uffici, consapevole che nessun controllo avrebbe potuto effettuare e percio' anche ammettendo il rischio che si potesse realizzare una situazione pregiudizievole per la Fondazione, come poi avvenuto". Per la cronaca, anche Di Vito si è difeso confessando la propria scarsa pratica con l'inglese.