Dati sfratti: leggero calo generale, ma aumento nelle medie e piccole province
I dati del Mit mostrano un calo generale numerico degli sfratti, ma anche un loro aumento nei territori più periferici, come se la crisi si stesse gradualmente spostando verso l’esterno, quasi a compimento di un processo espulsivo avvenuto nelle grandi città. A questi dati vanno poi affiancati quelli relativi a tipologie e diffusioni di tipi locativi, potere di acquisto dei salari, incidenza dei costi derivati dall’abitare (affitto, utenze, rata del mutuo) sui redditi delle famiglie.
La recente pubblicazione dei dati sugli sfratti a cura del Ministero dell’Interno offre un quadro preoccupante, nonostante il calo numerico in termine assoluto di provvedimenti ed esecuzioni. Se gli sfratti, sia emessi che eseguiti, sono diminuiti, alcune tendenze si vanno rafforzando rispetto ai dati di precedente pubblicazione. Partiamo subito da un presupposto: per noi anche un solo sfratto eseguito ai danni di chi non ha alcuna alternativa abitativa dignitosa, è troppo.
Intanto un commento sulla serie storica: la repubblica fondata sugli sfratti ha raggiunto un numero totale di esecuzioni con l’ausilio dell’ufficiale giudiziario pari a 631.418 in 24 anni, su un totale di 2.605.375 di richieste e 1.290.158 convalide. Sottolineiamo che è su quest’ultimo numero che occorre pesare le esecuzioni, poiché una richiesta non convalidata non è evidentemente uno sfratto da eseguire. Altro elemento di cui tenere conto è che il Mit fornisce i dati degli sfratti emessi con l’UG, ciò non vuol dire che tutti gli altri non abbiano portato necessariamente alla riconsegna dell’alloggio. Questo lo diciamo poiché sentiamo molta imprecisione sul tema delle esecuzioni, spesso voluta e volta a creare e rafforzare consenso attorno alle nuove proposte di legge in discussione al Senato, il cosiddetto DDL sfratti (sfratti veloci, penali a chi non avendo alternative non lascia l’alloggio, privatizzazione delle esecuzioni).
Leggendo i dati territoriali poi, salta subito all’occhio una diminuzione sia dei provvedimenti che delle esecuzioni in quasi tutti i grandi capoluoghi ed un aumento nelle province più piccole, quasi a testimoniare una generalizzazione della sofferenza abitativa che ormai ha raggiunto città di piccole e medie dimensioni, quasi a dimostrare un accesso all’affitto tradizionale fortemente in crisi nelle grandi città. In altre parole prima degli sfratti sono diminuite le persone da sfrattare, e sono diminuite in quanto già sfrattate ed espulse dalle città.
D’altronde lavorare sui dati quantitativi rimane un esercizio utile solo laddove si possano affiancare anche i dati qualitativi del mercato delle locazioni, che si fa sempre più esclusivo, o se vogliamo escludente. Del tutto inibito a certi soggetti, il classico contratto di affitto nelle grandi città è diminuito come titolo di godimento principale degli alloggi, mentre sono aumentate altre tipologie contrattuali rivolte a determinati soggetti (ad es. gli studenti), con necessità abitative diverse (brevi periodi, lavoro, svago etc…), in sintonia con il fiorire di case vacanze e nuove forme ancora non precisamente classificabili di affitto (spurie). Infine alcuni fattori straordinari hanno svolto una funzione moderatrice, come ad esempio il Giubileo.
Insomma non leggiamo un netto miglioramento della situazione, ma una crisi che stringe l’offerta escludendo determinati soggetti dall’accesso a un contratto di affitto 4+4 o 3+2, almeno nelle grandi città, con conseguente spostamento della pressione nelle province più piccole e, a cascata, una distribuzione territoriale degli sfratti. Il tutto in un quadro che vede un generale peggioramento delle condizioni economiche dei nuclei in affitto, dovuto principalmente al peso dell’abitare sul loro reddito, con un coinvolgimento quindi anche dei mutuatari o dei proprietari poveri per effetto della crisi energetica.
Asia-Usb