Il suolo è finito. Rapporto dell'ISPRA sull'Italia

15/09/2014

Roma -

Il Rapporto sul consumo di suolo in Italia, edizione 2014 dell’ISPRA, presentato a Roma il 26 marzo scorso, sintetizza puntualmente la situazione di criticità esistente nel nostro Paese, mostrando , anche per quanto riguarda il biennio dal 2012, la costanza del trend delle superfici di territorio divorate da cemento ed asfalto: perdiamo otto metri quadrati al secondo.Sabato 20 settembre si terrà a Roma l’assemblea nazionale del Forum Salviamo il Paesaggio, che affronterà anche queste tematiche.

In tre anni, infatti, il consumo di suolo è cresciuto di altri 720 chilometri quadrati, il 0,3% in più rispetto al 2009. Si è costruita, cioè, un’area pari alla somma del territorio dei Comuni di Milano, Firenze, Bologna, Napoli e Palermo. In termini assoluti, si è passati da poco più di 21.000 chilometri quadrati nel 2009 ai quasi 22mila del 2012, mentre in percentuale è ormai perso irreversibilmente il 7,3% del nostro territorio.

Tra i dati più significativi che emergono dal rapporto stilato dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale c’è la distribuzione del consumo di suolo per tipologia “insediativa”: il 47% del territorio italiano è occupato da infrastrutture, cui il governo cerca di dare nuovo impulso attraverso la “sburocratizzazione” del decreto Sblocca Italia, e solo il 30 per cento da edifici.

Un altro dato significativo è quello che si riferisce alle aree costiere, laddove il rapporto certifica che «il consumo di suolo nella fascia compresa entro i 10 chilometri dalla costa assume valori nettamente superiori e continua a crescere più velocemente rispetto al resto del territorio nazionale, passando dal 4% degli anni ‘50 al 10,5% nel 2012. Oltre questi 10 chilometri è stato registrato un incremento di 4 punti percentuali nell’arco temporale considerato». Un paragrafo “senza appello”, che trova conferma anche in uno studio dal titolo The urban transformation of Italy’s Adriatic coastal strip, condotto da Bernardino Romano e Francesco Zullo dell’Università dell’Aquila e pubblicato dalla rivista internazionale Land Use Policy. Il sottotitolo rimanda a “cinquant’anni d’insostenibilità”, quelli in cui i municipi costieri delle 7 regioni adriatiche (Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Emilia-Romagna, Marche, Abruzzo, Molise e Puglia) hanno perso in tutto quasi 500 chilometri di costa libera dall’edificazione.

Oggi sono rimasti solo 466 chilometri di Urban Free Cost su un totale di 1.472, contro i 944 degli anni Cinquanta.

Proprio le infrastrutture -con la linea adriatica della ferrovia, la Ss 16 tra Padova e il Salento e l’autostrada A14- sono uno dei motivi della intensificazione di insediamento sulla costa, prima per funzioni turistiche e poi anche residenziali.

Ci ha spiegato Bernardino Romano, professore di Pianificazione territoriale alla Facoltà di Ingegneria dell’Università dell’Aquila «oggi la Costa Adriatica è un’unica città metropolitana di milioni di abitanti, ed è difficile definire dove finisce un insediamento e ne inizia un altro. L’area è servita anche da una metropolitana, che è la ferrovia, con gli Intercity e i FrecciaBianca che collegano Rimini a Bari». E la popolazione di queste aree costiere è aumentata tra il 1950 e il 2001 di 720mila persone, più del doppio (27%, invece del 12%) rispetto al dato medio delle regioni corrispondenti.

La Costa Adriatica rappresenta una peculiarità nello sviluppo insediativo italiano, un’area caratterizzata da un accanimento durato cinquant’anni: iniziato da alcune aree, ha finito con l’interessare tutto il territorio. Per questo, secondo Bernardino Romano, dell’Università dell’Aquila, «sebbene il nostro Paese non sia solito adottare forme di pianificazione ‘su aree molto estese’, di livello nazionale o sub nazionale, in questo caso dovrebbe prendere in considerazione alcuni provvedimenti di validità complessiva».

Ad esempio, «una moratoria nella realizzazione di nuovi insediamenti almeno entro i 500 metri dalla costa, recuperando il ‘dettato’ della legge Galasso del 1985, ma aggiornandone i termini, perché i 150 metri della 431/85 sono forse pochi per conservare i più importanti eco-sistemi costieri. Così come sarebbe opportuna una ‘legge speciale per le coste’, comprendendo anche quelle tirrenica e jonica, prevedendo forme di stretto controllo degli interventi in attesa di verificare delle reali situazioni di saturazione», che hanno visto passare, nei 50 anni considerati, l’indice di urbanizzazione della fascia costiera, appunto i primi 500 metri dal mare, dal 12 al 34% in media, e dal 20 al 56% in Emilia-Romagna.

A salvarsi, in pratica, sono state solo le aree autodifese per ragioni di tipo morfologico, cioè i promontori: le condizioni naturali prevalgono ancora su Monte San Bartolo, tra Rimini e Pesaro, sul Conero, presso Ancona, sul Gargano, che è Parco nazionale.

Anche in Abruzzo potrebbe essere istituito un nuovo parco (forse nazionale) lungo la Costa teatina (in provincia di Chieti): l’iter, avviato nel 2001, è però bloccato dai ritardi nel delimitare l’area protetta. Non si è capito che non c’è più tempo da perdere. Che è tempo di dire basta: stop al consumo di suolo!

 

Luca Martinelli
giornalista, redattore del mensile “Altreconomia”. È tra i portavoce del Forum italiano dei movimenti per la terra e il paesaggio.

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