Il "triangolo d'oro" della finanza romana

Roma -

MATTONE-PATRIMONI-CREDITO: È RACCHIUSA IN QUESTA TRIADE L’ORIGINE E L’EVOLUZIONE DEL SISTEMA DI POTERE CHE RUOTA INTORNO ALLA CAPITALE. MA OGGI L’ANGOLO DELLE BANCHE NON ESISTE PIÙ. RESTANO SOLO DUE ISTITUTI DI ORIGINE LOCALE

Adriano Bonafede

 

La finanza romana è tutta racchiusa in un triangolo d’oro che ne spiega sia l’origine che l’evoluzione. Il triangolo è mattone- patrimoni- credito. L’economia della capitale, infatti, ha ruotato sempre intorno all’edilizia, unica vera “industria” locale, che ha anche creato le premesse per il boom degli anni Cinquanta e Sessanta. Naturalmente il giudizio su questa attività è ormai affidato agli storici, che parlano di una massiccia speculazione edilizia avvenuta per mezzo di immobiliaristi senza scrupoli, i cosiddetti “palazzinari” che compravano aree agricole a basso costo, ne ottenevano in modi molto spesso illeciti la trasformazione in aree edificabili e ci costruivano sopra degli enormi palazzoni.

L’edilizia è dunque all’origine di molti dei grandi patrimoni che si sono creati nella capitale (gli altri essendo legati perlopiù alle attività relative al commercio e al turismo). Ma questi patrimoni devono essere gestiti, e questo spiega i tanti family office e private bankerche stazionano nella capitale, anche se soltanto alcuni sono “residenti” nella città di Roma.

Il credito è naturalmente l’attività che serve per muovere l’economia e in passato Roma ha avuto le sue banche, che hanno creato centri di potere spurii ma efficaci: dal Banco di Santo Spirito (di proprietà del Vaticano) alla Cassa di risparmio di Roma, senza dimenticare il ruolo sempre attivo in passato della finanza vaticana attraverso lo Ior dell’arcivescovo Marcinkus (fu quest’ultimo, ad esempio, a vendere a un giovane Franco Caltagirone, negli anni Ottanta, la Vianini, primo perno dell’impero di mattone-media-cemento che l’imprenditore avrebbe costruito negli anni successivi). Negli anni Ottanta-Novanta, intorno alla Banca di Roma (frutto della fusione tra Banco di Santo Spirito e Cassa di risparmio di Roma) nacque un importante centro di potere. Il dominusera l’allora presidente Cesare Geronzi, vero manovratore della finanza romana (e a quel tempo immobiliaristi come Caltagirone poterono sedere nel consiglio d’amministrazione della banca, segno del potere da questi assunto nel corso del tempo).

Con l’acquisizione di Capitalia (la holding che deteneva la Banca di Roma) da parte di Unicredit, nel 2007, Roma perde il perno della sua finanza, che si sposta quindi a Nord. Un tempo, prima della privatizzazione, anche la Banca Nazionale del Lavoro era radicata a Roma e anch’essa era un valido pivot per la finanza romana. Non è un caso che, dopo la privatizzazione, ci fu una scalata finanziaria alla banca guidata da Franco Caltagirone insieme a un manipolo di immobiliaristi (chiamati spregiativamente i “furbetti del quartierino”) come Danilo Coppola, Stefano Ricucci, Giuseppe Statuto per creare un pacchetto di maggioranza relativa e venderlo a un acquirente, naturalmente con una bella plusvalenza. Che doveva essere all’inizio il Monte dei Paschi di Siena, che però declinò l’invito e lasciò aperta la strada alla Unipol allora guidata da Giuseppe Consorte. Alla fine, dopo un’inchiesta penale sulla scalata, Unipol cedette la maggioranza e ci fu l’intervento risolutivo della francese Bnp Paribas, che divenne la proprietaria dell’istituto ritirandolo successivamente dalla Borsa.

A Roma, adesso, rimane soltanto un istituto di credito di origine locale, la Banca del Fucino, che ha una ventina di filiali nella capitale. «Siamo l’unica azienda di credito commerciale locale dice il direttore generale Giuseppe Di Paola -. Ora però abbiamo un programma di crescita nel private banking sia per linee esterne che interne: questo piano prevede di raggiungere i 30-35 private banker nei prossimi anni».

Già il private banking, l’altro importante angolo del triangolo romano della finanza. Con tutti questi patrimoni creatisi nel corso dei decenni, c’è la necessità di servire le persone più facoltose per far fruttare le loro disponibilità (liquide e non liquide, come sono appunto gli immobili). Tra i gestori di grandi patrimoni spicca la Banca Finnat (che però non è attiva nel credito commerciale) della famiglia Nattino, storico caposaldo della “romanità” in questo settore. Banca Finnat, oltre che gestione di patrimoni, fa anche merchant banking.

Attiva a Roma, nel settore del family office e del wealth management, nei fondi immobiliari (a volte costruiti anche sulle esigenze di grandi proprietari immobiliari), e nella corporate governance è la Gwf. Fondatore di questa società finanziaria c’è un rappresentante della nobiltà romana, Sigieri Diaz Della Vittoria Pallavicini. Creata nel non lontano 2000, la società ha visto crescere i propri asset under management, arrivati oggi a circa 6,5 miliardi di euro. Di questa finanziaria risulta socio rilevante anche Massimo Caputi, oggi a capo del Gruppo Prelios (l’ex Pirelli Real Estate).

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