LETTERA AI CANDIDATI PREMIER E AI CANDIDATI A SINDACO PER IL COMUNE DI ROMA

Roma -

 

Agli organi di stampa

Ai partiti politici e alle associazioni sindacali

Ai movimenti della società civile

 

Domenica 6 Aprile 2008 – Zona Bufalotta - Roma –La Città della Dignità

 

Sappiamo che siete molto impegnati e che le incombenze della campagna elettorale vi tengono particolarmente sotto pressione. La vostra scaletta non vi lascia tregua e non avete tempo da perdere. Vogliate scusarci pertanto se ci rivolgiamo a voi che vi state candidando a dirigere questo paese e questa città, ma abbiamo da segnalarvi un grande problema dal quale non vediamo nessuna via d’uscita.

 

Prima di tutto ci presentiamo.

Siamo «famiglie», nell’accezione più larga e laica del termine: single, bambini, donne anziane sole, ragazze madri, precari e precarie, giovani, coppie di fatto e quanto sia umanamente pensabile circa le nuove forme della convivenza.

Tutti e tutte virtualmente residenti a Roma: virtualmente perché il nostro problema è esattamente quello della casa, dell’abitazione, del tetto. Siamo migliaia di persone. Tanti italiani ma non solo.  Siamo persone abituate a lavorare per vivere ed è questo che facciamo ogni giorno, molti di noi anche la domenica, molti anche di notte. Chi tra noi non lavora è perché non ha ancora o non ha più gli anni per farlo.

Abbiamo un problema che ci unisce: non abbiamo i soldi sufficienti per poterci permettere una casa. Le nostre situazioni sono molto diverse: c’è chi ha perso la casa dove viveva da anni a seguito di uno sfratto, chi non ha mai potuto accendere un mutuo perché non ha la busta paga, chi non può pagare un affitto troppo alto, chi sta vivendo in macchina già da tempo. Molti di noi sono stati costretti a riparare da parenti o da amici, chi si è costruito la baracca abusiva, chi il mutuo l’aveva acceso ma poi non ce l’ha fatta a sostenerlo.

Siamo gli «effetti collaterali» di quella guerra sociale messa provocata dalla «liberalizzazione» del mercato dell’affitto, dalla privatizzazione del patrimonio abitativo e dai processi di rendita che continuano a saccheggiare la nostra città. Il diritto alla casa, previsto dalla Costituzione, è stato seppellito da venti anni di liberismo selvaggio.

Ci rivolgiamo a voi per dirvi cosa abbiamo deciso di fare ma anche per sapere cosa altro potremmo fare, secondo voi.

 

Oggi è il nostro giorno dell’indignazione. Senza una casa abbiamo perso la speranza di una vita dignitosa,  ci sentiamo incapaci di poter accudire la nostra famiglia e di poter condurre una esistenza normale. Ci sentiamo colpiti nella dignità. Per questo abbiamo deciso di alzare la testa e di gridare con forza le nostre ragioni: non possiamo vivere senza una casa, nessuno può farlo, e poiché pensiamo di avere diritto a vivere abbiamo diritto anche ad una casa. Roma è piena di abitazioni, e molte sono vuote. Perché non possono essere messe a disposizione di chi ne ha bisogno?

 

Ma prima di arrivare alle conclusioni vi chiediamo ancora un attimo di pazienza. In questi anni a Roma si è costruito tantissimo, le cifre ufficiali parlano di 7500 appartamenti l’anno. Il settore delle costruzioni gode di ottima salute e gli utili sono ragguardevoli. Grazie al nuovo piano regolatore molte aree sono diventate edificabili e i proprietari hanno fatto molti soldi grazie alla valorizzazione dei suoli. Poi c’è stata la grande invenzione della cartolarizzazione e migliaia di appartamenti degli enti un tempo pubblici sono finiti sul mercato. Ma la cosa incredibile è che questo non ha portato ad un ribasso del costo delle case ma ad un suo forte rialzo. Gli aumenti sono stati nell’ordine del 100/200 % e con l’ingresso dell’euro abbiamo assistito ad un autentico boom.

Insomma, se prima per noi che guadagniamo fino a mille euro al mese o poco più, la casa era un bene che bisognava sudarselo, oggi è completamente fuori dalla nostra portata.

Dobbiamo decidere: o mangiamo o paghiamo la casa, voi cosa fareste?

 

La domanda di casa popolare l’abbiamo fatta, ma più per scrupolo che perché crediamo che quella sia una soluzione. Voi vi segnereste in una graduatoria dove ci sono già più di 30 mila persone in fila? Noi ci siamo segnati ma non potete venirci a dire che dobbiamo aspettare dieci anni.

 

Anche in questa campagna elettorale si sta parlando del problema della casa e noi vi abbiamo ascoltato con grande attenzione. È  stata rispolverata la promessa di costruire nuovi alloggi popolari. Vi chiediamo: quando? quanti? dove? con quali soldi? Scusate l’ansia ma l’ultima amministrazione comunale di Roma è diverso tempo che sciorina numeri ma di concreto finora ci sono stati solo gli appartamenti di Ponte di Nona, una goccia nel mare.

 

Vi esercitate a coniare nuovi termini, housing sociale ora anche «new town», per farci capire che volete mettere mano al problema con strumenti nuovi. Ma noi siamo preoccupati perché ci sembrano tutte finte ricette per evitare di fare l’unica cosa che si dovrebbe fare: trasformare una parte del patrimonio residenziale esistente in nuova edilizia residenziale pubblica.

 

Signori candidati premier, signori candidati sindaco a noi sembra che le vostre proposte nascano tutte dalla stessa preoccupazione: permettere a chi in questi anni si è arricchito sull’industria del mattone di continuare a farlo. E allora vi inventate formule “nuove” delle quali noi capiamo soltanto che avete in mente per noi case brutte, fuori dalle città e a costi per noi difficilmente sostenibili. Noi invece pensiamo di avere diritto ad abitazioni normali, di qualità, e che non sia giusto continuare a costruire tanto se già a Roma ci sono quasi 300mila appartamenti vuoti! Forse i centri di ricerca sbagliano per eccesso, ma se anche fossero solo 100 mila, non basterebbero!?

 

Ecco, per queste ragioni abbiamo deciso di costituire la Città della Dignità. Innanzitutto perché ci riconosceste come esseri umani, come persone che vogliono vivere in modo degno, che rivendicano una abitazione per se stessi e per i loro cari.

 

Noi non crediamo al linguaggio della prepotenza e non vogliamo scavalcare nessuna graduatoria. Noi non occupiamo le poche case popolari che il Comune assegna ma chiediamo che le tante abitazioni costruite dai grandi palazzinari di Roma vengano destinate a chi come noi ne ha diritto.

Basta arricchirsi sulle nostre disgrazie, basta mangiare suolo e spazi e terreni un tempo agricoli e prati per costruire case che vengono vendute a 300, 400, 500 mila euro e basta vendere patrimonio residenziale pubblico.

Ecco, questo vi diciamo, signori candidati. Ora ci aspettiamo una vostra risposta. Ma non resteremo ad aspettarla per strada.

 

Le donne e gli uomini della Città della Dignità

 

Dove siamo? A casa di Pietro e Felice Santarelli, due poveri costruttori marchigiani che solo a Roma costruiscono per 70mila mc alla Bufalotta, per altri 70 mila mc a Case Rosse e Santa Palomba, per un milione e mezzo di mc a Ponte di Nona, il centro commerciale di Lunghezza (550 mila mc e 220 negozi), il parco commerciale di Torre Spaccata, i complessi industriali di La Rustica e Settecamini e che fanno qualche altro affaruccio in giro per l’Italia non solo nel campo del mattone ma anche nell’editoria, nel cinema, nel benessere (sic!) e nell’energia.     

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