Terni, l'Ater lo vuole sfrattare: lui si barrica in casa e minaccia di darsi fuoco con la benzina

UMBRIA -TERNI- EMERGENZA ABITATIVA...CHE CON LA CONTINUA PERDITA DI LAVORO (licenziamenti AST)...FATTI COSI SARA QUOTIDIANIETA.

L ASIA- USB TERNI ESPRIME VICINANZA E SOLEDARIETA.

 

Terni -

Massimo Meniconi è disoccupato da nove mesi ed in ritardo con l'affitto: «Qui sono morte mia madre e mia moglie e ci morirò pure io»

Eccola qui, la crisi. Eccola, davanti a miei occhi. Ha la faccia stravolta di un uomo nei confronti del quale la vita sembra essersi accanita parecchio. Divertendosi, lei. Lui molto meno. Tanto che adesso lui è barricato dentro un appartamento poco più grande di un loculo, con una bottiglia di benzina in mano e tanta disperazione dentro.

Lo sfratto Da quella casa, adesso, l’Ater lo vuole sbattere fuori: «Attento a cosa scrive – mi dice una delle funzionarie dell’Ater che sono venute a notificargli lo sfratto – perché le cose non stanno come dice lui». E come stanno? «Non posso parlare con lei», è la risposta. Ma mica l’ho cercata io, si è fatta avanti lei.

La disperazione Lui si chiama Massimo Meniconi, ha 57 anni e in quella piccola casa del civico 27 di piazza della Pace – a volte il dramma ha nomi incredibili – c’è cresciuto: «Siamo venuti a vivere qui quando ero piccolo – racconta tra le lacrime – e mia madre, Mafalda, tra queste mura c’è morta. Poi c’è morta mia moglie e voglio morirci pure io, magari dandomi fuoco» e mostra dal balconcino la bottiglia di benzina che si è portato dietro.

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Barricato Sotto ci sono le due funzionarie dell’Ater, quattro poliziotti, due giornalisti e, insieme alla gente del quartiere che solidarizza con lui, il titolare della ditta che dovrebbe aprire la porta che l’uomo ha sprangato. E che piange, proprio come Massimo: «Lo conosco da sempre – dice – suo figlio e il mio sono amici e so quante disgrazie gli sono capitate. Spero proprio che stavolta non sarò costretto a fare il mio lavoro».

La storia Massimo Meniconi, anni fa, si era separato dalla moglie, che aveva continuato a vivere in quei 50 metri scarsi di piazza della Pace. Lui era andato altrove. Ma poi la donna si era ammalata e «io venivo qui tutti i giorni, perché in fondo ci volevamo bene – racconta – perché lei aveva bisogno di assistenza. Poi abbiamo deciso di tornare insieme e abbiamo avviato le procedure di anullamento della separazione. Ma purtroppo la malattia ha fatto prima».

La burocrazia La moglie è stata uccisa dalla malattia e, non essendo passati i cinque anni che le norme prevedono, lui – secondo l’Ater – non avrebbe diritto di stare in quello scampolo di casa popolare. Ma Massimo Meniconi mostra un documento, nel quale il suo legale, l’avvocato Enrico Lazzari – «l’unico che ha accettato di prendersi cura di un morto di fame come me» – citando l’articolo 157 del codice civile dice che «I coniugi possono di comune accordo far cessare gli effetti della sentenza di separazione, senza che sia necessario l’intervento del giudice, con una espressa dichiarazione o con un comportamento non equivoco che sia incompatibile con lo stato di separazione». E questo, lo dicono anche i vicini, è quanto è accaduto.

Affitto non pagato Ma Massimo Meniconi ha anche un altro problema: «Da gennaio non pago l’affitto – racconta – perché ho perso il lavoro (era un dipendente della Rigato, alla quale venne tolto un appalto all’Ast e mandò a spasso un bel po’ di gente) e solo da tre mesi mi danno 700 euro scarsi di ‘mobilità’, mentre qui l’affitto è di quasi 280 euro. Ho detto che voglio rimettermi in pari, ma mi devono dare un po’ di tempo».

La trattativa Le funzionarie parlano al telefono, i poliziotti aspettano e la gente, lì intorno, dice a Massimo di non fare sciocchezze. Gli amici dicono di aver portato il suo caso all’attenzione di alcuni politici locali, ma lì, sotto quella finestra, non se ne vede nessuno: «Hanno promesso di darsi da fare – commenta uno – ma non mi pare che lo abbiano fatto». Poi la svolta.

La proroga «Le concediamo un mese di proroga – annuncia una delle due donne a Massimo – ma ci deve aprire». Lui non si fida e i poliziotti si allontanano. Ci mette un bel po’ a togliere da dietro la porta tutta la roba che aveva ammucchiato per barricarsi dentro e, alla fine, riescono a consegnarli i documenti. Un mese per trovare una soluzione. Chissà che chi ha promesso di aiutarlo non lo usi bene.


di Marco Torricelli

18 settembre 2014 Ultimo aggiornamento alle 19:11

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