TORINO: "IO IN FILA ALL'ALBA PER EVITARE LO SFRATTO"

Il Comune di Torino paga tre mensilità a chi non ce la fa, ma i soldi sono limitati

Torino -

Repubblica 17 novembre ‘09

di Paolo Griseri

TORINO Millecinquecento euro per non finire in mezzo alla strada. La coda di fronte agli uffici del Comune di Torino si allunga dopo le otto ma i primi, come Youssuf, sono arrivati nel cuore della notte, alle tre e mezzo: «Sono abituato a vivere di notte, controllo la sicurezza nelle discoteche». Youssuf fa la fila per ottenere le tre mensilità di affitto promesse dall’amministrazione a chi rischia lo sfratto esecutivo. Desdemona, 37 anni, è abituata a chiamare le cose con il loro nome: «Diciamolo, è elemosina. E mi fa fatica ammetterlo. Fino ad oggi sono sempre riuscita a non chiedere nulla a nessuno».

Alla fine della mattinata le domande presentate al Comune di Torino saranno 310. È la prima volta in Italia che un’amministrazione decide di pagare l’affitto agli inquilini in grave difficoltà. Non tutte le domande potranno essere accettate: «Oggi abbiamo fondi per un centinaio di pratiche - dice Roberto Tricarico, assessore a Torino e referente nazionale dell’Anci per i problemi della casa - ma speriamo di trovare altro denaro per venire incontro al maggior numero possibile di famiglie». I dati nazionali dicono che l’affitto si mangia ormai l’intero reddito dei poveri. Negli ultimi dieci anni le locazioni sono aumentate del 150 per cento e del 165 nelle grandi città. Più dell’80 per cento degli sfratti esecutivi è per morosità.

Gente che non ce la fa a partire la prima settimana del mese, altro che arrivare alla quarta. Per capire come e perché la casa può farti deragliare, basta mettersi in coda sul marciapiede di Torino e ascoltare le storie di chi tende la mano verso l’amministrazione. Maria, 36 anni, un colpevole lo ha trovato, e non sembra solo risentimento affettivo: «Mio marito se n’è andato di casa cinque mesi fa. Ha preferito una giovane ragazza rumena. Sono rimasta sola con una figlia di 12 anni. Ho un lavoro part-time, guadagno 700 euro al mese e ne spendo 557 di affitto. Mio padre mi fa la spesa. Più tardi passo dai preti per vedere se mi pagano la bolletta del termosifone».

La separazione, dimezzando i redditi, è una delle cause più frequenti che portano l’ufficiale giudiziario a mettere i mobili in mezzo alla strada. Giovanna, 38 anni, vive una situazione paradossale: «Sono separata, con un figlio di 10 anni a carico. Ormai ho saltato qualche mensilità d’affitto ma ho una padrona di casa comprensiva. Nelle mie condizioni conviene farsi sfrattare. Così ti assegnano la casa popolare».

Per far fronte all’emergenza bisogna lavorare di fantasia. A Torino è nato il progetto «zia Gessi». Spiega Tricarico: «Abbiamo sistemato negli alloggi popolari un certo numero di madri separate con figli e un numero corrispondente di anziani disposti a fare da nonni quando le madri lavorano». Un sistema in equilibrio che risolve il problema della solitudine degli anziani e quello delle madri che non possono pagarsi la baby sitter. Non sempre è facile far quadrare il cerchio. Eleonora è nata in Ucraina ma ha sposato un moldavo: «Al mio paese facevo l’ostetrica. Non pagavano gli stipendi. Mantenevo mia figlia con le mance delle donne che partorivano. Sono arrivata in Italia alla fine degli anni ‘90. C’era ancora la lira e si guadagnava bene. I guai sono arrivati con l’euro. E adesso con la crisi. La gente si fa da sé i lavori in casa, noi siamo diventate un lusso. Abbiamo già saltato due mesi di affitto. Al terzo ci buttano fuori».

Il più sconsolato è Youssuf, senegalese, marito di una parrucchiera: «Quando sono arrivato dal Senegal si trovava lavoro facilmente. Adesso per lavorare in un supermercato mi hanno chiesto la partita Iva. In Italia si sta peggio di una volta. Se non avessi due figli e una moglie che ha il lavoro qui, andrei in Inghilterra. Non mettiamo insieme 2.000 euro e dobbiamo mantenerci in quattro». Per la famiglia italo- senegalese la salvezza sono i genitori americani di lei: «Immigrati italiani di origine calabrese. Non è stato semplice dir loro che la figlia era incinta. Ma poi ci siamo capiti. Le vedi queste Nike? Arrivano dall’America, come tutti i miei vestiti. E meno male che c’è l’America».

 

 

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