Casse di Previdenza: governo, una stretta griglia agli investimenti

Roma -

(Il Ghirlandaio) Roma, 21 mag. - Ci sono volute due inchieste della magistratura per arrivare finalmente a quello che sarebbe stato logico attendersi già molto tempo fa. E cioè una ferrea griglia per gli investimenti delle 20 casse "private" dei circa 2 milioni di professionisti. Casse che hanno a disposizione risorse per ben 5,1 miliardi di euro. A questa conclusione è ormai arrivato il governo, che è intenzionato a introdurre regole più stringenti per gli investimenti a garanzia delle pensioni di base dei professionisti.

Del resto, non ha senso regolamentare minuziosamente la previdenza integrativa (i fondi pensione) e lasciare ampia facoltà a chi gestisce la pensione di base di scegliere i propri investimenti senza le necessarie garanzie. Non bisogna infatti dimenticare che le casse dei professionisti sostituiscono in tutto e per tutto l'Ago (assicurazione generale obbligatoria) al posto dell'Inps. Nel 1995 il legislatore si trovò di fronte al bivio se inglobare anche queste casse nell'Inps o lasciarle separate. Si optò per riconoscere il loro carattere "privato" lasciando agli stessi organi scelti dai professionisti la decisione in merito agli investimenti.

Tuttavia dopo aver regolamentato la previdenza integrativa è diventata più stridente questa estrema libertà lasciata alla Casse sulla previdenza di base. Basti pensare che con i fondi pensione si realizza una completa separazione tra gli organi che decidono la strategia generale, ovvero i consigli d'amministrazione, e gli organi che gestiscono effettivamente i soldi, cioè le società di gestione. Queste ultime, a tutela degli assicurati, non maneggiano direttamente i soldi ma li fanno spostare da una banca depositaria che garantisce che i soldi siano effettivamente dove devono trovarsi. Inoltre, le società di gestione sono spesso colossi internazionali già abituati a gestire enormi somme in un'ottica internazionale entrando e uscendo quando necessario da aree geografiche, settori, classi di titoli e utilizzando le più moderne tecniche di hedging (copertura).

Stride con queste sofisticate attività di gestione quelle operate da casse dove il consiglio d'amministrazione decide direttamente se acquistare o vendere immobili o azioni o altre attività, con competenze strettamente tecniche povere o inesistenti. Alcune casse, ad esempio, si sono riempite nel corso del tempo di imponenti patrimoni immobiliari che rendono poco o che adesso sono difficilmente vendibili vista la crisi degli ultimi anni. Un comportamento che il gestore di un fondo pensione non avrebbe mai potuto avere (essendo peraltro precluso l'acquisto diretto di immobili ma soltanto attraverso quote di fondi immobiliari).

Insomma, le ultime inchieste della magistratura - in particolare quella sul crack Sopaf dei fratelli Magnoni che avrebbero truffato le Casse dei giornalisti, dei medici e dei ragionieri per 79 milioni - hanno avuto il pregio di sollevare un problema politico, ovvero come ricondurre gli enti previdenziali privati dentro una griglia di comportamenti codificati dalle leggi e dai regolamenti.

Inutile l'obiezione che, essendo casse private, possono benissimo decidere e cavarsela da sole e che se fanno errori saranno poi i professionisti stessi a pagarla con pensioni più basse. Infatti, se una di queste casse dovesse fallire, sarebbe sempre lo Stato a dover rimediare, com'è di fatto accaduto con i dirigenti delle imprese industriali, il cui fondo Inpdai a un certo punto non era più in grado di pagare le pensioni ed è stato inglobato dall'Inps.

Analogamente, di fronte a eventuali errori di gestione, a perdite impreviste di rilevante portata, lo Stato sarebbe costretto a intervenire. Ciò implica la necessità che le modalità con cui le casse di previdenza dei professionisti investono i contributi dei loro soci devono essere codificate e monitorate in sede pubblica per stabilirne la congruità. L'autonomia di gestione va bene ma entro limiti designati e non può certo essere intesa come una libertà assoluta e incondizionata. Così come già accade per le forme di previdenza di secondo livello.

 

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