La Roma che amo, e quella che non vorrei

Roma -

 

La capitale della rendita nella sintetica ma profonda lettura trasversale di un (vero) sociologo, in una prospettiva non banalmente post-urbana. Il manifesto, 21 novembre 2012 (f.b.) 
Per me, piemontese sradicato, errabondo e giramondo, che qualcuno ha avuto la poca rispettosa idea di definire il «piemontese errante», Roma è, e da anni resta, a dispetto della mia riluttanza, un segno significativo, un marchio probabilmente indelebile. Roma è per me un segno di contraddizione; oscillo fra romafilia e romafobia. Avverto in me, quando penso a Roma, un'attrazione istintiva e razionalmente irresistibile; nello stesso tempo si fa strada una ripugnanza estrema, ai limiti dell'insofferenza sprezzante. La Roma che mi piace e di cui non potrò più fare a meno è quella che mi ha insegnato a errare stando fermo - la Roma che fa convivere Piazza Vittorio e Monti Parioli, il Rione Monti e Tor Pignattara. Questo è veramente l'impero senza fine, l'accettazione dello straniero e del diverso con una sorta di indifferenza sorniona che è integrazione lenta, ma inesorabile. Chi ci arriva non se ne va più. Come mi accadde di dire all'indimenticabile amico Filippo Bettini, Roma è l'eternità dell'effimero.

Ma c'è una Roma socialmente esclusa che mi angustia. Ed ecco che la mia ardente romafilia vespertina cede alla romafobia di buon mattino, quando, in un autobus stipato, sono un acino in procinto di venire debitamente schiacciato e spremuto prima, molto prima di arrivare a destinazione. Roma non è soltanto una città burocratica e ministeriale. La periferia non è più periferica. Dei suoi due milioni ottocentomila abitanti attuali un terzo abita in periferia. Se si fermasse la periferia, tutta la città sarebbe bloccata. Per anni ho esplorato, battuto palmo a palmo la periferia romana. Al Borghetto Latino, incurante della mia bronchite cronica e del catarro invincibile, ho anche affittato e sono vissuto in una baracca, d'inverno, quando l'umidità non perdona.. È una vergogna per le forze politiche e intellettuali di sinistra che borgate, borghetti e baracche, a Roma, siano ancora il segno di una città ferita, scissa in città e anticittà, centro e periferia, priva di una lucidità condivisa.

Nei nuovi aggregati urbani la contrapposizione centro-periferia non ha più senso. Per la semplice ragione che il centro non potrebbe funzionare senza periferia. Ma a Roma la contrapposizione persiste. Perché Roma non è, come molti ottimi studiosi hanno affermato, la «capitale del capitale». Piacerà o meno, Roma continua ad essere ciò che è stata storicamente: la capitale della rendita. I suoi piani regolatori si sono arresi al blocco edilizio politicamente dominante attraverso a) le deroghe; b) le varianti; c) la tolleranza dell'abusivismo e degli interessi settoriali, in attesa della immancabile sanatoria con condono. Non chiedo molto. Vorrei solo una Roma più sicura e meno rumorosa, capace di dare un posto di lavoro non precario ai suoi giovani, dotata di servizi urbani normali; autobus e metropolitana regolari, se non proprio degni di Parigi o della «subway» di New York; strade passabilmente pulite, proprietari di cani permettendo; un minore livello di corruzione; la manutenzione dei tombini e della rete fognaria ad evitare allagamenti anche in occasione di piogge non eccezionali.

Non sarebbe la rivoluzione, ma solo un grado di poco più alto di civiltà urbana, in un paese che non dovrebbe essere immemore delle grandi lezioni di Leon Battista Alberti e degli altri protagonisti del Rinascimento, artefici della italica città che ha nella piazza il suo cuore propulsivo e garantisce la tranquillità dei cittadini e la loro sicurezza coniugando spazio e convivenza. Va ridata la parola ai cittadini. Troppo spesso gli stagionati professionisti della politica somigliano a truppe di occupazione in un territorio che non conoscono. La loro aria trasognata, quando passano al mattino sulle auto-blu verso i loro uffici ovattati, non è più accettabile. Nella presente fase di transizione, le due grandi categorie storiche, la città monocentrica e la città industriale agglutinante, non sono più sufficienti. Nasce una realtà urbana imprevista. Si può anche parlare di realtà post-urbana.

Lo sviluppo urbano è mosso dalle nuove esigenze di visibilità e di partecipazione di masse umane di recente inurbate (urbanizzazione senza industrializzazione), dal gioco degli interessi socio-economici, dai diritti di proprietà dei suoli, dalla corsa alla privatizzazione del pubblico allo scopo di garantire il parassitismo della rendita fondiaria e la massimizzazione dei profitti per la speculazione edilizia (cfr. in proposito F. Ferrarotti, M. I. Macioti, Periferie da problema a risorsa, Roma Teti, 2009) In questa prospettiva, la lettura puntuale dei Piani regolatori attraverso gli Atti dei Consigli comunali è importante, benché affaticante e noiosa. Storicamente, i Piani regolatori sono stati concepiti come il volano dello sviluppo urbano e della utilizzazione razionale del territorio. Ma la questione del rapporto fra spazio e convivenza resta aperta. Né può dirsi dichiarata nei suoi termini specifici semplicemente prendendo atto del continuum urbano-rurale o di quel fenomeno indicato da un brutto neologismo, già segnalato, come rurbanization (rus e urbs).

Per un esempio recente: il sindaco attuale di Roma - quasi fosse il Nerone redivivo - propone la distruzione di un intero aggregato urbano periferico (Tor Bella Monaca) per procedere quindi alla sua ricostruzione. Massimo Bontempo aveva fatto altrettanto con Corviale. Ma in base a quali idee? Rifacendosi a quali criteri? Su scala mondiale, il problema delle periferie è dato dalla «esclusione sociale». Occorre individuare le modalità e i percorsi dell'integrazione, come effettuare il passaggio dall'esclusione all'inclusione, dalla marginalità alla partecipazione, dalla sudditanza alla cittadinanza in senso pieno. È certo più facile chiamare le ruspe e cacciare i problemi sotto il tappeto. L'ex-presidente francese Sarkozy fa scuola quando definisce gli immigrati delle banlieu, «racailles; zizanies dérisoires»

Purtroppo, è giocoforza constatare che la logica della città industriale sta prevalendo su scala planetaria. Il principio tecnico subordina a sé, alle proprie esigenze, rigidamente scandite, le dimensioni umane e i processi naturali: cultura contro natura, meccanico contro organico, precisione numerica contro approssimazione intuitiva. Peccato che la tecnica sia una perfezione priva di scopo. Adottare il principio tecnico come principio-guida significa trasformare i valori strumentali in valori finali: un equivoco dalle conseguenze catastrofiche. Occorre, oggi, un nuovo profilo del costruire in cui la precisione tecnica sia subordinata alle esigenze umane. Urbanisti e architetti non progettano nel vuoto sociale. Bisogna imparare a costruire senza violentare la natura o snaturare il territorio, sfigurare il paesaggio. In questo senso è ancora significativa la lezione di Adriano Olivetti.

Porre il problema di un nuovo profilo del costruire comporta immediatamente una domanda che suona provocatoria, ma che ne è in realtà la conseguenza logica: c'è un'alternativa ai grattacieli? Un'alternativa al grattacielo c'è, cresce quotidianamente sotto i nostri occhi. È il nuovo aggregato urbano policentrico. Centro e periferia sono ormai categorie concettuali obsolete. Per questo occorre un patto di collaborazione, quanto meno di non belligeranza, con la Natura. L'iniziativa più rivoluzionaria, nelle condizione odierne, è in realtà un ritorno: la riscoperta del modo di costruire mediterraneo, un riorientamento del costruire che passi dall'interesse per il meccanico all'attenzione per l'organico, un mutamento profondo rispetto a un mondo in cui sono considerati reali e validi soltanto corpi fisici e misurazioni meccaniche, verso un mondo nel quale esigenze, emanazioni, aspirazioni umane abbiano importanza, siano prese in considerazione, godano di una priorità nel progetto urbanistico e architettonico.

Oggi, il calcolo scientifico della costruzione appare ancora legato a una logica di invasione e vittoriosa trasformazione dell'ambiente. Si autodefinisce e si autovaluta in metri cubi e in cementificazione. Questa impostazione predatoria va rovesciata con un nuovo stile del costruire, fondato su un concetto di natura non nemica, bensì collaboratrice. La nuova architettura si inserisce nell'ambiente senza violentarlo, indovina i passaggi e le vie da rispettare per dar loro aria e luce, non soffoca e non blocca, bensì apre, rischiara, vivifica.


Su Roma e i suoi problemi di sviluppo mi piace ricordare alcuni miei libri: Roma da capitale a periferia, Roma-Bari, Laterza 1970, Vite di baraccati, Napoli, Liguori, 1974; Roma, madre matrigna, Roma-Bari, Laterza, 1991; La città come fenomeno di classe, Milano, F.Angeli 1975; Vite di periferia, Milano Mondadori, 1981; Spazio e convivenza, Roma Armando 2009; Il senso del luogo, Roma, Armando, 2009.

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