SUL 'SINDACALISMO METROPOLITANO'

Un contributo verso il congresso costituente della CUB

Roma -

1. Esistono due modi distinti di interpretare il Patto di Base che recentemente hanno concordato i maggiori sindacati di base italiani: come l’unità tra soggetti deboli che sentono la necessità di difendersi di fronte alla stretta che riduce le libertà sindacali, o come l’unità tra soggetti che sentono l’urgenza di costruire una nuova forma di organizzazione sindacale dentro la straordinarietà della crisi di sistema che stiamo vivendo.
Nel primo caso il Patto si ridurrà ad essere una tardiva ed insufficiente contromisura all’inesorabile declino che affligge tutte le organizzazioni sociali che non sono riuscite a misurarsi con le trasformazioni del sistema produttivo intervenute negli ultimi decenni, una scelta politica che risponde (finalmente!) al buon senso ma non fa fronte all’urgenza irrimandabile di un profondo rinnovamento.
Nel secondo caso, invece, si aprirà un capitolo completamente nuovo, e a scriverlo saranno quelle migliaia di attivisti sindacali di vecchio e nuovo tipo che avranno individuato nella crisi economica l’occasione per mettere in discussione non solo le politiche distributive ma la struttura dell’attuale sistema e che si vedranno impegnate nella costruzione di un tipo completamente nuovo di organizzazione sindacale: il “sindacato metropolitano”.

2. Il congresso costituente della Cub si svolge in un momento molto particolare e può rappresentare il primo passo di una nuova storia. Lo scenario generale è quello di una crisi epocale nella quale i massimi guru dell’economia globale nonché i vertici del sistema economico e finanziario non hanno ancora trovato ricette efficaci. Viviamo una crisi economica ma anche una crisi di egemonia culturale: guai a viverla però pensando di potere semplicemente tirar fuori i vecchi arnesi ideologici messi in soffitta negli ultimi anni. Questa non è la crisi del ’29 per il semplice motivo che il mondo nel quale viviamo è profondamente diverso da quello di allora.
Il cambiamento del clima delle relazioni internazionali imposto dalla crisi e l’avvento di Obama sono lì a dircelo: l’esito non è scontato e tanti sono gli sviluppi possibili. Certamente si tratta di una crisi del sistema globale ma non di un suo crollo: i cosiddetti segnali di ripresa non vanno sottovalutati né affrontati con fastidio come se fossimo i sostenitori della crisi. Il capitalismo non crollerà da solo ma soltanto quando e se saremo in grado di costruirne l’alternativa.

3. In Europa i segnali che assistiamo ad un surriscaldamento delle relazioni sociali cominciano a moltiplicarsi. Tra i paesi più periferici già alcuni governi sono andati in crisi, mentre nel cuore della UE è in Francia che si registrano le punte più alte del conflitto. Ma potremmo essere solo all’inizio. E tuttavia anche in questo inizio si vede come le forme più tradizionali del conflitto siano superate dalle necessità concrete di rendere efficaci le lotte. Il blocco della mobilità e delle merci, la pratica dell’occupazione e del “sabotaggio”, lo sciopero selvaggio sono gli strumenti più adeguati per colpire il capitale globale.
Gli scioperi non bastano più, si ricorre al sequestro dei dirigenti ed alla trattativa tutti insieme, scavalcando le mediazioni sindacali. In Francia il sistema degli ammortizzatori sociali è diverso dal nostro, c’è l’RMI ma non c’è la cassa integrazione per cui passi direttamente dalla condizione di lavoratore a quella di disoccupato senza mediazioni e questo rende più acuti i conflitti.
Ma ciò che conta per noi è che saltano i vecchi arnesi del sindacalismo tradizionale e si avvia una nuova fase di sperimentazione di nuove forme di conflitto. Finalmente!

4. In realtà sono decenni che lo scontro sul posto di lavoro si è affievolito e di molto, lasciando spazio ad altre forme di conflittualità sociale, urbana, metropolitana. E questo è dovuto alle trasformazioni del modo di produrre ed al diffondersi di una grande massa di lavoratori precari, informali, al nero. Ai fenomeni dell’immigrazione. Al distribuirsi della produzione dalla grande fabbrica al territorio metropolitano. Al diffondersi del mercato in tutti gli aspetti della vita.
La rendita finanziaria, paradossalmente, è l’assunzione definitiva da parte dei capitalisti della trasformazione del rapporto storico capitale/lavoro, della natura sempre più cooperativa e sociale della produzione, del salto epocale delle capacità produttive, dell’inadeguatezza del salario come forma storica della misura del lavoro e dello sfruttamento. Per queste ragioni, davanti alla coincidenza del profitto con la rendita, che si traduce in saccheggio dell’intera vita delle persone, occorre lottare per un reddito sociale di cittadinanza.

5. La concentrazione di capitali costituisce uno dei fattori principali dell’indebolimento della forza lavoro poiché ha prodotto il progressivo allontanamento dei centri di comando dalle singole unità produttive e finanche dalle direzioni delle imprese per consegnarle spesso nelle mani dei consigli di amministrazione delle banche e dei fondi finanziari.
In questo processo di fortissimo consolidamento dei centri di comando, capaci di gestire capitali immensi superiori ai Pil di numerosi stati, si è fortemente ridotto l’interesse capitalistico per ciò che si produce: ciò che conta sono soltanto i tassi di rendimento. Il prevalere di questa logica ha prodotto devastazioni ambientali, inquinamento, contaminazioni alimentari, distruzione dei servizi pubblici, sfruttamento minorile, impoverimento crescente, sviluppo delle periferie degradate delle metropoli.
In questo contesto l’azione sindacale, quando non è stata di completo asservimento alle logiche padronali, si è limitata a difendere il potere d’acquisto dei salari e a salvaguardare le condizioni contrattuali dei lavoratori dipendenti.

6. Lo stesso termine "sindacato" ha finito per perdere molte delle connotazioni positive che aveva in passato, un po’ sulla scia del termine partito. Esso è diventato non solo sinonimo di corruzione e intrallazzo, ma anche di corporativismo e difesa delle condizioni contrattuali.
Sembra non esserci più spazio per un’altra idea di società, per una concezione della lotta non semplicemente come salvaguardia dei propri interessi individuali o di categoria ma come progetto di avanzamento sociale. Le lotte dei lavoratori di conseguenza subiscono la condizione dell’isolamento e sono costrette ad una posizione perennemente difensiva.
La vicenda Alitalia è stata molto significativa: sono stati gli studenti dell’Onda a tentare un sia pur tardivo avvicinamento, le organizzazioni dei lavoratori hanno fatto pochi sforzi in tal senso. In queste circostanze viene alla luce la debolezza del sindacalismo di base lì dove non riesce a dare un respiro strategico “altro” alle lotte pur dure che conduce.
Esso rimane intrappolato dentro una dinamica tutta “sindacale” e il suo agire non riesce ad andare oltre le sacrosante rivendicazioni di “più democrazia” cioè la parola ai lavoratori, e “più diritti” cioè riconoscimento pieno degli interessi che rappresenta. E invece l’Alitalia era una vertenza anche molto politica che si prestava ad essere una leva per un movimento più ampio, molto più che sindacale: il confronto con l’SdL dovrebbe riguardare molto più questo aspetto piuttosto che la firma sull’accordo!

7. Perché allora parlare di “sindacalismo metropolitano”? Perché il termine sindacato allude ancora alla difesa di interessi sociali ben identificabili ed oggi si è enormemente allargata la platea degli interessi sociali che non sono rappresentati né difesi né tantomeno organizzati. Ma pensiamo ad un sindacalismo più sociale e molto meno di categoria, impegnato nella difesa di ciò che c’è di “comune” tra i lavoratori, cittadini, “consumatori” e abitanti. Molto più movimento che organizzazione, più processo di autogoverno che semplice rappresentanza. Attento al coordinamento e alla comunicazione tra soggetti diversi, alla connessione e all’intreccio delle vertenze più che alla battaglia sindacale sul posto di lavoro.
Non che non contino anche queste ma, come ci insegna la recente vicenda della scuola, è stato molto più importante il collegamento con i genitori per dare forza e consenso alla lotta, che la battaglia dei soli insegnanti in difesa del posto di lavoro (e questo al di là degli esiti finora deludenti, perché la storia non è affatto finita). Oppure, si pensi al nuovo movimento emergente dei migranti: non si tratta solo di rivendicare pari condizioni con gli italiani ma di condurre una battaglia sul tema della sicurezza e delle libertà che consenta di allargare il fronte e mescolare le questioni dando vita ad un primo vero movimento meticcio.
Questo elemento è centrale nella sperimentazione di una forma di organizzazione precaria metropolitana che assume fino in fondo la natura “bio-politica” dello sfruttamento capitalistico.

8. Il “sindacalismo metropolitano” non costituisce un orizzonte nuovo soltanto per i sindacati di base ma anche per i movimenti sociali diffusi nelle metropoli. Esso rappresenta lo spazio comune di riferimento per un progetto condiviso, che rompe la frammentazione e l’auto-isolamento nel quale spesso si condannano i movimenti, ancorandoli ad una dimensione sociale (la difesa di “interessi”) e proiettandoli sul terreno della trasformazione sociale.
In questa dimensione vanno letti i fattori più incoraggianti del Patto di Base e del carattere costituente del congresso della Cub: si tratta di occasioni per tutti i movimenti sociali per aggregare forze, unire esperienze e dar vita a nuovi progetti su scala metropolitana. Si tratta di dare vita in ogni città a “Patti di Base Metropolitani” e “Cub Metropolitane” come primi embrioni di “sindacalismo metropolitano”, dove far convivere il variegato mondo dei movimenti urbani e quello più strutturato del sindacalismo di categoria.

9. Il terreno di sperimentazione di questi primi embrioni è quello della promozione di nuove forme di contrattazione sociale. È del tutto evidente che l’attuale articolazione del sistema contrattuale (anche considerando l’ultimo accordo separato di gennaio) taglia fuori dal negoziato con le controparti una gran parte del vissuto di ogni lavoratore, dalla casa, ai servizi, al territorio, alla formazione, alla cultura, al reddito.
Al “sindacalismo metropolitano” la sfida di conquistare ad un sistema di contrattazione questi temi per sottrarli al libero arbitrio delle grandi società finanziarie e riportarle al confronto con la cittadinanza. Esiste per fortuna una grande esperienza accumulata in questi anni dai movimenti in molte città di contrattazione sociale su diversi terreni: ora si tratta di immaginare un livello più avanzato che riesca a sfruttare la lunghissima storia della contrattazione sindacale per utilizzarla su un terreno completamente diverso, fuori dai posti di lavoro.
In questo senso il rapporto sindacato-movimenti è ricco di potenzialità: i sindacati devono allargare il terreno delle rivendicazioni per rompere l’isolamento e creare le condizioni della connessione, i movimenti devono assumere il terreno della difesa degli interessi e quindi dell’autorganizzazione sociale come indispensabile per promuovere il cambiamento.

10. In questa dinamica di contrattazione sociale, nella quale spesso intervengono le amministrazioni locali, si ripropone la questione dei rapporti con il sistema della rappresentanza e quindi con i partiti. Non è escluso che tra i fattori che hanno sospinto i movimenti dentro un reciproco auto-isolamento in una dimensione specifica, rifuggendo dall’idea del progetto più generale, ci sia proprio la preoccupazione di restare vittime della dimensione partitica.
Al “sindacalismo metropolitano” compete anche la sfida di proporre un progetto di nuova società provando ad organizzare in forma indipendente l’irrappresentabilità dei conflitti sociali distanti dai partiti, dai sindacati e dalla politica. Il “sindacalismo metropolitano” può divenire un movimento politico nel senso pieno del termine, ma deve saper ricomprendere al suo interno anche la funzione sindacale in senso stretto.

11. Ma come far convivere la forma sindacato con quella di movimento? Questo è forse nell’immediato lo scoglio più complesso da affrontare perché dietro questa difficoltà si nascondono le insidie degli egemonismi, le diffidenze tra soggetti diversi, e l’insieme dei mali di cui è pieno il nostro mondo. E poi c’è una difficoltà obiettiva: l’organizzazione sindacale storicamente ha funzionato per delegati, i movimenti solitamente sono refrattari al sistema delle deleghe anche se non rinunciano a forme di organizzazione, divisione del lavoro e altro.
C’è sicuramente da considerare che un posto di lavoro o una categoria di lavoratori è qualcosa di molto diverso da un quartiere, da un centro sociale o da un gruppo di abitanti organizzati per rivendicare un servizio o altro. Ma la necessità della connessione vive nelle pratiche delle lotte e in quel “comune” produttivo che unisce le diverse figure precarie della metropoli. Quindi anche il sistema di organizzazione non può che esprimere questa molteplicità di autonomie che si mettono in rete.
Certo esso non potrà strutturarsi come nuova categoria atipica accanto alle altre, come se fosse una categoria in più. Come se avessimo cioè la scuola, il commercio, i trasporti e poi il “sindacato metropolitano” che si occupa della città nel suo insieme, del territorio e di tutto quello che non ricade nel sindacalismo tradizionale. Se agissimo così finiremmo per riprodurre le stesse separatezze di oggi dentro un contenitore comune (il Patto di base o la Cub o tutti e due).
L’operazione da fare è invece completamente diversa e richiede la apertura da subito di momenti di incontro e collaborazione tra sindacalisti puri (li chiamiamo così per intenderci) e attivisti della metropoli. La separatezza imposta dal vecchio modello fordista, che ancora introiettiamo nel nostro modo di organizzarci, va infranta definitivamente. E dobbiamo essere noi i primi a romperla. Il “Patto di base” così inteso non sarà più la connessione solo tra i sindacati di base ma il laboratorio di una nuova pratica. E questo è possibile farlo già dentro la Cub su scala territoriale, per esempio Roma, Napoli e altre città.
L’evocazione più volte proposta nel documento che convoca il Congresso di una nuova forma sindacato ha bisogno di un salto nella sperimentazione fin qui fatta: ed è quello che stiamo proponendo.

Roma, 21 maggio 2009 - Blocchi Precari Metropolitani

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