VIAGGIO NEI 'CENTRI DI ASSISTENZA ALLOGGIATIVA TEMPORANEA'

TRENTA MILIONI L'ANNO PER ALLOGGI AMMUFFITI E STABILI DECADENTI: VIAGGIO NEI 'CENTRI DI ASSISTENZA ABITATIVA TEMPORANEA'

Roma -

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L'emergenza abitativa è un business: l'amministrazione comunale regala quasi 30 milioni di euro l'anno per  l'affitto di ex uffici ed ex discoteche da destinare a famiglie in attesa di un alloggio popolare che non arriverà mai. Viaggio nei residence romani fra stanze ammuffite e casermoni fatiscenti per i quali a breve gli "inquilini" dovranno anche pagare un affitto.

 

Partono da un minimo di 1.260 euro al mese per l’affitto e le spese di gestione di un appartamento, come la struttura di Valcannuta, fino ad arrivare a 3.721 e 3.462 euro per i residence di Pietralata e di Colleverde: sono i fondi che il Comune di Roma investe  per l’istituzione di “centri di assistenza abitativa temporanea”. E ancora 1.800 euro a nucleo per Tor Pagnotta, 2.230 per il residence  “Romanina” o 1.300 quello “Porrino”, entrambi gestiti da Arciconfraternita S. Trifone. Piccoli appartamenti, monolocali e bilocali, spesso ambienti poco più grandi di una stanza “normale” in cui solo un armadio, una tenda o una parete di cartongesso permettono di distinguere la camera da letto dalla cucina, come è il caso della palazzina di Casal Lombroso, anch’essa gestita dall’Arciconfraternita S. Trifone, per la quale, ogni anno, il Comune di Roma spende 833.602 euro, in media 1.578 euro mensili ad “appartamento”. «Le finestre o sono sigillate o si possono aprire solo in parte» denuncia uno degli inquilini mostrando una vetrata sul fondo di un locale lungo e stretto, «l’umidità è tale da bagnare il pavimento e la cucina, ricavata da uno spazio tra il bagno e la camera da letto, non ha finestre proprie».

La destinazione d’uso di questi immobili dichiarata dalle istituzioni è «attività di prima accoglienza temporanea di nuclei familiari in attesa di sistemazione definitiva presso altre strutture» eppure molte famiglie ci abitano da più di due anni: «ci hanno “parcheggiato” qui nel 2006, dopo una lunga trattativa con il Comune che voleva risolvere la nostra situazione in un campeggio» racconta una signora sudamericana «e da quella data non ci è stata più prospettata alcuna soluzione alternativa. Addirittura da quest’anno ci è stata richiesta la presentazione del CUD, anche per i senza reddito, in modo tale da farci pagare una quota mensile come se queste fossero abitazioni “normali”: non abbiamo le chiavi né del nostro appartamento né del cancello che ha un citofono senza illuminazione così che la sera dobbiamo rimanere fuori fino a che non ci hanno identificato. In più la zona è completamente priva di servizi: non ci sono supermercati vicini e gli autobus passano ogni mezz’ora».

Sono più di 16 le strutture in affitto che il Comune paga ogni anno ai privati con cifre da “capogiro” per “non risolvere” la situazione di emergenza abitativa della Capitale. Emblematico il caso di una famiglia di quattro persone che, dopo aver passato più di un mese accampata alla fiera di Roma, si è ritrovata assegnataria di un bilocale: cucina, bagno e camera, un letto matrimoniale e uno a castello. Questa una delle tante storie che abitano la struttura a Tor Tre Teste in via Tineo affittata dalla Wolt S.p.A, o meglio «si è preferito far perfezionare l’acquisto dell’immobile in questione alla S Vitaliano S.r.l., soggetto partecipato della Wolt S.p.A», al Comune di Roma per euro 3.010.501,20 di cui 1.843.164,00 oltre IVA al 20% per le unità abitative e 1.167.337,20 per la fornitura di servizi che «garantiscono la funzionalità del compendio immobiliare»: vigilanza e portierato 24 ore su 24 con censimento di tutti i visitatori, anche temporanei, pulizia delle parti comuni, manutenzione ordinaria e straordinaria e coordinamento con i servizi sociali. «Quando ci siamo sposati siamo rimasti a vivere in casa con i miei genitori pensando che una volta trovato un lavoro stabile saremmo riusciti ad avere una “nostra vita”» esordisce Paolo che abita a Tor Tre Teste da gennaio «ma quel giorno non è mai arrivato. Ho lavorato per vent’anni in una cooperativa, pagato “a ore” , poi ho trovato un impiego alla fabbrica della Lavazza che qualche mese fa ha chiuso lasciandomi senza lavoro. Ora sono un magazziniere. Un lavoro “normale”. Abbiamo provato diverse volte a trovare una casa in affitto in cui trasferirci ma con due figli e uno stipendio tra i 1000 e i 1200 euro al me

se non ci possiamo permettere di pagare un minimo di 900 euro mensili. Mia moglie lavora in un supermercato e prende 5.16 euro l’ora. Per questo» continua «qualche mese fa, abbiamo deciso di seguire i movimenti che si battono per il diritto alla casa e siamo andati a vivere in un’occupazione che si trovava in viale Gottardo». Anche Elena, 10 punti nella graduatoria Erp, con i suoi due figli abitava in quel posto prima che un incendio lasciasse tutti nuovamente senza un tetto: «le mie figlie, nel passaggio, hanno dovuto cambiare scuola, compagni di classe e abitudini e se questo è veramente un centro di assistenza abitativa temporanea potrebbero doverlo fare nuovamente».

Anche nel residence a Pietralata è passato quasi un anno da quando Massimo Muccari di ASIA RdB è andato a vivere in uno dei monolocali della struttura per la quale il comune di Roma versa ogni anno 1.578.911 euro. «Non possiamo attaccare nulla alle pareti, né mettere mobili nostri; volevo comprare una lavatrice per non usufruire della lavanderia che ha orari che non mi sono comodi ma non mi è stato permesso. Non possiamo fumare negli appartamenti e gli ospiti, dopo aver lasciato la carta di identità, possono rimanere fino alle 23. E’ una situazione di emergenza continua che ci ricorda giorno dopo giorno che questa non è casa nostra, o meglio che questa non è una casa in cui persone e ancor meno famiglie possano vivere dignitosamente. Per l’ennesima volta si preferisce “far guadagnare” qualcuno piuttosto che affrontare seriamente il problema visto che il Comune versa più di 30 milioni di euro di affitto all’anno ai privati piuttosto che investire nell’edilizia residenziale pubblica o in iniziative di autorecupero, meno dispendiose e più funzionali».

 

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